La bellezza dello sport risiede spesso nell’imprevidibilità del risultato. Più l’esito è sorprendente, più l’impresa è degna di essere ricordata. Ed è esattamente quello che accadde il 2 settembre 1973 a Barcellona, 46a edizione del Campionato del mondo di ciclismo su strada. Circuito del Montjuïc, 14,6 km da percorrere diciassette volte, per un totale di 248,6 km. La più incredibile vittoria di Felice Gimondi. Un grande campione che ebbe la sfortuna di incontrare sul percorso della sua carriera e sull’asfalto delle tappe il più forte ciclista di tutti i tempi, il Cannibale, Eddy Merckx.

Per tutti Gimondi era diventato l’eterno secondo. Tanti, troppi quei piazzamenti alle spalle del belga per un campione come lui. Sia nelle grandi corse a tappe (terzo al Giro d’Italia nel 1968, secondo nell’edizione del 1970 e secondo al Tour de France del 1972), sia nelle classiche (secondo alla Milano-Sanremo del 1971, secondo al Giro delle Fiandre del 1969, terzo al Giro di Lombardia nel 1972) e poi il secondo posto ai Mondiali del 1971. Un soprannome difficile da digerire per uno come Gimondi, già vincitore del Giro d’Italia nel 1967 e 1969, del Tour de France nel 1965 e della Vuelta a España nel 1968. Tuttavia, il 1973 sembrava scritto seguendo lo stesso, scontato copione. Giro d’Italia al belga e secondo posto per il nostro Felix de Mondi.

Rimaneva solo il Mondiale per il riscatto. Belgio, Italia e Spagna partono con il favore dei pronostici. Caldo torrido e 200.000 spettatori disseminati sul percorso. Al 4° giro, in discesa, una pietra scaraventata dall’attrito della ruota di un corridore colpisce il ginocchio sinistro di Merckx, che ricorre alle cure per medicare la piccola ferita. Nel frattempo scattano Martos e Agostinho con Polidori a ruota. Guadagnano 1’20’’ ma vengono poi recuperati al 6° giro. Così fino al 10° giro la situazione rimane stazionaria. Al 150° km, 11° giro, Merckx decide di rompere gli indugi e tenta la fuga. Immediatamente gli vanno dietro il connazionale Maertens, gli italiani Gimondi e Battaglin, gli spagnoli Perurena e Ocaña e l’olandese Zoetemelk. I sette fuggitivi transitano con 41’’ al traguardo e al passaggio successivo incrementano il vantaggio: 1’45’’ sul gruppo. Al 15° giro si registrano due attacchi del Cannibale. Attacchi che si fanno sentire e che fanno selezione tra i battistrada, dove rimangono solamente Gimondi, Ocaña e Maertens a tenere testa. I quattro accumulano un vantaggio di 1’43’’ su Perurena, Zoetemelk e Torres e di 2’34’’ su Battaglin, prossimo ad essere riassorbito dal gruppo. All’inizio dell’ultimo giro i fuggitivi sono ormai irraggiungibili. Ocaña tenta un ultimo allungo in salita. Viene ripreso. Si giocheranno la vittoria allo sprint finale.

Tutto sembra deciso. Il Cannibale, seppur appaia stanco, è il favorito d’obbligo, insieme al giovane velocista Maertens. Facile immaginare gioco di squadra e doppietta belga. Ocaña è esausto dopo l’ultimo scatto e Gimondi non è certo avvantaggiato da quell’arrivo e quei 31 anni che iniziano a pesare sulle gambe. La memoria va al Mondiale del 1971 a Mendrisio dove Merckx e Gimondi arrivarono al traguardo da soli e il belga ebbe nettamente la meglio in volata. Cronisti, spettatori e ascoltatori italiani sono in preda allo sconforto. Non c’è spazio per le illusioni, si spera nel bronzo. Gimondi però non si dà per vinto. Non tenta alcun allungo. Studia il Cannibale, che è più affaticato del solito. Occorre astuzia. Così Felice rimane lì, deciso a giocarsi il tutto per tutto allo sprint, con intelligenza tattica e una immensa forza di volontà. Una scelta coraggiosa, che ripagherà. Sul rettilineo finale Maertens anticipa lo scatto, partendo con troppo impeto per tirare la volata a Merckx, che però non riesce ad ingranare. Così Gimondi coglie l’attimo e si inserisce. Il traguardo sembra non giungere mai, ma il ciclista bergamasco resiste e mantiene la testa. Tardivo ed inutile il tentativo di Maertens di contrastarlo.

L’eterno secondo taglia il traguardo per primo. Alza il braccio a confermare che questa volta il campione è lui. Un’azione straordinaria. I tifosi italiani rimangono meravigliati, non credono alle proprie orecchie e ai propri occhi. Un’esultanza spontanea e una gioia carica di orgoglio percorrono tutta la Penisola. Fu la 103a vittoria della sua carriera, una rivincita immensa, il successo più inaspettato. La vittoria di un campione straordinario che trovò nelle difficoltà non una scusante ma l’occasione di scrivere imprese memorabili.

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