È molto più del semplice ingaggio di un nuovo allenatore, l’arrivo di Gigi Cagni sulla panchina del Brescia. Perché l’uomo al quale una società e una città chiedono una salvezza resa incerta dalle sette sconfitte nelle ultime nove partite, è uno dei figli calcistici prediletti della Leonessa d’Italia.

Classe 1950, originario del centro storico della città, i tornei estivi notturni con la maglia verde della Voluntas Pace per iniziare, poi il settore giovanile del Brescia. Era il 1964, c’era già il centro-sinistra. In lui, spensieratezza, passione e grinta. Tanta grinta. Altrimenti non avrebbe alternato il campo alla fabbrica. Gigi l’operaio, finito il turno, diventava Gigi il terzino. Di marcatura, perché al tempo, se in Europa dominava il “calcio totale” del Grande Ajax, in Italia si giocava a uomo. E il terzino innanzitutto badava all’avversario.

Nel 1969 debuttò in prima squadra: otto partite in serie-A, poi altre 256 fra serie-B e coppa Italia. Dalla contestazione parigina agli “anni di piombo”. Anni duri, che Brescia ha purtroppo dovuto conoscere e per i quali aspetta ancora tutta la verità, anni dove il biancoazzurro, per Cagni, più che la sua pelle, colorò il suo sangue, rimasto tale anche quando dovette lasciare Brescia. Era il 1978. Lo considerarono finito per una discopatia al ginocchio. Ripartì dalla Sambenedettese, giocò fino a trentotto anni, poi cominciò ad allenare. Nel frattempo, cadeva il Muro di Berlino e il mondo iniziava a cambiare. Lui però, in trent’anni di panchine, è rimasto fedele all’esperienza da calciatore, adeguandola al cambiamento imposto dai tempi. Se a Piacenza – sei anni, due promozioni e una salvezza in serie-A – giocava ancora col libero, a Empolisalvezza, settimo posto e partecipazione all’Europa League – era già alla zona. Quella mista, dove il modulo è declinato dai giocatori a disposizione e dove governano principi a lui cari: determinazione, grinta e carattere. Quelli che latitano nel Brescia attuale, alle prese con un periodo tra i più delicati della sua storia: la retrocessione in B del 2011, la messa in vendita della società, l’amministrazione controllata, la nuova proprietà, la scomparsa di Corioni, la Lega Pro evitata grazie al ripescaggio per il fallimento del Parma (2015), la crisi del settore giovanile – oggi la “Primavera” è ultima in campionato, ieri sfornava gente come Pirlo, Diana, Bonera, Baronio, Bonazzoli, i gemelli Filippini, etc. – e ben dieci allenatori in sei stagioni.

L’ultimo, Brocchi, ha pagato probabilmente più le pressioni dell’ambiente, molto critico nei suoi confronti per la crisi di risultati, che solo la classifica: il Brescia è terzultimo con Cesena e Latina, ma a cinque punti dal dodicesimo posto e, con ancora due mesi di partite, nulla è compromesso. L’ex rossonero ha dovuto fronteggiare, per la prima volta nella sua carriera da tecnico, le contestazioni dei tifosi e la presenza quotidiana dei media, fattori assenti quando si allena in “Primavera”. Dalla sua, il “più cinque” sui play-out al termine dell’andata con un organico da salvezza – tanti giovani intorno a veterani come Arcari, Pinzi e Caracciolo (11 gol) – privato a gennaio della qualità di Morosini, passato al Genoa.

Un giocatore non fa una squadra, ma da quel momento il Brescia si è arenato e ora, per disincagliarsi, si aggrappa a un suo simbolo. Cagni al “San Filippo” in tuta e scarpini è ritorno alle origini, appartenenza, passione, romanticismo, il sussulto di un calcio che sembra scomparso, ma che vuole ancora esserci. Come lui, consapevole di essere davanti “la sfida più rischiosa della carriera”. Vuole rilanciarsi, dimostrare che i tecnici esperti possono allenare i giovani. Ha dalla sua le salvezze in corsa con Genoa (1999), Salernitana (2000) e Spezia (2013), sua ultima esperienza. Dove nell’ultima conferenza disse che i valori sarebbero ritornati d’attualità anche in un calcio troppo veloce a bruciare gli allenatori, trattati più come numeri che come persone, e che per questo avrebbe continuato fino a settant’anni.

Una previsione avverata dagli eventi degli ultimi giorni. Ora tocca a lui cogliere l’occasione e trasformare una squadra slegata e sfiduciata in un gruppo compatto e aggressivo. Avrà dodici giornate a disposizione. Due in più di quelle che valsero alla città l’appellativo di “Leonessa d’Italia”. E a questo Brescia servirà lo stesso spirito di chi resistette agli austriaci. Perché al “Rigamonti” è quanto mai necessaria l’ode alla vittoria di carducciana memoria. Altrimenti ci sarà spazio solo per il bicchiere dell’addio.

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