Sono centinaia in Giappone i casi documentati di ragazzi morti o che hanno riportato gravi lesioni praticando il judo all’interno di strutture scolastiche.

Ryo Uchida, ricercatore dell’Università di Nagoya, è il primo ad aver pubblicato nel 2009 uno studio sull’incidenza delle morti dal 1983 tra i judoka in ambito scolastico. Lo studio è il frutto dell’analisi dei dati forniti dal Japan Sport Council e i risultati sono scoraggianti. Negli ultimi 30 anni sono stati registrati bene 108 morti e 300 ragazzi che, a seguito di gravi lesioni, hanno riportato handicap o sono finiti in coma. Lo studio non prende in considerazione le palestre che non rientrano nell’ambito scolastico, per le quali risultano sconosciuti i dati sugli infortuni che qualora venissero forniti porterebbero ad un probabile lievitare dei numeri.

In altri paesi, come Stati Uniti e Francia, dove lo sport è popolare queste statistiche non hanno riscontro, negli ultimi dieci anni non si hanno segnalazioni di morti o lesioni cerebrali traumatiche.

Si individuano le cause nell’ignoranza degli allenatori, non sempre qualificati, e in un tratto specifico della cultura giapponese che si identifica con il termine Ganam. Questo ha origine nel Buddhismo Zen e porta con se i significati di “perseveranza”, “autocontrollo” e “disciplina”, tutti insegnamenti legittimi e norme morali rispettabili se non portate all’esasperazione. Nei fatti viene tradotto con il significato di “non mollare mai” anche a discapito delle conseguenze.

È proprio questo atteggiamento che potrebbe spiegare il perché di tanti traumi cerebrali gravi. Se a una lesione segue, subito dopo, un altro trauma cranico questa può causare la “sindrome del secondo impatto” che può essere devastante.

Disciplinare attraverso punizioni fisiche in Giappone è ampiamente accettato sia dai genitori che dagli insegnanti anche se queste punizioni corporali spesso si tramutano in violenza vera e propria.

Questo è un problema che non riguarda solo il judo ma tocca atri sport. Il Comitato Olimpico Giapponese, dopo una serie di episodi di prevaricazione denunciati nel basket praticato nei licei, ha deciso di monitorare e interrogare migliaia di atleti. Più di 200 hanno dichiarato di aver subito violenza sessuale e fisica da parte dei loro allenatori.

Yoshihiro MurakawaYasuhiko Kobayashi due parenti delle “vittime del judo”, dopo aver confrontato le loro esperienze e aver preso in esame lo studio di Uchida, rendendosi conto che erano molte le vittime colpite da questa tragedia decidono di fondare, nel 2010, la Japan Judo Accident Victims Association, con lo scopo di appoggiare le famiglie coinvolte, sia economicamente che legalmente, e di informare su un problema che ha le sue radici nella cultura stessa del paese.

L’associazione vorrebbe che il Giappone implementasse un programma di certificazione rigorosa per gli istruttori di judo, tirando in causa il Ministero della Pubblica Istruzione e la Federazione di Judo Nazionale accusate di essere responsabili dell’ignoranza circa i pericoli di questa disciplina e non aver contrastato la cultura dell’abuso.

Il Dipartimento dello Sport e dalla Gioventù del Ministero della Pubblica Istruzione rispondono alle richieste spiegando l’impossibilità di una modifica di questo tipo che comporterebbe una riforma amministrativa troppo impegnativa, gettando la responsabilità sulla federazione, affinché inviino istruttori qualificati nelle scuole, e agli stessi istituti, responsabili delle assunzioni del personale.

Vanno comunque riconosciuti dei passi avanti compiuti dal ministero.

Nel 2012, quando il judo è diventato obbligatorio nelle scuole, sono state rinnovate le linee guida di sicurezza da dover seguire ed è stata anche aggiornata la politica in tema di punizioni corporali, il ministero, infatti, ha sollecitato scuole e comuni a segnalare comportamenti violenti e non adeguati nelle classi di judo.

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