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Giannis Antetokounmpo: storia di un clandestino diventato Superstar

Lorenzo Martini

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Ci siamo quasi messi alle spalle il periodo in cui l’Europa ha vissuto la peggiore crisi economica dal dopoguerra. Soprattutto le nazioni affacciate sul Mediterraneo hanno dovuto affrontare una disoccupazione e un malessere crescenti, che hanno provocato diverse proteste e scontri intestini. In Italia, in Spagna e soprattutto in Grecia la crisi ha causato lotte sociali sfociate nelle più  classiche “guerre tra poveri”.

La Grecia, la terra che ha dato i natali a Pericle, Socrate e Eschilo, la patria della democrazia, da anni piegata dalla congiuntura economica. E in una situazione così precaria sono affiorate tensioni sociali che hanno spaccato il paese in due, la disperazione ha spinto in molti a cercare un capro espiatorio a cui addossare la colpa. E quale miglior capo espiatorio se non l’immigrato extracomunitario venuto sulle coste elleniche solo per rubare il lavoro? 

 Ecco, è questo lo scenario in cui va inserita una famiglia nigeriana sbarcata in Grecia nel lontano 1992, vissuta nella clandestinità per vent’anni: la famiglia Adetokunbo, poi grecizzato in Antetokounmpo. Charles e Veronica, un uomo e una donna scappati dal proprio paese e rifugiati in territorio europeo, dove hanno potuto mettere su una bella famiglia: Francis, Thanasis, Giannis, Kostas e Alexis. Cinque figli, ma in una terra che forse non era pienamente disposta ad accoglierli.    

Infatti, per le strade di Sepolia, quartiere periferico di Atene, la vita non è delle più facili. I cinque ragazzi si devono barcamenare tra un posto di lavoro e un altro e sono costretti a fare di tutto: si guadagnano qualche soldo facendo i babysitter,  vanno al cantiere a lavorare come manovali, oppure girano per strada da vucumprà ambulanti, vendendo borse, occhiali, scarpe, orologi, tutta roba taroccata di griffe famose. A volte per le strade non si vende a sufficienza, oppure la paga al cantiere è troppo bassa, e quelle volte il denaro a casa non è abbastanza neppure per avere un pasto dignitoso a cena.


A tutto questo si aggiunge il crescente odio razziale che accompagna i fratelli Adetokounbo fin da bambini. Ogni giorno vivono nel terrore che qualcuno nel quartiere, magari istigato dai movimenti xenofobi di estrema destra, li denunci alla polizia. Il che significherebbe il rimpatrio forzato in Nigeria, una terra a cui i cinque fratelli non sentono di appartenere, avendo sempre vissuto in Grecia.

Malgrado una situazione tutt’altro che semplice, due dei cinque fratelli riescono a trovare uno spiraglio che li allontani dalla vita da ambulanti. Thanasis e Giannis, due anni di differenza, sono dotati di un’altezza unica per la loro età e di mezzi atletici eccezionali, ed è per questo che vengono accolti in una delle palestre del quartiere. E’ così che, per la prima volta, entrano a contatto col mondo del basket.

I primi tempi non sono facili, i due fratelli non riescono neanche giocare insieme perché possono permettersi un solo paio di scarpe ma, al di là delle difficoltà iniziali, di lì in avanti la strada è tutta in discesa. Infatti, i due fratelli non si accontentano delle loro caratteristiche fisiche già di per sé straordinarie, ma si allenano come matti e continuano a crescere a vista d’occhio, finchè Thanasis non tocca i 2.01 metri, mentre Giannis arriva addirittura ai 2.11!

Ma a contare non è solo l’altezza, i due dimostrano di essere incredibilmente agili e coordinati, e soprattutto Giannis mette in mostra mezzi atletici sorprendenti.

Ed è così che, oggi, le loro vite sono radicalmente cambiate in positivo. Thanasis milita nel Panathinaikos dopo un periodo nei Westchester Knicks, squadra della D-League, ossia la lega in cui le squadre NBA decidono di far giocare i cestisti che devono ancora maturare e non sono ancora pronti al grande salto nella massima lega.

Ancora meglio è andata a Giannis, che è diventato una vera e propria superstar.Infatti, nella stagione 2012-2013 era soltanto un emergente giocatore della serie B greca, poi nell’estate la svolta: i Milwaukee Bucks decidono di puntare su di lui e lo selezionano alle quindicesima chiamata del Draft NBA, sicuri che i suoi mezzi atletici  lo renderanno un giocatore immarcabile. E oggi il ventitreenne Giannis si può già affermare come uno dei prospetti futuri più forti della lega, grazie alla sua versatilità –può ricoprire sia il ruolo di ala piccola, che di guardia, che di playmaker – e alle sue mani lunghe, 26 centimetri e alle braccia che in piena estensione raggiungono i 222 cm, praticamente uno aereo.

Ma Giannis, pur essendo diventato un’icona nel basket mondiale, ricompensato con stipendi faraonici, può aver dimenticato le sue origini, la sua vita per le strade di Sepolia? Certo che no. Infatti sono diversi gli aneddoti che danno l’idea di come il giovanissimo talento dei Bucks non abbia dimenticato nulla del suo passato.

Inizio stagione 2013-2014, mancano poche ore al match casalingo dei Bucks. Giannis  è appena uscito  da una filiale della Western Union, dalla quale ha inviato una grossa somma di denaro alla sua famiglia ad Atene, quando apre il portafoglio e si rende conto che ha spedito tutti i soldi che aveva con sé, senza tenersi neanche un dollaro per il taxi. Ha paura di fare tardi per la partita, il coach non glielo perdonerebbe, e allora preso dall’ansia inizia a correre. Le sue falcate e la sua velocità sono qualcosa di stupefacente, tant’è che chiunque per strada si ferma a fissarlo, finchè una coppia in macchina si avvicina e lo esorta a salire in macchina per portarlo a palazzetto in tempo. Ma Antetokounmpo è davvero stupito, quasi non ci crede: non si rende conto realmente del suo status di giocatore NBA, ancora si considera un ragazzetto di strada.

Ancora più divertenti sono i siparietti tra il gigante greco e alcuni membri dell’ambiente dei Milwaukee Bucks. Singolare, ad esempio, la volta in cui per caso Giannis incontrò il suo ormai ex compagno di squadra Caron Butler intento a buttare un paio di sneakers usate: memore del paio di scarpe che condivideva col fratello, non esitò a bloccare Butler e a urlargli : “Ma queste sono buone scarpe! Non le puoi buttare!”.

Commovente anche la volta in cui il compagno di squadra Larry Sanders gli regalò un paio di scarpe Gucci. Al giovane Giannis tornarono alla mente i momenti in cui vendeva per strada scarpe taroccate simili a quelle, e nel vedersele lì davanti, autentiche, non poté fare a meno di rimproverare il suo amico per “aver speso troppo” e gli promise che le avrebbe conservate gelosamente e indossate solo nelle occasioni speciali.

Infine, è stato l’allora playmaker Brandon Kinght a raccontare una delle scene più esilaranti mai viste nella sua carriera. Infatti, in varie occasioni i Bucks, come qualsiasi squadra NBA, mettono a disposizione una sala in cui i giocatori possono rifocillarsi. Ed è proprio in quelle occasioni che Brandon raccontò che Giannis si presentava con delle buste enormi che riempiva di cibo a più non posso. Perché nella vita non gli era mai capitato di ricevere qualcosa di gratuito. 

 Tutti questi aneddoti non possono che far sorridere, ma in fondo rivelano anche la natura di un giovane cestista catapultato in un mondo per lui ignoto. Malgrado  la sua giovane età, malgrado le tentazioni di un mondo pieno di approfittatori, Giannis è rimasto fedele alle sue origini, al suo stile di vita sobrio, è rimasto legato indissolubilmente alla sua famiglia. Ed è anche per questo che The Greek Freak – il Fenomeno Greco – è una persona davvero speciale.  

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Tim Duncan: Il suono del silenzio

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Nel Gennaio 2016 “The Sound of Silence “, canzone dal grandioso potere evocativo che ha fatto la storia della musica, ha compiuto i 50 anni dall’uscita nella sua versione definitiva.
Negli anni non si contano neanche più il numero di cover e imitazioni varie del pezzo.
La più bella secondo me rimane quella realizzata durante l’arco di tutta la sua carriera da Tim Duncan, nato giusto 10 anni e qualche mese più tardi del magnifico singolo di Simon e Garfunkel.
Un uomo che nel silenzio ha costruito tutti i suoi successi e del silenzio si è rivestito corpo e anima come fosse una seconda pelle.
Detto, ridetto e ripetuto. E lo ridico ancora.
Provare a decriptare il basket restando nel recinto del parquet è un esercizio sterile, se non completamente inutile.
E non lo dico solo io.
Un tale che ne sa infinitamente più di me e di tutti voi lo ha ribadito a più riprese.
Se pensiamo che il basket sia solo basket non abbiamo capito niente di basket“.
E nemmeno della vita, ma questo lo aggiungo io.

Oggi Duncan compie 42 anni.

Ha vinto 5 anelli, 2 MVP, 3 premi di miglior giocatore delle finali e giocato 15 All Star Game.

Cercare di capire cosa si celi dietro i suoi silenzi e la sua enigmatica maschera facciale è impresa veramente ardua.
Capire quella sorta di autismo cestistico scolpito sul suo volto è un enigma che dura da 20 anni.
Per capire Duncan non basta più solo uscire dal rettangolo di gioco come spiegavo prima.
Per capire Duncan forse servirebbe Umberto Eco.
Bisogna sconfinare nella semiotica, la disciplina che studia i segni e il loro percorso verso la significazione, cioè il modo in cui questi acquisiscano un senso e vadano a costituire un concreto processo di comunicazione.
Capire Duncan potrebbe essere la chiave di lettura per capire il segreto dei San Antonio Spurs.
Per poi arrivare a capire cosa leghi lui, Popovich, Ginobili e Tony Parker.

Come facevano a comunicare tra loro spesso senza nemmeno aprire la bocca.
C’è un qualcosa nell’alchimia che questi quattro uomini hanno creato che trascende i confini dello sport. E’ un legame , inconosciuto, inconoscibile ed esclusivo che forse nasconde dentro di sé il senso stesso della vita.

Beh.. forse quello no ma di certo c’è il segreto del loro successo sportivo.

La faccia di Duncan è quella di Anton Chigurh , il killer spietato di “Non è un paese per vecchi“.

E’ la faccia spaventosa di Javier Bardem nel film dei Cohen.

Che si appresti a saltare per la palla a due di una partita di pre-season o che stia per tirare il libero della vittoria in gara 7 delle Finals, state certi che vedrete sempre la stessa espressione.
E la sconfitta o il successo saranno conditi con l’ingrediente di sempre.
Il Silenzio.

Arrivare per 19 volte consecutive alla post-season significa creare una falla nell’intera struttura dello sport americano.
Tutte le leghe sono pensate, organizzate e governate per poter produrre ed esprimere ciclicamente un cambiamento al vertice.
Il salary cap, che impedisce alle squadre forti di aggiungere “troppi” giocatori forti a quelli di cui già dispone, e il draft annuale, dove le squadre con le classifiche peggiori hanno le possibilità maggiori di accaparrarsi i giovani più validi ne sono le dimostrazioni più lampanti.
Che poi il fine ultimo di questa struttura magari non sia proprio quello di una maggiore circolazione dei talenti, nè di un ampliamento geografico delle passioni, ma di una maggiore e capillare raccolta di denari è un altro discorso.
San Antonio è andato oltre tutto questo.

Gli avversari si sono effettivamente rinnovati e interscambiati.

Golden State è un esempio di come un’ottima gestione manageriale e delle scelte al draft possa portarti dalle stalle alle stelle.

Loro no.

Loro son sempre stati sulle stelle.

Loro sono sempre stati lì a lottare per il titolo.

Duncan ha giocato 1392 partite in stagione regolare.
Ne ha vinte più di mille.
Questo significa che ha “terminato” l’avversario di turno praticamente sempre.
Un sicario determinato, silente e senza cuore. Proprio come Anton Chirurg.
In attacco ha messo a referto più di 26 mila punti.
Ma mai una volta che abbia urlato “Yeah”, o agitato i pugni, o sventolato un dito verso pubblico o avversari.
In difesa ha messo a referto più di 3 mila stoppate.
Ma mai una volta che abbia abbaiato contro l’avversario frasi come “Not in my house” o lo abbia schernito a gesti.
Lui no.
Lui agli avversari ha sempre lasciato solo e soltanto il suono del silenzio.

The Sound of Silence

E’ stato un dominatore del pitturato come non se ne vedevano dai tempi di Bill Russell.

Ha fermato tutti gli avversari che hanno osato entrare nella sua casa.
Li ha lasciati lì nella loro indeterminatezza più totale. Piccoli e indifesi contro un colosso senza volto. Dominati come da un Dio dell’Antico Testamento che ti piega al proprio volere.

Sempre.
Ho in mente alcuni frammenti dei duelli epici che fece con Kevin Garnett.

Uno contro uno. Faccia a faccia, con Garnett che dà sfogo al suo trash talking più feroce.

Roba che indurrebbe Gesù Cristo in persona a schiodarsi dalla croce per prenderlo a schiaffi.

Duncan non lo guarda mai, non risponde, muove le braccia, prende la sua posizione, manda un bacio al fidato tabellone e mette i due punti.

Poi torna nella sua metà campo come niente fosse. Come se il rognoso avversario neanche esistesse.

Lasciando al malandrino provocatore solo il suono del silenzio.

Ma anche a mettere insieme tutti i suoi numeri strabilianti, tutte le sue azioni di gioco da Bibbia del basket non si cava un ragno dal buco. Perchè questa non è un’equazione, o un documentario. Qui siamo ben sopra il livello della matematica o dell’indagine giornalistica, ed è inutile cercare di capire Duncan restando in questi campi. Se voi ci avete capito qualcosa scrivetemelo pure nei commenti.
Io son sincero, non ci ho capito niente.

A 34 anni aveva già vinto quello che doveva vincere o forse di più.

Non ho capito perché non ha mollato a 35 anni dopo un’eliminazione al primo turno.

Non ho capito perché non ha mollato a 36 anni dopo che l’impietoso gap fisico atletico contro gli Oklahoma di Durant gli aveva precluso un’altra finale.

Non ho capito perché non ha mollato a 37 anni dopo una finale persa anche per colpa sua.

Non ho capito perché non ha mollato a 38 con il quinto anello al dito.

Non ho capito perché non ha mollato a 39 dopo un’eliminazione bruciante al primo turno.

E allora tanto vale andare idealmente tutti insieme a non capire in Cile.
Sull’isola di Rapa Nui per la precisione.
Lì possiamo accovacciarci ad ammirare la migliore rappresentazione plastica di Tim Duncan mai realizzata.
I Moai.
I giganteschi monoliti in tufo vulcanico che custodiscono l’isola.
Impassibili e dominanti proprio come Tim Duncan.
E proprio come Tim Duncan custodi di un segreto inconoscibile su cui ci si interroga da più di un millennio senza lo straccio di una risposta convincente.
Accontentiamoci quindi di averli potuti ammirare e, ripensandoci, godiamoceli in religioso silenzio, consci di essere  stati davanti a qualcosa di più grande sia di noi che del luogo fisico che li ospita.
Godiamoci magari il suono stesso del silenzio, come piace a Tim, e sempre in silenzio, se mai fosse possibile, facciamogli i più sinceri auguri per i suoi primi 42 anni.

Se c’è un uomo che ha veramente giocato sempre pulito è lui.

The Sound of Silence.

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in the post

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Ci vuole un fisico bestiale: LeBron James e il segreto dell’eterna giovinezza

Emanuele Sabatino

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Probabilmente la NBA non ha mai visto prima di Lebron James un giocatore di 203 cm con una forza devastante ed un’intelligenza cestistica così elevata. Una talento e una fisicità imparabili ed una longevità rarissima da trovare. Il segreto del “Chosen One” è quello di prendersi estremamente, compresi i piccoli dettagli, cura del proprio corpo. Per farlo non bada a spese infatti l’importo totale annuo alla voce “cura del corpo” si aggira intono al milione e mezzo di dollari.

Non solo, la casa di LBJ è un vero e proprio laboratorio con un team di specialisti che lo aiutano costantemente a stare al top della forma. Tra questi un ex Navy SEAL che l’aiuta nel migliorare la sua biomeccanica, ovvero la forza del core (addominali), un coach per il riposo, trainer vari, uno chef personale e massaggiatori. James dentro casa ha la vasca ghiacciata, quella bollente, una palestra completa e soprattutto una camera iperbarica.

Il suo ex compagno di squadra Mike Miller ha detto che James tratta la cura del suo corpo come un investimento, sicuro che verrà ripagato. In effetti facendo calcoli molto semplici questa costosissima cura del corpo se gli garantirà, e lo sta facendo, più anni al top e quindi di contratto è un investimento assolutamente vincente. Tutti quelli che conoscono James sanno che ha una cura maniacale, financo religiosa,  per il proprio corpo e la propria salute.

Nel 2015 venne rivelato per la prima volta il protocollo seguito dal “Chosen One” per rimanere al top: bere bevande ad alto contenuto di elettroliti nel post gara, fare spesso uso di elettrostimolazioni e vestiti speciali per far scorrere il sangue durante i viaggi aerei.

Lebron James è l’esempio che dimostra che per quanto la fortuna e la natura sia stata benevola con lui, donandogli talento ed un fisico bestiale, senza la cura maniacale dei dettagli sarebbe stato un giocatore fortissimo ma forse non il più forte di tutti per così tanto tempo. La testa del campione si vede proprio qui: dopo 15 anni ad altissimi livelli, una volta ottenuto tutto quello che si desidera, ricerca ancora il dettaglio che fa la differenza per rimanere al top ed essere il più forte di tutti, adesso e per alcuni di tutti i tempi.

 

 

 

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Kobe Bryant: -Acta est fabula, plaudite!-

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Il 14 Aprile di due anni fa ci svegliavamo con l’amaro ancora in bocca. Nella notte, Kobe Bryant con 60 punti si ritirava, lasciando al Basket la sua eredità, la sua impronta che, per certi versi, sarà difficile da eguagliare.

Siete mai stati a teatro ?

Velluto rosso ovunque, morbido alla vista oltre che al tatto. Platee colme di poltrone talmente appariscenti che ti attraggono magneticamente, talvolta anche troppo, tanto da farti crollare tra i loro bracciali qualora non riuscissi a fare l’amore con la messa in scena. Lampadari dorati che scendono come cascate da soffitti verosimilmente stanchi di essere violati nell’intimità dai più stravaganti sconosciuti ben vestiti per l’occasione.

Il sipario che si apre fa comparire due strade di fronte agli occhi dello spettatore, che non ha libero arbitrio circa la via da imboccare. Perché il teatro non lo controlli, decide lui come trattarti. Può chiuderti le palpebre ed immergerti in un mondo parallelo, farti pulsare il sangue nelle vene fino a farti sentire vivo, trasportando sia il tuo cuore che la tua mente in un viaggio che ti fa assaporare qualsiasi tipo di sentimento. Per qualche ora puoi essere il suo amante segreto, finendo per rimanerne tramortito, quasi incredulo.

Oppure sceglie di lasciarti fuori da tutto questo. Opta per annoiarti, sbattendoti in faccia la porta di quell’universo meraviglioso. Quando parlo di noia, intendo sbadigli su sbadigli che ti costringono a disprezzare il luogo medesimo oltre che lo spettacolo. E a quel punto non vedi l’ora che si concluda. Odi tutti quelli che appaiono assorti e ti guardano come il peggiore degli insensibili. Per non sentirti a disagio provi con fatica a sfondare quel muro, ma ogni tentativo risulta vano.

Io ho sempre pensato di far parte di quest’ultima cerchia di persone. Insomma, per anni sono stato quello che una volta seduto si addormentava, spesso prima che tutto iniziasse. Ero convinto che in qualche modo non potessi rientrare tra i pochi eletti aventi la fortuna di fare amicizia con quella realtà illusoria.

L’ho creduto fino al 13 Aprile scorso, quando in un’arena losangelina andava in scena, in maniera “so Hollywood”, l’ultimo atto del Macbeth shakespeariano. Stavolta però, il protagonista non era quel Michael Fassbender la cui interpretazione sarebbe potuta essere meritevole di Premio Oscar, ma il più grande attore dell’epoca moderna: Kobe Bean Bryant.

Un’esperienza mistica che mi ha consumato, che ha preso il me stesso bambino e l’ha nutrito con l’essenza delle emozioni più profonde. Ho assaggiato la purezza del vero amore, la gioia a tratti orgasmica della vittoria e il barbaro dolore della sconfitta. Alla fine, guardandomi allo specchio, ho finalmente capito di aver vissuto inconsciamente per vent’anni in un’opera teatrale.

È incredibile come la storia scritta dal più famoso poeta inglese assomigli alla carriera, e perché no anche alla vita, di Kobe Bryant.

Kobe è il generale Macbeth.

È la compulsiva brama di potere, il sangue che idealmente ha fatto scorrere in ogni luogo d’America per poterlo raggiungere. È l’iniezione di ogni goccia amara derivante dalle sconfitte per diventare completamente privo di compassione.

Bryant ha preso il furore agonistico e ha soffocato la sua coscienza poco a poco, pesi dopo pesi, canestri su canestri. È diventato un tiranno. Ha ascoltato le tre streghe del componimento di Shakespeare sussurrargli “Il bello è il brutto, il brutto è il bello” e ha deciso che quell’esclamazione l’avrebbe accompagnato per il resto dei suoi giorni, fino a diventare l’epitaffio sulla sua lapide sportiva, invertendo completamente i rapporti tra etica e morale di cui avevamo letto sui libri di filosofia fino a quel momento.

Ha distrutto i Pacers di Reggie Miller, i 76ers di Iverson, i Nets di Jason Kidd, i Magic di Howard e i Celtics dei Big Three, nell’ultimo caso vendicandosi con rabbia del trattamento da lesa maestà ricevuto nelle Finals del 2008. Si è seduto su quello che possiamo considerare il suo trono di Scozia. Si è fatto attanagliare dal terrore di perderlo e ha parlato a quattr’occhi coi demoni della paura, stringendo un patto che lo avrebbe visto compiere qualsiasi atto pur di non dover cedere lo scettro.

Si è dovuto arrendere e ha continuato a cospirare impotente, da solo contro tutti. Si è satollato di orrori durante gli anni in cui non riusciva ad andare oltre il primo turno di Playoffs, e vedeva migliaia di ore passate in palestra cadere nel dimenticatoio.


Kobe vive a metà nell’eterna dicotomia tra bene e male e, sebbene sia lui stesso in una recente pubblicità in cui è testimonial ad affermare “Don’t love me. Hate me”, ancora oggi non sappiamo se definirlo antieroe senza scrupoli o vittima di se stesso.

Avete capito bene, perché sono sicuro che una sfumatura del 24 in purple&gold non desiderasse far prendere il sopravvento al lato oscuro. È la parte che lo avrebbe reso simile a suo padre, quel “Jellybean” il cui epiteto ne descriveva perfettamente l’indole, da cui il figlio ha preso sovente le distanze. C’è stato un momento in cui Kobe non sapeva se volesse veramente essere quello che è stato. Era esitante. È qui che entra in gioco la sua ambizione ossessiva.

È quella che lo ha spinto ad essere contemporaneamente un grande re ed un villano, ogni minuto trascorso sul parquet. È stata la sua Lady Macbeth e tutti quanti ne abbiamo visto la genesi, la crescita e, al termine dell’ultima partita contro i Jazz, la morte.

Un epilogo che fa interrogare chiunque lo abbia amato, odiato e rispettato; che mette a nudo il nostro io e lo intima velatamente ad ascoltare la ragione a discapito della lusinga.

Acta est fabula, plaudite!- così si chiudeva la rappresentazione nel teatro antico.

Mamba outcosì scompare dietro il palco Kobe Bryant.

Batte le mani anche Jack.

Potete aprire gli occhi. É tutto finito.

Sipario.

Daniele Quetti – Born in the Post

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