Occhi profondi che pizzicano, fisico possente. Capelli raccolti e sguardo divertito. Lancia le parole dal basso verso l’alto, come gli sguardi. Il suo sorriso è disarmante. Inizia a raccontarsi e lo fa in un modo simpatico e cordiale, nulla a che vedere con le immagini di rocker “maledetto” che spesso lo accompagnano. Lui è Gianluca Grignani ed è proprio così: fragile e d’acciaio. E le sue espressioni dicono che è esattamente la persona che appare e la musica che fa. Un tutt’uno con la sua chitarra e una vita artisticamente poliedrica. Determinato, deciso, con un modo tutto personale di andare diritto per la propria strada, trovandosi non sempre nel posto giusto. Lui che non è un personaggio, ma una persona vera. Un artista, un cantautore, un musicista che vive della sua musica e attraverso la musica. Una musica fatta anche di forti contrasti: tonalità calde e temi profondi. E adesso che di anni ne ha 44, Grignani si è regalato una festa. Un doppio concerto per l’esattezza, all’Alcatraz di Milano il 1 Dicembre e all’Atlantico di Roma il 3 Dicembre, per festeggiare ben vent’anni di carriera. Per raccontare i sogni di quel ragazzo che nel 1995 esordiva a Sanremo con “Destinazione Paradiso”, canzone che darà poi vita all’album che venderà ben 2 milioni di copie nel mondo. E da allora quel ragazzo di strada ne ha fatta, e anche tanta. E oggi ritorna con “Una strada in mezzo al cielo”, un disco nato proprio per celebrare i vent’anni di carriera del cantautore. Un mix di successi di ieri e di oggi. Tante canzoni nate spesso per caso, una addirittura dopo una partita di tennis… Un ritorno segnato dalla maturità e dagli insegnamenti dello sport che l’hanno forgiato non solo nel fisico. Perché non è importante se vinci o se perdi. E’ importante che tu sappia chi sei. E finalmente Grignani ha trovato se stesso.

Quindi è vero che la canzone “Il re del niente” è nata dopo che hai perso una partita di tennis…

«E’ verissimo. Ti racconto un po’ come è nata. Stavo ritornando a giocare a tennis dopo tantissimo tempo. Ero in montagna e c’era un maestro di tennis non proprio simpatico. Siccome la palla in montagna è più leggera, per colpirla forte non riuscivo a tenerla bassa. Inoltre la forza fisica che mettevo mi impediva di mediarla. E questo maestro allora mi prendeva in giro. A dirtela tutta mi ha proprio buttato giù. Da lì, però, ho cominciato a giocare bene e devo dire anche con ottimi risultati. L’incipit della canzone è nato così. Perché vedi, quando giochi a tennis e non riesci ad esprimere te stesso è tremendo, non è come in una partita di calcio. Quando si perde una partita di calcio in realtà a perdere è il gruppo. Nella partita di tennis, invece, sei solo con te stesso. Poi io sono un esistenzialista…»

Però hai anche giocato nella Nazionale cantanti. Perché non ci giochi più?

«Si ho giocato nella Nazionale cantanti ma non sono proprio un grande calciatore. In realtà penso che potrei anche essere una buona ala. Però mi facevano fare questo ruolo inutile… Mio figlio dice che nel calcio sono troppo aggressivi e io sono già di mio parecchio aggressivo sia per come mi pongo che fisicamente, per cui preferisco condurre la mia aggressività e non esprimerla attraverso uno sport che non riesco a leggere. Non ho la visione del calcio perché in realtà non lo comprendo, anche se mi piace guardarlo. Preferisco gli sport individuali come lo sci».

Però sei tifoso di calcio.

«Si, dell’Inter. Questa Inter che perde mi piace. Cioè, non è che mi piace che perde, mi piace vederla giocare, perché ha delle singolarità fortissime che non sono ancora state tradotte da un allenatore reale. Però mi diverte questa pazza Inter».

Il 2016 è stato un anno importante per te, soprattutto perché ha visto l’uscita del disco “Una strada in mezzo al cielo” che festeggia il ventennale della tua carriera e racchiude tanti tuoi successi.

«Si, è un album che ho fatto in occasione del mio ventennale e che racchiude alcuni dei miei maggiori successi. Ci sono hit che canto da solo e altre che ho riproposto duettando con grandi artisti italiani: Elisa, Ligabue, Luca Carboni, Emis Killa, Briga, Federico Zampaglione. Non è detto che oltre a questo disco, che già racchiude tanti miei successi, non ne esca un altro con altrettanti successi. Perché ce ne sono davvero tanti. Ci sono certe canzoni che, anche se non sono state singoli come “Controtempo”, o “Mrs noia”, la gente vuole risentire. Addirittura persino quelle che ho scritto per Califano o per la Pausini. Ci sono altre canzoni che davvero mi piacerebbe riprendere perché in questi 20 anni c’è dentro un bel background che in certi casi è stato meno valutato, in altri di più. Quindi è giusto che io vada un po’ a risollevare il fuoco sotto la cenere, aggiungendo magari singoli nuovi. E’ un’idea che mi frulla in testa da un po’… sono in una fase creativa insomma.»

Ultimamente ti stai cimentando in tanti concerti in chiave acustica. Perché?

«I concerti in chiave acustica sono una cosa diversa, molto intima. E’ proprio la voglia di prendere una chitarra tra le mani e cantare per la gente. E poi ho scoperto che, anche con l’acustica, riesco a non annoiare. Sono andato all’origine di me stesso, chitarra e basta. Ovunque. E lì mi sono reso conto di sentire l’onda del pubblico. Così scelgo la canzone a seconda di quello che succede. Ed è una cosa che magari non potrei mai fare in un programma tv perché non sono da programma televisivo, ma so farlo sul palco perché è il mio lavoro. Sono un animale da palcoscenico, anche se con la chitarra acustica è davvero difficile venire fuori e soprattutto non annoiare è durissima.»

Ti è mai capitato di dimenticare le parole?

«E a chi non capita! Qualche volta mi è capitato e allora ho subito inventato qualcosa. Mi capita se magari sono distratto. Per fortuna esistono i gobbi. Però io a livello professionale quando canto sono molto concentrato

Cosa ne pensi della musica di oggi?

La musica sta cambiando. E la musica deve cambiare e la musica cambia quando qualcuno ha le palle per farlo. Perché servono le palle, non solo il talento.»

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