Di Andrea Corti e Matteo Di Medio

E’ il tecnico più anziano della Serie A, ma da sempre è anche un innovatore e un eccelso valorizzatore di giovani talenti: dopo tanti anni di sfide intriganti in province e in realtà non di primissimo piano Giampiero Ventura, a quasi settant’anni, si appresta ad affrontare la sfida più affascinante e importante della sua carriera calcistica. Il presidente della Federcalcio Carlo Tavecchio, in collaborazione con Marcello Lippi (che si appresta ad assumere il ruolo di Direttore Tecnico), secondo le ultime indiscrezioni hanno deciso di puntare sull’attuale allenatore del Torino come nuovo Commissario Tecnico della Nazionale dopo i prossimi Europei. Una decisione in controtendenza con il recente passato, in cui sulla panchina azzurra si sono seduti tecnici molto più giovani come Donadoni, Prandelli e Conte: ma scegliere Ventura, soprattutto in un periodo di transizione per il calcio italiano che vede protagonista una generazione di calciatori non all’altezza delle precedenti, è forse l’opzione più giusta in considerazione dell’esigenza di lanciare e valorizzare giovani talenti di cui la Nazionale ha bisogno ora come mai.

A dimostrarlo, d’altra parte, è la sua storia da allenatore, che comincia prestissimo a causa di un infortunio patito all’inizio della sua carriera da calciatore. Genovese doc (il suo quartiere è Cornigliano), dopo essere cresciuto calcisticamente nella Sampdoria proprio al fianco di quel Lippi che dovrebbe ritrovare in azzurro inizia come assistente nel settore giovanile blucerchiato, per poi andare ad allenare a partire dal 1980 squadre liguri come l’Albenga, il Rapallo, l’Entella e lo Spezia (negli ultimi due club a centrocampo può contare su un certo Luciano Spalletti). Ma per spiccare il salto nel grande calcio Ventura deve aspettare la metà degli anni 90: dopo una lunga gavetta ad affidargli la panchina di una squadra di Serie B è Maurizio Zamparini a Venezia. Per la Serie A, conquistata sul campo ma non disputata a Lecce, l’anno giusto è il 1998/99, quando porta il Cagliari di Muzzi e Zebina ad una tranquilla salvezza. Il calcio propositivo di Ventura attira l’attenzione di molti osservatori, ma al cuore non si comanda e il tecnico non sa resistere al richiamo di casa: la Samp punta di lui per tentare il ritorno in Serie A. Le cose non vanno tuttavia come si sperava e l’esperienza a Marassi dura un solo anno.

L’inizio del nuovo millennio non porta molta fortuna al tecnico genovese, che dopo un breve passaggio a Udine e il ritorno a Cagliari accetta la sfida propostagli da De Laurentiis, che lo chiama nel suo nuovo Napoli che riparte dalla C1. La promozione viene però solo sfiorata, e Ventura continua il suo girovagare che lo porta a annate non molto positive a Messina e Verona. La prima vera svolta arriva nel 2007, quando va ad allenare l’ambizioso Pisa: all’ombra della Torre riesce a valorizzare il talento di Alessio Cerci e a dare spettacolo con un modulo ultra-offensivo, il 4-2-4, che per un periodo diventerà il suo marchio di fabbrica ispirando anche Antonio Conte. E proprio del futuro CT Ventura si ritrova a raccogliere l’eredità sulla panchina del Bari neopromosso in Serie A: in Puglia riesce a compiere un vero capolavoro, lanciando nel calcio d’élite i vari Bonucci, Ranocchia e Barreto e portando i ‘Galletti’ al decimo posto in classifica (record del club). L’anno dopo, complici le cessioni in massa operate sul mercato dalla società, le cose non vanno altrettanto bene, e Ventura si dimette a metà stagione.

Riparte da Torino a giugno 2011 quando Cairo lo ingaggia facendogli firmare un contratto annuale. Anche qui il tecnico ligure fa valere il suo tratto distintivo fatto di tanto lavoro sul campo e un carattere impetuoso che l’ha sempre contraddistinto. Grazie a lui i Granata tornano in Serie A dopo una cavalcata che li porta alla promozione matematica con una giornata d’anticipo. Sempre attento alle giovani leve, lancia giocatori del calibro di Darmian, Ogbonna e quel Kamil Glik, oggi capitanissimo del Toro.

La stagione successiva ritrova ad allenare il suo pupillo Alessio Cerci, dopo l’esperienza a Pisa, consacrandolo come una delle migliori ali offensive del calcio nostrano.

Anche in questo campionato, Ventura centra l’obiettivo della salvezza con una giornata d’anticipo.

Nella Serie A 2013/2014, il Toro si consacra come realtà del campionato italiano ottenendo un sontuoso settimo posto e qualificazione all’Europa League in virtù dell’esclusione del Parma finito una posizione sopra. In questo anno, esplode definitivamente Cerci, il figlioccio che tante volte lo ha fatto arrabbiare come in quell’intervallo di Torino-Milan in cui i due non se le mandarono a dire con conseguente malore del tecnico. Accanto a lui, brilla il talento dell’ennesimo giovane, quel Ciro Immobile che aveva fatto innamorare Pescara ai tempi di Zeman ma che, nella parentesi non esaltante a Genova sponda rossoblù, non era più tornato ai suoi livelli. In maglia granata, grazie alle intuizioni tattiche di Ventura, l’attaccante napoletano spicca il volo e con 22 reti all’attivo conquista il titolo di capocannoniere.

Ma il miracolo più bello della sua storia a Torino, il tecnico lo compie in occasione dei sedicesimi di finale di Europa League nel 2015 quando, da sfavoritissimo, conquista il passaggio agli ottavi, grazie ad una incredibile vittoria contro l’Athletic Bilbao al San Mamès per 2-3. Impresa che quasi si ripete nel turno successivo contro lo Zenit San Pietroburgo, dove viene eliminato dai russi in virtù di un solo goal in meno segnato nella doppia sfida. Nello stesso anno, però, corona il sogno granata, durato 20 anni, di battere nel derby la Juventus con il risultato di 2 a 1.

Nella stagione appena terminata non riesce a ripetere le gesta del passato, con prestazioni altalenanti, contestazione dei tifosi e un anonimo 12esimo posto malgrado il ritorno di Immobile dopo le esperienze a Dortmund e Siviglia. Malgrado questo, Ventura riesce anche questa volta a mettere in luce giovani dalle grandi promesse come Belotti, Benassi e la coppia Baselli/Zappacosta, già in spolvero con l’Atalanta.

A quasi 70 anni, Ventura ha adesso la sua grande occasione, attesa da tutta una vita. Per lui, che allenare è quasi passione carnale tanto da farsi affibbiare il soprannome di Mr Libidine dopo le dichiarazioni ai tempi del Bari “ormai alleno per libidine” – e del primo anno al Toro – “Tra andare ad allenare una squadra di serie A per vivacchiare e portare il Torino in serie A, visto che alleno per libidine. Beh, lasciatemelo dire, questa è libidine pura”, questa deve essere proprio una goduria.

Andrea Corti – Matteo Di Medio

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