4 gennaio 2018, Orlando: i Rockets sbancano l’Amway Center, annientando i Magic grazie al loro top scorer, che sigla 27 punti. 5 gennaio, Houston: stavolta i Razzi devono arrendersi alla corazzata Warriors, pur rimanendo in partita fino all’ultimo sempre grazie ai 29 punti di uno dei suoi. Chi sarà costui, il solito immarcabile James Harden? Oppure quel genio tattico di Chris Paul? Nessuno dei due. Al contrario, è un giocatore lontano dai radar NBA per diversi mesi, che firmato coi Rockets solo a fine dicembre. Ebbene sì, stiamo parlando proprio di Gerald Green. Uno di quei fenomeni dal talento smisurato, che però non ha mai saputo trovare la sua dimensione all’interno della Lega. Uno di quelli la cui vita sgangherata merita senza dubbio le poche righe di quest’articolo.

 

Il suo approdo a Houston appare come la più classica Ringkomposition, visto che il buon Green è nato proprio nella città texana nel gennaio del 1986. E’ qui che muove i primi passi, è qui che prova i primi salti verso il canestro. Del resto, siamo nella Space City e protendersi verso il cielo è quasi un obbligo morale. Per giunta il piccolo Gerald mostra fin da subito delle doti atletiche innate, raggiungere il canestro non è mai sembrato così facile per un ragazzino.

E così mamma e papà gli montano un canestro sul portone di casa, arrugginito e penzolante, ma per lui quello sembra proprio un canestro NBA. Passa i pomeriggi palleggiando, tirando e soprattutto schiacciando al canestro. Finchè un giorno, però, succede il fattaccio: Gerald prova l’ennesima schiacciata, ma l’anello del diploma della madre che porta sempre al dito s’incastra in uno dei chiodi del canestro, troncandogli l’anulare dalla mano. Un dolore atroce, a cui deve seguire inevitabile l’operazione: amputazione del dito.


Dopo l’incidente Gerald tornerà comunque a giocare, con risultati invidiabili, ma aspetterà ben 5 anni prima di riprendere nuovamente a schiacciare al ferro. Ormai ha sedici anni, è al primo anno alla Dobie High School e alcuni suoi compagni lo prendono continuamente in giro: a parte quella mano destra ridicola con sole quattro dita, ma è possibile che uno con quel fisico, con quell’atletismo non riesca a aggrapparsi al ferro? E allora lui, stufo di quelle derisioni, decide di smentirle tornando a fare quello per cui sembra nato: librarsi in aria col pallone a spicchi.

 Purtroppo però alla Dobie High School non c’è molto spazio per lui, tant’è che viene mandato alla Gulf Shores Academy, che si occupa soprattutto di ragazzi in difficoltà. In un contesto simile, Gerald inizia a brillare come la stella della squadra, rivestendo il ruolo di trascinatore. Jumper, tiri dalla lunga distanza, schiacciate sono il suo pane quotidiano. E alla fine del suo ultimo anno le cifre parlano chiaro: 33 punti, 12 assist, 7 rimbalzi di media, riconoscimento di All-American, di miglior marcatore all’All-Americans Game e di vincitore allo Slam Dunkest. Cosa volere di più? I paragoni si sprecano, tant’è che il suo stile viene associato a gente come Tracy McGrady.



E quando vengono fatti simili confronti, si può perdere facilmente la testa. Deve essere successo proprio questo all’agente di Green, quando gli consiglia di passare subito tra i professionisti senza passare dal College. Una pratica ora per fortuna non più ammessa, con la quale molti giovani talenti si sono letteralmente rovinati la carriera (Robert Swift vi dice niente?). Una pratica che mina seriamente anche l’inizio della carriera del nostro protagonista. Perché dopo che nel giugno 2005 i Celtics lo hanno selezionato con la diciottesima scelta – molto più in basso di quanto gli addetti ai lavori credessero -, Green si ritrova a lottare per giocare scampoli di partita, a causa della spietata concorrenza nel suo ruolo, occupato da Pierce e Szczerbiak.

Alla fine, dopo due infelici anni ai Celtics e la vittoria dello Slam Dunk Contest nel 2007, inizia un lunghissimo peregrinaggio. Nel giro di sei anni cambierà innumerevoli squadre Nba, venendo spedito più volte in D-League. Nel 2009 addirittura si sposterà in Russia, prima al Lokomotiv Kuban e poi al Samara, per poi tornare nuovamente in America dopo una breve parentesi in Cina. E dopo quest’Odissea infinita, Gerald finalmente trova pace nel 2013, quando viene scambiato ai Suns. A Phoenix disputerà la miglior stagione della sua carriera, siglando 16 punti a partita col 40% da 3 e distinguendosi come un sesto uomo letale. Per sfortuna i Suns non raggiungono i playoff, ma Green ha finalmente trovato la sua dimensione nella Lega.

O forse non ancora. Complice il suo caratterino tutt’altro che pacato, il nativo di Houston non mantiene le stesse cifre l’anno dopo, tant’è che i Suns lo tradano con gli Heat. A Miami, da riserva di Wade, disputa una discreta stagione e raggiunge le semifinali di Conference, ma anche stavolta viene scambiato a fine anno, destinazione Boston. E anche qui, dopo una stagione incolore, verrà scaricato dalla sua squadra.

 Siamo a settembre 2017, la Regular Season sta per ricominciare eppure il nostro eroe non trova una squadra. A ottobre sembra aver concluso un accordo con Milwaukee, ma di lì a poco i Bucks lo tagliano. Carriera al capolinea? Sembrerebbe di sì, se non arrivasse la chiamata dalla sua città natale. Vuoi provare a giocare con noi Gerald? Il tuo stile di gioco sembra combaciare con la nostra idea di basket.” . Detto fatto. In poche partite Green diventa un uomo chiave per Houston partendo dalla panchina. Le cifre parlano di 13 punti e 3 rimbalzi a partita, non male per uno che ormai stava ai margini della Lega. Quanto durerà tutto questo? Difficile dirlo, con un giocatore da sempre molto incostante. Per ora godiamocelo così com’è, mentre schiaccia al canestro con le sue quattro dita, ammirando quella che è un’autentica rinascita cestistica.

 

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