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Gerald Green: come toccare il cielo con 4 dita

Lorenzo Martini

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4 gennaio 2018, Orlando: i Rockets sbancano l’Amway Center, annientando i Magic grazie al loro top scorer, che sigla 27 punti. 5 gennaio, Houston: stavolta i Razzi devono arrendersi alla corazzata Warriors, pur rimanendo in partita fino all’ultimo sempre grazie ai 29 punti di uno dei suoi. Chi sarà costui, il solito immarcabile James Harden? Oppure quel genio tattico di Chris Paul? Nessuno dei due. Al contrario, è un giocatore lontano dai radar NBA per diversi mesi, che firmato coi Rockets solo a fine dicembre. Ebbene sì, stiamo parlando proprio di Gerald Green. Uno di quei fenomeni dal talento smisurato, che però non ha mai saputo trovare la sua dimensione all’interno della Lega. Uno di quelli la cui vita sgangherata merita senza dubbio le poche righe di quest’articolo.

 

Il suo approdo a Houston appare come la più classica Ringkomposition, visto che il buon Green è nato proprio nella città texana nel gennaio del 1986. E’ qui che muove i primi passi, è qui che prova i primi salti verso il canestro. Del resto, siamo nella Space City e protendersi verso il cielo è quasi un obbligo morale. Per giunta il piccolo Gerald mostra fin da subito delle doti atletiche innate, raggiungere il canestro non è mai sembrato così facile per un ragazzino.

E così mamma e papà gli montano un canestro sul portone di casa, arrugginito e penzolante, ma per lui quello sembra proprio un canestro NBA. Passa i pomeriggi palleggiando, tirando e soprattutto schiacciando al canestro. Finchè un giorno, però, succede il fattaccio: Gerald prova l’ennesima schiacciata, ma l’anello del diploma della madre che porta sempre al dito s’incastra in uno dei chiodi del canestro, troncandogli l’anulare dalla mano. Un dolore atroce, a cui deve seguire inevitabile l’operazione: amputazione del dito.


Dopo l’incidente Gerald tornerà comunque a giocare, con risultati invidiabili, ma aspetterà ben 5 anni prima di riprendere nuovamente a schiacciare al ferro. Ormai ha sedici anni, è al primo anno alla Dobie High School e alcuni suoi compagni lo prendono continuamente in giro: a parte quella mano destra ridicola con sole quattro dita, ma è possibile che uno con quel fisico, con quell’atletismo non riesca a aggrapparsi al ferro? E allora lui, stufo di quelle derisioni, decide di smentirle tornando a fare quello per cui sembra nato: librarsi in aria col pallone a spicchi.

 Purtroppo però alla Dobie High School non c’è molto spazio per lui, tant’è che viene mandato alla Gulf Shores Academy, che si occupa soprattutto di ragazzi in difficoltà. In un contesto simile, Gerald inizia a brillare come la stella della squadra, rivestendo il ruolo di trascinatore. Jumper, tiri dalla lunga distanza, schiacciate sono il suo pane quotidiano. E alla fine del suo ultimo anno le cifre parlano chiaro: 33 punti, 12 assist, 7 rimbalzi di media, riconoscimento di All-American, di miglior marcatore all’All-Americans Game e di vincitore allo Slam Dunkest. Cosa volere di più? I paragoni si sprecano, tant’è che il suo stile viene associato a gente come Tracy McGrady.



E quando vengono fatti simili confronti, si può perdere facilmente la testa. Deve essere successo proprio questo all’agente di Green, quando gli consiglia di passare subito tra i professionisti senza passare dal College. Una pratica ora per fortuna non più ammessa, con la quale molti giovani talenti si sono letteralmente rovinati la carriera (Robert Swift vi dice niente?). Una pratica che mina seriamente anche l’inizio della carriera del nostro protagonista. Perché dopo che nel giugno 2005 i Celtics lo hanno selezionato con la diciottesima scelta – molto più in basso di quanto gli addetti ai lavori credessero -, Green si ritrova a lottare per giocare scampoli di partita, a causa della spietata concorrenza nel suo ruolo, occupato da Pierce e Szczerbiak.

Alla fine, dopo due infelici anni ai Celtics e la vittoria dello Slam Dunk Contest nel 2007, inizia un lunghissimo peregrinaggio. Nel giro di sei anni cambierà innumerevoli squadre Nba, venendo spedito più volte in D-League. Nel 2009 addirittura si sposterà in Russia, prima al Lokomotiv Kuban e poi al Samara, per poi tornare nuovamente in America dopo una breve parentesi in Cina. E dopo quest’Odissea infinita, Gerald finalmente trova pace nel 2013, quando viene scambiato ai Suns. A Phoenix disputerà la miglior stagione della sua carriera, siglando 16 punti a partita col 40% da 3 e distinguendosi come un sesto uomo letale. Per sfortuna i Suns non raggiungono i playoff, ma Green ha finalmente trovato la sua dimensione nella Lega.

O forse non ancora. Complice il suo caratterino tutt’altro che pacato, il nativo di Houston non mantiene le stesse cifre l’anno dopo, tant’è che i Suns lo tradano con gli Heat. A Miami, da riserva di Wade, disputa una discreta stagione e raggiunge le semifinali di Conference, ma anche stavolta viene scambiato a fine anno, destinazione Boston. E anche qui, dopo una stagione incolore, verrà scaricato dalla sua squadra.

 Siamo a settembre 2017, la Regular Season sta per ricominciare eppure il nostro eroe non trova una squadra. A ottobre sembra aver concluso un accordo con Milwaukee, ma di lì a poco i Bucks lo tagliano. Carriera al capolinea? Sembrerebbe di sì, se non arrivasse la chiamata dalla sua città natale. Vuoi provare a giocare con noi Gerald? Il tuo stile di gioco sembra combaciare con la nostra idea di basket.” . Detto fatto. In poche partite Green diventa un uomo chiave per Houston partendo dalla panchina. Le cifre parlano di 13 punti e 3 rimbalzi a partita, non male per uno che ormai stava ai margini della Lega. Quanto durerà tutto questo? Difficile dirlo, con un giocatore da sempre molto incostante. Per ora godiamocelo così com’è, mentre schiaccia al canestro con le sue quattro dita, ammirando quella che è un’autentica rinascita cestistica.

 

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Scary Terry Rozier, l’underdog che ce l’ha fatta

Lorenzo Martini

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Le Finals sono ormai finite, con Golden State che si è aggiudicata l’anello, ma che ha dovuto comunque fare i conti con un Lebron in grande spolvero alla guida dei suoi Cavs. Ma a differenza degli scorsi anni, l’approdo alle Finals delle due squadre è stato tutt’altro che semplice. Se a Ovest i Warriors sono stati vicinissimi al baratro contro degli straordinari Houston Rockets, a Est Cleveland solo all’ultimo l’ha spuntata contro Boston.

Sui Celtics si è parlato molto in questi mesi. Una squadra privata delle sue due stelle per quasi tutto l’anno – prima Hayward a inizio Regular Season, poi Irving – che ha sfiorato l’impresa contro i vicecampioni in carica, grazie all’acume tattico di Brad Stevens, all’incredibile maturità di Tatum, alla solidità di Horford, al meraviglioso gioco corale. E tra i tanti giocatori che hanno dato il loro contributo, ce n’è uno che si è distinto particolarmente per la sua metamorfosi. Un signor nessuno protagonista di una stagione clamorosa. Un certo Terry Rozier, la cui storia è davvero illuminante.

Se volete ambientare una scena drammatica e densa di criminalità, la Youngstown, cittadina in Ohio, dei primi anni ‘90 è il luogo perfetto per voi. Sparatorie, gang criminali, spaccio, trovate di tutto. Se invece dovete crescere vostro figlio, non è proprio il luogo ideale. Ma la situazione in cui si trova Gina Tucker è ancor più difficile: dopo soli due mesi dalla nascita del suo Terry jr, il marito viene condannato a otto anni di reclusione per rapina e la giovane donna è costretta a crescere suo figlio da sola. Abbandona gli studi e trova lavoro in un KFC, ma vive nel terrore che qualcuno possa fare del male ai suoi cari a tal punto da nascondere ben 3 pistole in casa. E dal canto suo il piccolo Terry è fin troppo vispo: salta per casa come un indemoniato, lancia sassi nelle case dei vicini, è talmente curioso che si teme il giorno in cui per caso troverà quelle armi nascoste e causerà una disgrazia.

Proprio per questo mamma Gina decide di affidarlo alla madre, Amanda, che vive a Shaker Heights, un sobborgo di Cleveland. Tra l’altro Amanda già tiene in custodia Tre’Dasia, altra figlia di Gina avuta con un altro uomo, costretta sulla sedia a rotelle a causa di seri danni cerebrali. Ma la convivenza tra Terry e la nonna non è delle più felici: il bambino è sempre più scapestrato e a volte fa piangere nonna Amanda, mal sopportando l’assenza della madre, dopo un’ infanzia trascorsa senza una figura paterna.

Finchè però il padre non esce di galera. Malgrado le sbarre papà e figlio hanno sempre mantenuto un rapporto bellissimo, che inizia a consolidarsi quando i due possono finalmente passare del tempo insieme. Terry jr insegna al padre a giocare ai videogames, l’altro ricambia trasmettendogli la passione per la boxe e portandolo al playground, a giocare a basket coi più grandi. Ma è un periodo idilliaco di breve durata: dopo un’estate sempre insieme, il padre viene nuovamente condannato a 13 anni di galera, poiché complice in una rapina in cui perde tragicamente la vita un diciassettenne.

Questo nuovo distacco dal padre rende Terry sempre più violento, gli scatti d’ira sono all’ordine del giorno. La madre decide allora di iscriverlo in una scuola ad hoc per ragazzi con disturbi caratteriali. Ed è qui che mostra un potenziale cestistico impressionante: grazie ad una crescita fisica esponenziale,diventa un mix di tecnica e velocità difficile da contenere, unita ad una rabbia latente che lo motiva profondamente.

Dopo qualche anno, un giorno Terry torna a Youngstown per la festa del ringraziamento, felice di ripercorrere le strade della sua infanzia. Ma la città non lo accoglie a braccia aperte. Si dà il caso infatti che quello stesso giorno in un locale un losco personaggio litighi pesantemente con suo zio, al punto da minacciare di morte tutti i suoi cari. E’ l‘inizio di una notte di puro terrore: Terry, in casa con altri bambini, deve nascondersi tra le mura domestiche mentre la nonna è in guardia pronta a farli scappare. Per fortuna non succederà nulla fino all’arrivo dell’alba, ma l’episodio fa capire al ragazzo che quella non deve essere la sua vita.

E così si butta a capofitto nel basket. Diventa il miglior giocatore della sua scuola, è immarcabile. Peccato però che, dopo l’High School, non riesca ad accedere alla Louisville University e deve accontentarsi dell’Hargrave Military Academy. Qui le condizioni di vita sono durissime: sveglia alle 5.45, coprifuoco alle 22, lavoro nella mensa. Sono mesi difficili per Rozier, che spesso si ritrova di notte nel suo letto a piangere.

Ma l’anno dopo finalmente accede a Louisville. E vi accede profondamente cambiato, più maturo e più consapevole dei suoi mezzi. Il resto è solo il giusto riconoscimento per i suoi sacrifici: 2 anni a Louisville da assoluto protagonista, conditi con una Final eight, l’approdo in NBA nel 2015 con la sedicesima scelta, indossando la canotta della franchigia più titolata di sempre, 2 anni ai Celtics tra alti e bassi, in attesa dell’occasione della vita, infine la consacrazione. Per capire di che pasta sia fatto basta vedere la prima da titolare, il 31 gennaio scorso: tripla doppia da 17 punti, 11 rimbalzi e 10 rimbalzi e una voglia di spaccare il mondo impressionante.

Con l’infortunio di Irving Scary Terry si carica la squadra sulle spalle. Gli avversari nemmeno lo conoscono, ma già lo temono. Che sia portar palla nei momenti clou, tirare un tripla quando la palla scotta o prendere un rimbalzo, lui non si tira fa pregare. Può sbagliare, ma di certo non si tira indietro. E sono in tanti a tifare per lui, da mamma Gina e nonna Amanda sugli spalti, al padre in carcere, con la cella tappezzata di foto del figlio.

La stagione non si è conclusa come sperava, ma non importa. Terry è un ragazzo del ’94, con la testa sulle spalle e un potenziale spaventoso. Non è più un underdog, ora tutti sanno di cosa è capace. E se continua a migliorarsi in questo modo, a credere sempre di più in se stesso, ne vedremo delle belle. E se c’è un avversario da temere, quello è Scary Terry.

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Predrag Stojakovic, il miglior tiro che non sia mai entrato

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Compie oggi 41 anni Pedrag Stojakovic, uno delle mani più educate della Storia Nba. Un cecchino, il cui destino fu legato indiscutibilmente al tiro più importante della sua carriera.

Ci siamo.

È il momento.

20 secondi al termine della partita.

Bibby palla in mano sul lato destro con Bryant addosso.

Consegnato nelle mani di C-Webb.

Ribaltamento per Brother Hedo.

Partenza andando a sinistra.

Shaw rimane piantato a terra.

Arriva l’aiuto di Fox.

Palla a Peja e…

È una macchina”. Quante volte in ambito sportivo l’abbiamo detto o sentito? Tante, forse troppe. La genesi di quest’affermazione si ha nel momento in cui lo spettatore viene completamente tramortito dalla straordinarietà di quello a cui sta assistendo. E quando all’uomo una cosa appare come irripetibile in prima persona, egli tende impulsivamente a non considerare l’ipotesi che ci sia qualcuno appartenente alla sua stessa razza che possa riuscirci. Da qui la metafora sovra citata.

Si tratta di un modo di dire abituale ma inopportuno, perché tra i due termini vi sono delle differenze piuttosto significative.

Quale caratteristica propria della macchina è irrintracciabile nell’uomo? L’infallibilità. Un marchingegno progettato per fare canestro da metà campo, una volta messo in moto e piazzato dove deve stare, brucia la retìna presumibilmente all’infinito, o almeno fino all’avvento di qualche guasto tecnico, mentre anche il miglior specialista di tutti i tempi è destinato a sbagliare con una certa ciclicità – tranne Jamal Crawford in “206 mode” ON, di questo ne sono più che convinto.

E poi le persone hanno un cervello (o almeno così si dice). Pensano, provano emozioni e le loro gesta vengono influenzate da ciò che le circonda. Questo cambia tutto, in special modo se sei uno sportivo professionista e, a maggior ragione, se giochi a pallacanestro e sei un tiratore.

Il mondo dei tiratori è diverso da quello degli altri giocatori.

È fatto di strisce, di alti e bassi; di momenti in cui te la senti e vedi il canestro talmente immenso da poter tirare bendato, con la mano debole ed essere più che convinto di riuscire a segnare; di partite in cui invece non metteresti nemmeno un tiro aperto, con metri di spazio a disposizione.

La testa domina la mano e dunque capita che, se vedi la prima conclusione andare dentro, le altre saranno solo una conseguenza di quell’atto iniziale. Acquisti fiducia che si tramuta in un maggior numero di tiri tentati. Non ti fermi. Viceversa se sbagli puoi prendere paura ed andare completamente fuori ritmo, facendoti domare dalle tue sensazioni fino a nasconderti dietro ai tuoi avversari, sparendo in qualche modo dal campo.

Dall’esito del primo tiro di un match può dipendere l’impatto che il singolo tiratore avrà sullo stesso.

E d’altra parte se lo diceva anche uno come Juan Sebastian Veròn – pur praticando un altro sport – che dal primo pallone toccato avrebbe capito subito che tipo di partita sarebbe andato a fare, da fenomeno o da fantasma (nella maggior parte dei casi barrate A), un fondo di verità questa teoria la deve avere per forza.

La quotidianità cestistica per uno shooter è qualcosa di arduo con cui confrontarsi e passa attraverso una speciale metamorfosi alla quale è obbligato a sottoporsi. Deve modificare la sua natura trasformandosi in qualche cosa di meccanico, di  non condizionabile, per vivere in campo come se fosse una di quelle statuine presenti nelle bolle di vetro natalizie col polistirolo a fare da neve finta.

Sottovuoto. Non deve sentire se non di riflesso, scevro da qualsivoglia evento esterno che lo possa far pensare anche solo un millisecondo, frazione che può fare la differenza tra un pulito schiaffo del nylon e una mattonata in zona ferro.

È tutt’altro che facile, perché un conto è sparare da tre nel campetto sotto casa coi tuoi amici. Un altro è farlo nelle minors con qualche centinaia di persone – a star larghi – che ti guardano. Un altro ancora è vedersi consegnare in mano da Hedo Turkoglu il pallone che può voler dire NBA Finals e, visti i New Jersey Nets della stagione 2002, probabilmente titolo. Alla ARCO Arena di Sacramento. Di fronte a 17317 tifosi a cui se ad inizio anno avessero detto che la loro stagione sarebbe dipesa da una bomba del miglior tiratore della lega dell’epoca, in angolo, da solo, avrebbero iniziato a Novembre la parata per le strade della città californiana.

Il contesto in cui le azioni vengono compiute è di imprescindibile importanza e la sera del 2 Giugno 2002 la cornice a Sacramento aveva sicuramente un qualche cosa di apocalittico. Non c’entrava il fatto che fosse una gara 7 o che si giocasse per la partecipazione alle Finals. C’era la sensazione che quella partita ci avrebbe consegnato un’altra NBA.

Contrapposti ai Kings più belli dell’era moderna si trovavano i Los Angeles Lakers di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal, freschi di back to back.

Se avessero vinto i lacustri sarebbe stato three-peat, con buona pace di Jason Kidd, Kittles, Van Horn e del New Jersey intero. L’accesso diretto con permanenza eterna nell’Olimpo del basket. Un’impresa che pochi bipedi possono vantarsi di aver portato a termine.

Per quei Kings invece era la grande opportunità di terminare l’egemonia gialloviola e approdare in finale per tentare di vincere un anello che veniva meno dal 1951, quando la franchigia si chiamava Rochester Royals e aveva sede nello stato di New York. Con un Vlade Divac 34enne, un Chris Webber nel pieno dei propri poteri, un Mike Bibby baciato dal Dio del talento e un supporting cast di tutto rispetto.

I primi sei atti della serie furono epici. Dal presunto avvelenamento del room service a Kobe Bryant pre gara2, a Phil Jackson che definisce Sacramento come una città “semicivilizzata” in cui “abbondano le vacche” e i tifosi Kings che rispondono presentandosi coi campanacci all’arena, passando per il buzzer beater di Horry in gara4 allo Staples Center, fino alla famosa gara6 a detta di molti “rigged”, truccata, in cui i Lakers arrivarono a tirare 21 liberi nel quarto finale, con Divac e le mèches di Scott Pollard fuori prematuramente per falli.

La partita è punto a punto e, quando il tabellino recita 99-98 Lakers, sul cronometro sono rimasti 20 secondi al termine dell’ultimo periodo.

È uno di quei momenti in cui devi privilegiare l’istinto a discapito della ragione. Devi pensare a chi sei e non al luogo in cui ti trovi e alla posta in palio. O forse non devi pensare per niente. Specie se sei un tiratore. Ma allo stesso tempo sono anche gli attimi in cui è praticamente impossibile non essere scalfiti dall’atmosfera che ti circonda.

A chi guarda, però, tutto questo interessa relativamente. Anche perché il destinatario del passaggio di Turkoglu è Peja Stojakovic o, se preferite, citando alla lettera Larry Joe Birdil miglior tiro della storia del basket”. E in quell’istante tutti, ma proprio tutti, abbiamo pensato “è una macchina”.

Il serbo assomigliava davvero ad un dispositivo creato solo ed esclusivamente per fare canestro dalla lunga distanza. In carriera ha vinto per due anni consecutivi (2002 e 2003) il 3 point contest dell’All Star Game. Un cecchino che ancora oggi si trova al nono posto, a quota 1760, nella classifica per tiri da tre messi a bersaglio nella NBA. Uno che ha terminato la sua esperienza nella lega con il 40% oltre l’arco. Per una volta forse il paragone non faceva una piega.

L’idea che potesse sbagliare non era contemplata. Non lui. Non con 3 metri di spazio davanti.

Ma Peja, prima che un tiratore, era un uomo. E gli uomini sbagliano di continuo.

Affretta il tiro.

AIRBALL.

 Il vuoto.

Il pallone non va neanche vicino dal toccare il ferro e cade tra le mani di O’Neal, a cui viene fatto immediatamente fallo. La telecamera cerca subito il viso dell’ala dei Kings. Non ci crede nemmeno lui. Figuratevi i tifosi, i compagni e coach Adelman, che anche se applaude, dentro di sé non può che pensare di aver perso la più grande chance per vincere la partita.

In realtà poi si andò ai supplementari e Sacramento avrebbe potuto farcela ancora. Ma senza Divac causa falli (Shaq era difficile da tenere) e complice la maggior freschezza fisica dei Lakers, si arresero. E poi, nella testa di tutti, cresceva sempre più l’idea che i Kings quella gara 7 l’avevano persa prima.

 Lì, in quell’angolo sinistro, con Peja e il nulla attorno a lui.

Il miglior tiro che non sia mai entrato.

Quel maledetto epilogo  ci intima a non essere mai troppo sicuri di noi stessi. Di quello che vediamo o crediamo. Ci fa capire come in realtà l’errore faccia parte della nostra vita e sia sempre dietro l’angolo. E può capitare in qualsiasi momento. L’unica cosa che possiamo fare,come uomini, è lavorare minuziosamente su noi stessi per poter evitare che si ripeta, o quantomeno per limitarne la frequenza.

Anni dopo quella partita rividi Peja. Contro i miei Lakers. Di nuovo. Giocava a Dallas ed era il primo turno dei Playoffs 2011.

Ogni volta che la palla lasciava la sua mano accarezzava il cotone.

Da tifoso gialloviola sanguinai.

Da amante della pallacanestro e dell’umanità ringraziai per quello spettacolo.

Daniele Quetti – Born in the Post

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Krešimir Ćosić, la leggenda del Fenomeno che disse di No alla Nba

Matteo Latini

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Spiegarlo ai giovani di oggi forse è quasi impossibile, però c’è stato un tempo in cui l’America non era il tutto del pianeta cestistico, ma solo una parte di esso. Se era vero che loro il gioco lo avevano inventato, dall’altra parte delle pozzanghera gli si aveva dato un senso compiuto ugualmente altissimo. E se è altrettanto esatto che fossero per primi gli Stati Uniti a guardare con sospetto a chi dall’Europa voleva palleggiare oltre Oceano, poteva capitare che qualcuno fossero proprio loro a cercarlo. Ma poteva anche capitare che quel qualcuno rispondesse con un “no, grazie”. Addirittura due volte. Lo face, per esempio, Krešimir Ćosić, che magari oggi lo racconterebbe sorridendo, se solo il destino non lo avesse richiamato in panchina per l’eternità un 25 maggio del 1995, ad appena 47 anni. Maledettamente troppo presto.

Lui, Ćosić, gli americani sarebbero stati ben contenti di buttarlo sui loro parquet più belli, più ricchi e lucenti. Peccato che si fossero visti respinti, perché quei 210 centimetri di rara bellezza cestistica se ne voleva tornare a casa sua, in quella Zara da cui era partito per l’avventura universitaria.

L’aereo l’aveva preso nel 1971 Krešimir Ćosić, ventitreenne che in quella Jugoslavia Stati Uniti d’Europa già faceva gola a mezzo campionato. Era nato nel ’48, a Zagabria. Sangue croato puro, in tempi duri dove tirarsi fuori dalla miseria. Krešimir cresce tanto in altezza, troppo poco nel peso. Tocca i due metri, che su quel fisico scavato fanno quasi impressione. Leggenda narra che tra gli amici venisse anche schermito col nomignolo Auschwitz, perché così lungo e incredibilmente magro faceva tornare alla mente chi nei campi di sterminio vi era stato veramente. Eppure, con le mani ci sapeva fare. Tradizione nazionale, d’altra parte: in Jugo la sensibilità nei polpastrelli è roba all’ordine del giorno, largamente diffusa e specie protetta. Gli strizzano l’occhio a Zara, dove Ćosić si è trasferito ancora bambino, con tutta la famiglia. Entra presto nello Zadar e neanche quindicenne è già nel mondo dei grandi. La canotta gliel’ha lanciata Enzo Sovitti, che del club ne è coach ma soprattutto anima. Perché Saviotti è uno dei pionieri della palla a spicchi: ha iniziato a sbattere a terra il pallone quando ancora i parquet non esistevano e mica tutti sapevano cosa fosse questa cosa di lanciare una sfera in una retina e non dentro una porta.

 

Nel ’65 arriva già il primo alloro: una vittoria del campionato che verrà centrata anche due stagioni più tardi e quella successiva ancora, quando ormai il timone del comando è passato da Saviotti a Zdrilić. Tanto basta perché un altro guru del basket jugoslavo, Ranko Žeravica, scelga anche il nome di Ćosić per la Nazionale in partenza per il Messico e i giochi olimpici del 1968, in una parata di stelle che ospita anche Pero Skansi e soprattutto Radivoj Korać, uno talmente tanto forte che dopo la sua prematura scomparsi gli verrà intitolato il secondo trofeo europeo per importanza dietro la Coppa dei Campioni. In Messico, Krešimir fa la sua figura, partendo spesso dalla panca e mettendo i punti che contribuiscono alla cavalcata dal girone alla finale. Di minuti però ne accumula tanti, anche in semifinale, quando ne gioca 21 nel match che vede la Jugoslavia spuntarla di appena una lunghezza su quell’altra superpotenza chiamata URSS. In finale, il minutaggio cala invece a 13. Ćosić ne mette comunque 4, ma contro gli Stati Uniti valgono a poco. La Jugo riesce a rimanere incollata fino all’intervallo lungo e all’ultima sirena sono appena cinque le lunghezze che separano gli slavi da un oro che finisce invece al collo di due future stelle Nba: Jo Jo White e Spencer Haywood, destinati a mettersi al dito l’anello l’uno con Boston e l’altro con Los Angeles. E di lì a poco, anche Ćosić conoscerà quella parte di globo.

Ci arriva nel 1971, da studente universitario e reclutato dalla Brigham Young University, in quell’Utah così bianco e religioso dove la parola di Dio viene ascoltata molto prima che quella dell’uomo. Ma per quello che ormai per tutti è semplicemente Kreso, l’esperienza varrà molto più che in termini sportivi. Se dalla Croazia parte solo un ragazzo, ne tornerà un uomo cambiato dal profondo. Nella Salt Lake Valley, Kreso scopre qualcosa di più alto di lui, si converte alla Chiesa, diventa Mormone. Ne sposerà talmente tanto la causa che al ritorno nella vecchia patria non si accontenterà di professarne il verbo, ma si spenderà in prima persona per tradurne i testi in croato. Quello che però riceve, Kreso finisce col restituirlo con gli interessi, sotto forma di basket. Perché da quelle parti, un lungo così raramente lo hanno visto. Un 2.10 con quelle mani è merce rara, prodotta in poche parti del mondo. Ed è merito della scuola slava, dove le mani vengono prima di tutto, anche dell’altezza. E in ogni zona del campo un giocatore deve saper fare qualsiasi cosa. Ćosić questo lo ha imparato, diventando un lungo atipico. Probabilmente il primo prototipo di giocatore moderno. Sgomita a rimbalzo sotto le plance, stoppa in difesa e schiaccia in attacco. Però sa anche tirare e passare, tanto da venire fino alla linea del tiro libero per imbucare un assist per il taglio degli esterni.

Se non tira da 3 è solo perché l’arco ancora deve essere inventato: fosse nato trent’anni dopo, ce lo avremmo sicuramente visto. Ma anche senza bombe, dalle parti di Utah finiscono con amarlo e ricordarlo ancora. Basta aprire un almanacco e leggere. 1512 punti realizzati: record. 919 rimbalzi catturati: record. 381 tiri liberi messi a segno: record. Con cifre del genere è impossibile finire nel dimenticatoio o anche solo passare inosservati. Infatti, dalla Nba iniziano a chiamare. Nel ’72 Portland lo vorrebbe al Draft, un anno più tardi Los Angeles manifesta il medesimo interesse. Kreso ringrazia, ma risponde no. Vuole tornare a casa, a Zara, per rimettere la canotta dello Zadar. Lo fa nel 1973 e immancabili tornano i successi. Altri due titoli consecutivi col club, ancora un argento olimpico e sempre contro quegli Stati Uniti che impongono lo stop alla Jugoslavia a Montreal ’74. Poi Lubiana e due stagioni a dispensare pallacanestro in biancoverde, prima di ricevere una chiamata dall’Italia.

Krešimir Ćosić piace a Bologna, sponda Virtus. A Basket City regna il bianconero e soprattutto l’altro Avvocato, Gianluigi Porelli. Il presidente non solo ha quattrini, ma anche le idee giuste su come investirli. Non a caso, ha contribuito in prima persona a dar vita alla Legabasket e se Dan Peterson è arrivato a cambiare la nostra pallacanestro lo si deve proprio a lui, che quel personaggio così geniale e caratteristico se l’è andato a prendere fin negli Stati Uniti. E nell’estate del 1978, Porelli ha due interrogativi da chiarire. Il primo è proprio legato a coach Dan. I due sono stati insieme per cinque stagioni, hanno vinto una coppa e uno scudetto, ma nella stagione appena passata il tricolore è sfumato proprio in finale. Che sia arrivato il momento di cambiare? Il secondo punto è quello che ormai gira da troppo tempo: serve un anti-Meneghin, altrimenti ciao sogni, almeno finché quel mostro di centro non smetta di giocare. E non sembra averne intenzione. Alla prima domanda, l’Avvocato risponde salutando Peterson e proponendo a Terry Driscoll, che fino a pochi mesi prima la Virtus la stava guidando da giocatore. L’altro quesito trova invece risposta con un nome e cognome: Krešimir Ćosić, è lui l’uomo sul quale investire per tornare grandi. Gli unici dubbi sono età e fisico. Ćosić ha trent’anni, in un epoca dove averne significa essere vicini alla fine della carriera e non all’apice della propria esperienza sportiva. E poi in estate di botte ne ha prese tante, ai Mondiali, ma sono valse un oro nelle Filippine, al fianco di Kićanović e Dalipagić, dove la Jugoslavia del professore, Aza Nikolić, ha battuto l’URSS del colonnello, Aleksandr Gomel’skij.

I primi mesi di Kreso finiscono con confermare le iniziali perplessità. La vera star sembra essere in realtà Owen Wells e la classe italiana di Renato Villalta. Ćosić va a corrente alternata, finché con coach Driscoll non si assestano le cose. Via qualche allenamento dalla settimana, dentro una zona 3-2 che ne preservi i movimenti in campo. Al resto pensa il ragazzo di Zagabria, che si rivela piatto pregiato anche ai palati fini dei bolognesi sponda bianconera. E a Piazza Azzarita si sfregano le mani. In stagione regolare arriva il secondo posto, ai playoff una cavalcata che offre la finale con quella Billy Milano appena presa da Dan Peterson e destinata a riscrivere la storia. Non in quella finale però, perché Ćosić da solo passa come Mike D’Antoni e annienta C.J. Kupec. Bologna vince in casa gara 1 e trasforma in passerella anche la seconda uscita, in terra meneghina. È scudetto, appena nove mesi dopo aver messo piede sotto le torri. L’anno seguente sarà ancora tricolore, questa volta contro Cantù. Una dopo l’altra, ai playoff cadono Torino e soprattutto la Varese di quel Dino Meneghin alla cui potenza l’Avvocato Porelli aveva voluto opporre Ćosić. Ancora una volta, avrà avuto ragione il boss bianconero.

Kreso lascia la Virtus a secondo tricolore raggiunto. Torna a casa, in Croazia, questa volta sponda Cibona. Chiude in bellezza: tre coppe nazionali, un titolo, soprattutto una Coppa delle Coppe, strappata al Real Madrid del compagno di Nazionale Mirza Delibašić. Nel mezzo anche l’oro olimpico, a Mosca, nell’80, proprio contro quell’Italia del Villalta con cui aveva condiviso spogliatoio e due tricolori. E fa niente che gli Stati Uniti non ci fossero.

Molla il basket giocato nel 1983, Krešimir Ćosić, per dedicarsi alla panchina. Ma lì avrà meno successi. Tornerà anche a Bologna, ma raccogliendo una stagione anonima e un playoff perso addirittura nel derby contro la Fortitudo, che veniva dall’A2. Il punto più alto lo toccherà nel biennio con la Nazionale: bronzo al Mondiale ’86 e all’Europeo 1987. Insieme alla gioia, la sensazione di non aver sfruttato al meglio quella nidiata di campioni chiamati Petrović, Kukoč, Divac e Dino Radja. Al talento, Ćosić aveva sempre unito un’intelligenza fuori dal comune. Negli Stati Uniti si era laureato e lì sarebbe tornato, distinguendosi anche fuori dai parquet: quando la Croazia aveva iniziato la sua guerra di indipendenza, a Washington si era fatto nominare vice ambasciatore, per fermare quel conflitto che avrebbe cambiato la cartina dell’Est europeo. Voleva però tornare al basket, Kreso. Ci sarebbe riuscito, se la malattia non l’avesse stoppato, il 25 maggio del 1995. Questa volta neanche le sue lunghe leve avevano potuto arginare l’irreparabile. Avrebbe potuto fare ancora tanto, ma forse quanto realizzato fin lì poteva bastare. Essere il primo giocatore moderno in un’epoca passata e aver detto no al sogno americano, per viverselo a casa propria. Se questo non è tanto, probabilmente è addirittura tutto.

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