C’è stato un tempo in cui, anche il calcio italiano ebbe i suoi “sceicchi”.  Non portavano il turbante e non venivano dal Medio Oriente o dal Golfo Persico ma spendevano quattrini come se il loro portafoglio fosse veramente un pozzo (petrolio a parte) senza fondo. Anche grazie a loro, il calcio italiano diventò veramente l’ombelico del mondo. Per una decina d’anni, a cavallo tra l’ultima decade del Novecento e i primi anni del Duemila, tra questi “sceicchi” di fatto, che bazzicavano nel calcio italiano, ci fu certamente anche Sergio Cragnotti, che oggi festeggia il suo settantacinquesimo anno in concomitanza con la fondazione della S.S. Lazio.

Prima dirigente d’azienda, poi banchiere d’affari, infine imprenditore e presidente della Lazio. Un “uomo intelligentissimo con grande senso degli affari”, come veniva definito ai tempi d’oro nei migliori salotti finanziari del Belpaese. “Un venditore di granaglie” come preferì apostrofarlo Silvio Berlusconi al quale, Cragnotti, alla fine degli anni Ottanta, vendette i magazzini Standa per una cifra considerata di gran lunga superiore al suo valore d’acquisto. Un “affarone” (per Cragnotti chiaramente) che evidentemente a Berlusconi non deve essere andato giù.

Per una volta (non sarà certamente l’unica), il Cavaliere aveva trovato sulla sua strada un altro abile uomo d’affari in grado di tenergli testa. Ma non fu soltanto Berlusconi l’unico avversario negli affari al quale Cragnotti nella sua lunga carriera seppe tenere testa.  Nel mondo del calcio, iniziò la sua scalata ai vertici a partire dal 1992, quando acquistò il pacchetto di maggioranza della Lazio detenuto da Gian Marco Calleri, investendo una parte della faraonica liquidazione di 80 miliardi ricevuta dalla Montedison. Da allora, la Lazio, dopo anni di serie cadetta e piazzamenti di media classifica, divenne una delle “sette sorelle” (insieme a Juventus, Milan, Inter, Fiorentina, Parma e Roma) del calcio italiano. Per i suoi tifosi, che non a caso vollero incoronarlo come il loro “imperatore”, la presidenza di Sergio Cragnotti fu il momento nel quale arrivarono le vittorie più importanti. Dalla Coppa Italia dell’aprile 1998 (primo trofeo) per arrivare alla Supercoppa italiana del 2000 (ultimo). Passando per la Supercoppa Italiana (agosto 1998), la Coppa delle Coppe (maggio 1999), la Supercoppa Europea (agosto dello stesso anno) e, dulcis in fundo, lo storico Scudetto del maggio 2000 e la seconda Coppa Italia, conquistata a distanza di soli pochi giorni. Sette trofei in tre stagioni che portarono la Lazio, allenata da Sven Goran Eriksson, ad essere considerata per bocca di Sir Alex Ferguson (allenatore del Manchester United avversario nella Supercoppa 1999) “la squadra più forte del mondo”. Tutto questo fino a quando le cose anche per Cragnotti iniziarono ad andare male.

D’altronde, proprio lui, forse con un pizzico di sventatezza,  dichiarò in una storica intervista realizzata in occasione del centenario della Lazio (gennaio 2000) che prima o poi “le cose belle devono finire” . E infatti, puntualmente, anche l’era di quella Lazio stratosferica e vincente finì. Giunse al crepuscolo un giorno di gennaio (il 3 per la precisione) del 2003 quando, per bocca dello stesso Cragnotti, gli “scipparono” la Lazio. A raccontare come andarono le cose è stato proprio l’ex presidente biancoceleste nel libro scritto nel 2007, e pubblicato da Fazi editore, dal titolo Un calcio al cuore. Nel quale Cragnotti dedica un intero capitolo alla vicenda che segnò la fine della sua presidenza. Secondo quanto scrive l’ex presidente biancoceleste, alla base di tutto ci fu la richiesta “ultimatum” formulata a Cragnotti da Capitalia di rassegnare le dimissioni da tutte le cariche dirigenziali all’interno della Lazio. Una richiesta che Cragnotti non ha esitato a definire una vera e propria  conditio sine qua non, per salvare il Gruppo Cirio. L’esposizione finanziaria della Cirio era infatti considerata, dai nuovi vertici di Capitalia ( il colosso finanziario sorto dalla fusione tra Banca di Roma, Banco di Sicilia, Bipop Carire e Medio Credito Centrale), troppo elevata per non essere diminuita.

Inoltre, preoccupava la situazione di alcune controllate della Cirio in Stati come il Brasile e l’Argentina, la cui situazione finanziaria si era nel frattempo aggravata. Messo sotto pressione dai vertici dell’allora Banca di Roma (e di quel gruppo di banche che poi costituirà Capitalia), Cragnotti non ebbe troppe alternative. Nel gennaio del 2003 avvenne così il passaggio di mani che decretò la fine dell’era Cragnotti alla presidenza della Lazio.

Tra coloro che spinsero la Cirio al “rientro” dell’esposizione debitoria, l’allora direttore generale di Capitalia Matteo Arpe il quale, sulla Cirio e su Cragnotti, evidentemente, non la pensava come il presidente di Capitalia, l’allora dominus della finanza italiana e amico personale del presidente laziale, Cesare Geronzi. Fu proprio Arpe che decise di chiudere i rubinetti nei confronti del Gruppo presieduto da Cragnotti. Fu lo stesso Arpe, inoltre, come scrive sempre Cragnotti, a pensare all’idea del prestito obbligazionario convertibile ( in azioni Cirio-Del Monte) da 150 milioni di euro che avrebbe permesso alla Cirio di estinguere il bond in scadenza nel novembre del 2002.

Se Cragnotti avesse accettato le condizioni di Capitalia ( sottoscrizione del prestito e dimissioni dalla Lazio), la banca di Arpe e Geronzi avrebbe promesso di  “salvare” il Gruppo Cirio. Ma alla fine, per Cragnotti, oltre al danno arrivò anche la beffa. Infatti, nonostante avesse lasciato la Lazio con conseguente controllo nelle mani di Capitalia,  che affiderà la gestione al manager Luca Baraldi, Cragnotti verrà accusato, anni più tardi (nel 2004), come ricorda nel suo libro, di aver “truffato” i risparmiatori nella vicenda del prestito obbligazionario. Il 3 gennaio 2003, al termine della drammatica riunione che pose fine alla sua avventura biancoceleste, il dimissionario presidente della Lazio, Sergio Cragnotti si sarebbe alzato dal tavolo  e, rivolgendosi ai presenti, avrebbe detto loro: “ E così alla fine ci siete riusciti, mi avete scippato la Lazio”.

Mai uno “scippo” sarà stato tanto doloroso.

FOTO: www.affaritaliani.it

social banner

Close