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Calcio

Gennaio 2003: Quando a Cragnotti “scipparono” la Lazio

Simone Nastasi

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C’è stato un tempo in cui, anche il calcio italiano ebbe i suoi “sceicchi”.  Non portavano il turbante e non venivano dal Medio Oriente o dal Golfo Persico ma spendevano quattrini come se il loro portafoglio fosse veramente un pozzo (petrolio a parte) senza fondo. Anche grazie a loro, il calcio italiano diventò veramente l’ombelico del mondo. Per una decina d’anni, a cavallo tra l’ultima decade del Novecento e i primi anni del Duemila, tra questi “sceicchi” di fatto, che bazzicavano nel calcio italiano, ci fu certamente anche Sergio Cragnotti, che oggi festeggia il suo settantacinquesimo anno in concomitanza con la fondazione della S.S. Lazio.

Prima dirigente d’azienda, poi banchiere d’affari, infine imprenditore e presidente della Lazio. Un “uomo intelligentissimo con grande senso degli affari”, come veniva definito ai tempi d’oro nei migliori salotti finanziari del Belpaese. “Un venditore di granaglie” come preferì apostrofarlo Silvio Berlusconi al quale, Cragnotti, alla fine degli anni Ottanta, vendette i magazzini Standa per una cifra considerata di gran lunga superiore al suo valore d’acquisto. Un “affarone” (per Cragnotti chiaramente) che evidentemente a Berlusconi non deve essere andato giù.


Per una volta (non sarà certamente l’unica), il Cavaliere aveva trovato sulla sua strada un altro abile uomo d’affari in grado di tenergli testa. Ma non fu soltanto Berlusconi l’unico avversario negli affari al quale Cragnotti nella sua lunga carriera seppe tenere testa.  Nel mondo del calcio, iniziò la sua scalata ai vertici a partire dal 1992, quando acquistò il pacchetto di maggioranza della Lazio detenuto da Gian Marco Calleri, investendo una parte della faraonica liquidazione di 80 miliardi ricevuta dalla Montedison. Da allora, la Lazio, dopo anni di serie cadetta e piazzamenti di media classifica, divenne una delle “sette sorelle” (insieme a Juventus, Milan, Inter, Fiorentina, Parma e Roma) del calcio italiano. Per i suoi tifosi, che non a caso vollero incoronarlo come il loro “imperatore”, la presidenza di Sergio Cragnotti fu il momento nel quale arrivarono le vittorie più importanti. Dalla Coppa Italia dell’aprile 1998 (primo trofeo) per arrivare alla Supercoppa italiana del 2000 (ultimo). Passando per la Supercoppa Italiana (agosto 1998), la Coppa delle Coppe (maggio 1999), la Supercoppa Europea (agosto dello stesso anno) e, dulcis in fundo, lo storico Scudetto del maggio 2000 e la seconda Coppa Italia, conquistata a distanza di soli pochi giorni. Sette trofei in tre stagioni che portarono la Lazio, allenata da Sven Goran Eriksson, ad essere considerata per bocca di Sir Alex Ferguson (allenatore del Manchester United avversario nella Supercoppa 1999) “la squadra più forte del mondo”. Tutto questo fino a quando le cose anche per Cragnotti iniziarono ad andare male.

D’altronde, proprio lui, forse con un pizzico di sventatezza,  dichiarò in una storica intervista realizzata in occasione del centenario della Lazio (gennaio 2000) che prima o poi “le cose belle devono finire” . E infatti, puntualmente, anche l’era di quella Lazio stratosferica e vincente finì. Giunse al crepuscolo un giorno di gennaio (il 3 per la precisione) del 2003 quando, per bocca dello stesso Cragnotti, gli “scipparono” la Lazio. A raccontare come andarono le cose è stato proprio l’ex presidente biancoceleste nel libro scritto nel 2007, e pubblicato da Fazi editore, dal titolo Un calcio al cuore. Nel quale Cragnotti dedica un intero capitolo alla vicenda che segnò la fine della sua presidenza. Secondo quanto scrive l’ex presidente biancoceleste, alla base di tutto ci fu la richiesta “ultimatum” formulata a Cragnotti da Capitalia di rassegnare le dimissioni da tutte le cariche dirigenziali all’interno della Lazio. Una richiesta che Cragnotti non ha esitato a definire una vera e propria  conditio sine qua non, per salvare il Gruppo Cirio. L’esposizione finanziaria della Cirio era infatti considerata, dai nuovi vertici di Capitalia (il colosso finanziario sorto dalla fusione tra Banca di Roma, Banco di Sicilia, Bipop Carire e Medio Credito Centrale), troppo elevata per non essere diminuita.

Inoltre, preoccupava la situazione di alcune controllate della Cirio in Stati come il Brasile e l’Argentina, la cui situazione finanziaria si era nel frattempo aggravata. Messo sotto pressione dai vertici dell’allora Banca di Roma (e di quel gruppo di banche che poi costituirà Capitalia), Cragnotti non ebbe troppe alternative. Nel gennaio del 2003 avvenne così il passaggio di mani che decretò la fine dell’era Cragnotti alla presidenza della Lazio.

Tra coloro che spinsero la Cirio al “rientro” dell’esposizione debitoria, l’allora direttore generale di Capitalia Matteo Arpe il quale, sulla Cirio e su Cragnotti, evidentemente, non la pensava come il presidente di Capitalia, l’allora dominus della finanza italiana e amico personale del presidente laziale, Cesare Geronzi. Fu proprio Arpe che decise di chiudere i rubinetti nei confronti del Gruppo presieduto da Cragnotti. Fu lo stesso Arpe, inoltre, come scrive sempre Cragnotti, a pensare all’idea del prestito obbligazionario convertibile ( in azioni Cirio-Del Monte) da 150 milioni di euro che avrebbe permesso alla Cirio di estinguere il bond in scadenza nel novembre del 2002.

Se Cragnotti avesse accettato le condizioni di Capitalia ( sottoscrizione del prestito e dimissioni dalla Lazio), la banca di Arpe e Geronzi avrebbe promesso di  “salvare” il Gruppo Cirio. Ma alla fine, per Cragnotti, oltre al danno arrivò anche la beffa. Infatti, nonostante avesse lasciato la Lazio con conseguente controllo nelle mani di Capitalia,  che affiderà la gestione al manager Luca Baraldi, Cragnotti verrà accusato, anni più tardi (nel 2004), come ricorda nel suo libro, di aver “truffato” i risparmiatori nella vicenda del prestito obbligazionario. Il 3 gennaio 2003, al termine della drammatica riunione che pose fine alla sua avventura biancoceleste, il dimissionario presidente della Lazio, Sergio Cragnotti si sarebbe alzato dal tavolo  e, rivolgendosi ai presenti, avrebbe detto loro: “ E così alla fine ci siete riusciti, mi avete scippato la Lazio”.

Mai uno “scippo” sarà stato tanto doloroso.

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  1. Domenico

    gennaio 10, 2016 at 11:34 pm

    Perché non è intervenuto il governo, a salvare la Cirio e la Parmalat, come in questi giorni scorsi ha salvato le banche?

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Azzardo e piaghe sociali

Decreto Dignità e Gioco d’Azzardo: Parola al Bookmaker

Emanuele Sabatino

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Il Decreto Dignità voluto dal Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha tra i suoi provvedimenti quello del divieto di pubblicità per quel che riguarda il gioco d’azzardo. Abbiamo intervistato Carmelo Mazza, amministratore delegato di Betaland, per capire le reazioni dei bookmakers alle decisioni del Governo. Ecco cosa ci ha detto.

Decreto Dignità quanto ci perdono in termini economici i bookmakers, calcolando il risparmio delle sponsorizzazioni e il mancato guadagno che questo potrebbe portare?

La risposta dipende molto dai diversi modelli di business legati alle scommesse (e sottolineo che non sto parlando degli altri comparti di gioco per i quali valgono altre considerazioni). Alcuni bookmakers hanno una presenza sulla rete retail che gli consente di assorbire la mancanza di pubblicità. In altri casi, e soprattutto per i nuovi entranti che hanno presentato richiesta di acquisire una concessione per il gioco telematico lo scorso marzo, non avere a disposizione la pubblicità rappresenta un limite molto consistente. Mi chiedo se questo non possa generare contenziosi.

Le persone, a prescindere dalle pubblicità sanno tutto su come scommettere: alla luce di questo, il decreto colpisce economicamente più le squadre o i bookmakers?

Sul bacino esistente di scommettitori, la pubblicità incide maggiormente nel rendere note promozioni specifiche. Circa il ruolo della pubblicità nell’attrarre chi non è ancora un giocatore, chiunque è nel settore sa quanto sia difficile. L’idea che la pubblicità convinca milioni di non giocatori a diventarlo è del tutto fantasiosa per quanto riguarda le scommesse sportive. Non voglio qui dare valutazioni non fondate, ma la mia sensazione è che nel breve il costo maggiore sarà per le squadre che dovranno sostituire il portafoglio degli investitori. Ma voglio sottolineare, ricordando esperienze passate con il tabacco, che le realtà più in vista facilmente troveranno rimedio mentre le seconde linee patiranno effetti negativi più a lungo. In questo senso interpreto la levata di scudi della Serie B di calcio e del basket.

Quali saranno le strategie pubblicitarie alternative visto il divieto su tv, radio, internet e giornali?

Bisognerà capire bene l’applicazione del decreto sul mondo digitale. Difficile adesso parlare di alternative tranne ipotizzare una maggiore rilevanza della rete retail di scommesse. 

Una postilla del decreto lascia vigenti gli accordi stipulati in precedenza: chi detiene questi contratti? vedremo accordi tutto d’un tratto molto lunghi? (come si fa nelle aziende che quando assumono fanno già firmare il foglio delle dimissioni lasciando la data in bianco)

E’ normale che, ad esempio, contratti di sponsorizzazione di squadre di calcio e di sport popolari possano avere durata pluriennale. Tuttavia non credo ad un’esplosione di contratti di lungo termine per attività pubblicitarie che normalmente sono pianificate trimestralmente. Semmai sarà curioso vedere una partita di calcio della Liga o della Premier dove i campi e le squadre sono fortemente sponsorizzate da bookmakers che sono anche concessionari in Italia, o partite di coppa tra squadre italiane e squadre estere sponsorizzate da bookmakers: sarà proibito loro mostrare il logo del bookmaker quando giocano in Italia? Avevo visto queste cose in passato, speravo di non vederle più; oggi in un mondo con copertura globale degli eventi sportivi mi sembra davvero voler tagliare il salame con il cucchiaino (per citare una vecchia clip del grandissimo Corrado Guzzanti) .

 

Avesse potuto scegliere, tra il divieto di pubblicità ed il rischio di un taglio netto all’offerta del palinsesto, cosa avrebbe scelto?

Come operatore legale preferisco il divieto di pubblicità; il taglio netto all’offerta del palinsesto renderebbe di nuovo felici gli operatori illegali. Basta chiedere all’Agenzia delle Dogane dei Monopoli per sapere di quanto si è limitato il fenomeno delle scommesse senza licenza italiana da quando il palinsesto è stato aperto. Ma, al di là della retorica imperante sul gioco, l’incidenza delle scommesse su avvenimenti minori è molto limitata e la gran parte delle scommesse sta sulle 4-5 tipologie principali. Pensare che si possa diventare ludopatici scommettendo sul numero di cartellini gialli in una partita di serie D è segno di una limitata conoscenza delle dinamiche del settore. Ma capisco che questo non è il tempo dell’approfondimento.

 

L’origine della Ludopatia è secondo lei dato dalla forte presenza della pubblicità o ha origine dal nucleo familiare ed amicale dell’individuo ludopatico?

Io credo che, come per tutte le addiction, la ludopatia sia l’effetto di una società più individualista ed alienante. Lo sviluppo delle addiction nasce da una tendenza a rinchiudersi e a non trovare supporto in reti di socializzazione (amicali o familiari) che fanno da paracadute rispetto a queste patologie, di fatto disinnescandole. E’ chiaro che in un contesto che sostiene meno chi è debole rispetto alle addiction, la presenza di pubblicità o di facili attrazioni ha un effetto maggiore. E questo merita una riflessione maggiore ed un’azione mirata per limitare l’accesso all’offerta di gioco. Io temo sempre le proibizioni a largo spettro perchè, non essendo mirate, finiscono per nascondere più che risolvere.

Io mi auguro fortemente che non sia così. Io mi auguro di confrontarmi con chi ha una visione del settore diversa dalla mia per spiegare le mie ragioni ed avere una regolamentazione equilibrata, non importa quanto restrittiva. Di sicuro, situazioni in cui si fanno iniziative legislative e poi si trovano scorciatoie o, semplicemente, non vi sono controlli, sono le peggiori possibili per chi vuole operare seriamente. Se mi è possibile dare un giudizio in merito, io mi auguro che il cambiamento politico in atto possa mettere in cantina definitivamente vecchi approcci come “fatta la legge trovato l’inganno” che tanto hanno nuociuto complessivamente al paese.

 Secondo lei, sempre al fine del rischio ludopatia, gioca un ruolo più importante la pubblicità o il fatto che si può scommettere su ogni partita, anche amatoriale, e soprattutto su ogni tipo di evento, anche il numero di fuorigioco, rimesse laterale, cartellini?

Ho risposto in parte in precedenza. Voglio però sottolineare che a spingere verso la ludopatie sono l’istantaneità e la ripetitività. Le scommesse non sono giochi caratterizzati da questi elementi. Se osservo l’andamento delle giocate, è praticamente inesistente la scommessa ripetuta su quegli eventi e, soprattutto, non vi è mai l’istantaneità dell’esito. Inoltre, come ho già detto, l’ammontare raccolto su quelle tipologie di giocate è molto limitato e normalmente viene ulteriormente limitato dai bookmaker. Non sono quelle le scommesse sulle quali i bookmaker costruiscono il loro conto economico, quindi faccio fatica a pensare che possano avere alcun effetto sull’estensione del fenomeno della ludopatia.

Da persona esperta del settore: cosa si sarebbe dovuto fare per evitare in primis il numero sempre crescenti di ludopatici e soprattutto che lo Stato italiano optasse per una legge ad hoc contro i bookmakers?

Io vorrei per prima cosa avere un dato attendibile sul numero dei ludopatici. Leggo a volte delle analisi che denotano più conformismo ad una retorica prevalente che una reale conoscenza del fenomeno. E vorrei anche poter distinguere tra tipologie di giochi. Detto questo, che non è certo elemento secondario per comprendere il fenomeno, per onestà intellettuale devo riconoscere che si è trattato il gioco con meno cura di quanto fosse opportuno. E per cura intendo una strategia cauta e condivisa di introduzione di nuove tipologie di giochi. Per la verità, questo è accaduto in una prima fase di apertura regolata del settore, diciamo tra il 2000 ed il 2010. Successivamente, all’apertura regolata si è sostituita un’apertura tout court, in cui si è consentito tutto troppo rapidamente. Se in quella fase il settore fosse stato più compatto e lungimirante ed avesse proposto una maggiore gradualità nel lancio di nuove tipologie di prodotto, forse oggi saremmo in una situazione migliore. Vero è, però, che accelerare è anche servito per riuscire a contrastare il fenomeno del gioco illegale che non si è riusciti a reprimere efficacemente, oltre che (è sempre bene ricordarlo) per aumentare il gettito erariale in anni di pesante contrazione delle entrate per via della crisi economica. Allora forse diventa evidente che la partita che si è giocata sul settore è stata molto più complessa di quanto emerge dalla poco informata vulgata sulle lobby del gioco e la politica.

C’è un rischio di ritorno al toto-nero con questo decreto?

Il toto-nero, nella sua versione 2.0, già esiste come spiegato in diverse inchieste giornalistiche che ho apprezzato molto da cittadino prima ancora che da esperto del settore. Diciamo che questo decreto non lo tocca e non crea condizioni per ridurne la diffusione. E, per la mia esperienza, alla disperazione del ludopatico si associa la spregiudicatezza dell’offerta di gioco. Tanto più si è ludopatici tanto più si è vittime di soggetti operano al di fuori delle regole sull’offerta di gioco ma che consentono di giocare a credito (cosa vietata nel sistema legale), di regolare mensilmente l’esito delle giocate e non volta per volta (altra cosa vietata), etc. Dove mancano tutele e regole per il giocatore si crea il perfetto brodo di coltura della ludopatia e non solo: su questo il decreto non incide.

Lei hai detto che la ripetitività delle azioni porta alla ludopatia. I bookmakers offrono anche scommesse virtuali su ogni sport ogni tre minuti. Non sono queste uno strumento fertile per creare ludopatici visto che sono costanti nel tempo, con esito immediato, ripetitive ma in realtà senza nessun abilità o approccio statistico matematico?
E’ vero che solo una parte del fatturato del gambling italiano deriva dalle scommesse sportive. E’ altresì vero che le scommesse, con approccio scientifico/matematico/statistico sono anche un gioco di abilità. Sarà possibile secondo te assistere, come già accaduto per il poker, italiano illegale perchè puro azzardo Texas legale perchè considerato gioco di abilità con buy-in prestabiliti all’origine, vedere una regolamentazione aspra per le macchinette e video lottery (creano ludopatici e sono ripetitive e dall’esito immediato) ed invece molto più blanda, quasi nulla, per le scommesse sportive? E’ uno scenario plausibile e che potrebbe accontentare tutti? Lo stato che tutela i giocatori, i bookmakers, e le squadre dei massimi campionati. 

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Calcio

Quanto sono strani i nomi delle squadre di calcio giapponesi

Nicola Raucci

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Il Giappone è un mondo lontano dal fascino immenso. Paese dalla cultura straordinaria in cui storia millenaria e modernità fantascientifica formano un connubio inestricabile. Terra dove le stravaganze sono peculiari tanto quanto le tradizioni.

Il calcio non fa eccezione e sfogliando i nomi delle squadre si rimane colpiti dalla grande varietà. Il tutto risale alla nascita della J.League (J リ ー グ ) creata nel 1992, quando la Japan Football Association (日本 サッ カー 協会 ) (JFA) decise di dare vita all’attuale campionato professionistico nipponico per incrementare il livello generale del movimento calcistico nel Paese e rendere competitiva la Nazionale. Fino ad allora la massima serie era la Japan Soccer League (JSL), campionato dilettantistico di scarso interesse per media e tifosi. Venne attuato un cambio radicale che ebbe importanti conseguenze anche nei nomi delle squadre. Le società, già esistenti e di nuova fondazione, optarono per il definitivo abbandono della propria identità aziendale per assumere denominazioni in grado di rappresentare in maniera accattivante la storia, la cultura e le tradizioni locali.

Ecco che troviamo così soluzioni eccentriche e fantasiose, in pieno stile nipponico, dove a farla da padrone sono i richiami alle esotiche lingue delle patrie del calcio: Europa e Sud America.

Le attuali 18 squadre della J1 League:

Cerezo Osaka (セレッソ大阪) – Osaka

Club fondato nel 1957 come Yanmar Diesel, è dal 1993 Cerezo Osaka. Cerezo è in spagnolo il “ciliegio”, albero tipico della città, il cui fiore ne è simbolo distintivo. Indubitabile richiamo al caratteristico paesaggio di ciliegi fioriti lungo i corsi d’acqua di Osaka.

FC Tokyo (FC 東京) – Tokyo

Società nata nel 1935 con il nome di Tokyo Gas Football Club (東京ガス FC), squadra ufficiale della compagnia Tokyo Gas. Una delle poche formazioni a mantenere una denominazione neutra dopo che nel 1998 le aziende Tokyo Gas, ampm, Culture Convenience Club, TEPCO e TV Tokyo fondarono la Tokyo Football Club Company.

Gamba Osaka (ガンバ大阪) – Suita

Il nome assunto nel 1992 gioca sulla sostanziale omofonia tra la parola italiana gamba e il giapponese ganbaru ( 頑 張 る ) che significa “dai il meglio”, “resisti”, caratteristica fondamentale dell’etica societaria imperniata sul lavoro. Club fondato nel 1980 come squadra della Matsushita Electric Industrial Co., Ltd. (Panasonic), era essenzialmente la squadra riserve degli attuali rivali del Cerezo Osaka.

Hokkaido Consadole Sapporo (北海道コンサドーレ札幌) – Sapporo

Il nome deriva dall’unione di consado, anagramma del giapponese dosanko (道 産 子 “popolo di Hokkaidō”), con lo spagnolo ole, che simboleggia il tifo per la squadra da parte di tutti gli abitanti dell’isola. Società nata come Toshiba SC con sede a Kawasaki nel 1935, venne spostata dalla compagnia nel 1996 a Sapporo. Niente più lega la squadra all’azienda fondatrice fuorché il rosso- nero delle divise.

Júbilo Iwata (ジュビロ磐田) – Iwata

Fondato nel 1970 come club calcistico della Yamaha Motor Corporation, azienda con cui mantiene ancora legami, è dal 1993 Júbilo Iwata. Júbilo significa in portoghese “esultanza”, “gioia”.

Kashima Antlers (鹿島アントラーズ) – Kashima

Società fondata come Sumitomo Metal Industries Factory Football Club nel 1947 con sede a Osaka fino al trasferimento nella prefettura di Ibaraki nel 1975. Antlers indica in inglese i palchi dei cervi.

La denominazione si connette al nome stesso della città di Kashima ( 鹿 嶋 市 Kashima-shi che letteralmente significa “città dell’isola dei cervi” 鹿 ka / cervi – 嶋 shima / isola – 市 shi / città).

Kashiwa Reysol (柏レイソル) – Kashiwa

Fondata nel 1940 come squadra della compagnia Hitachi, Hitachi, Ltd. Soccer Club, è dal 1992 Kashiwa Reysol, nome dato dalla fusione delle parole spagnole rey (re) e sol (sole).

Kawasaki Frontale (川崎フロンターレ) – Kawasaki

Fondato nel 1955 come club dell’azienda Fujitsu, Fujitsu Soccer Club, divenne società professionistica nel 1997, anno nel quale avviò una collaborazione con il Grêmio, a cui si ispira, e adottò la parola italiana frontale nel proprio nome.

Nagoya Grampus (名古屋グランパス) – Nagoya

Società fondata nel 1939 come club calcistico della Toyota, Toyota Motor SC, era nota fino al 2007 con il nome di Nagoya Grampus Eight. Grampus è il nome scientifico del grampo o delfino di Risso e si rifà alla coppia di delfini presenti sul Castello di Nagoya. La parola inglese eight si ispirava all’emblema della città, ovvero all’“otto” (八) nella numerazione giapponese.

Sagan Tosu (サガン鳥栖) – Tosu

Società fondata nel 1997. Nome dal doppio significato, sagan ( 砂 岩 ) è in giapponese l’arenaria, ovvero l’unione di tanti elementi a formare un oggetto (la squadra) resistente a tutto. Inoltre, Sagan Tosu può essere inteso come “Tosu (città della prefettura) di Saga” (佐賀 ん 鳥 栖 Saga-n Tosu) nel dialetto locale.

Sanfrecce Hiroshima (サンフレッチェ広島) – Hiroshima

Club fondato nel 1938 come Toyo Kogyo Syukyu Club ( 東 洋 工 業 サ ッ カ ー 部 ), cambiò nome nel 1981 in Mazda SC (マツダ SC) e nel 1992 assunse la denominazione attuale. Insieme al JEF United Ichihara Chiba e agli Urawa Red Diamonds, è stata una delle società fondatrici del campionato professionistico. Sanfrecce è una combinazione del numero “tre” ( 三 San) nella numerazione giapponese con la parola italiana frecce e si rifà alle parole dell’eroe locale, il daimyō Mōri Motonari, che disse ai suoi figli “Una singola freccia può essere facilmente spezzata, ma tre frecce tenute insieme non saranno mai piegate”.

Shimizu S-Pulse (清水エスパルス) – Shizuoka

Società fondata nel 1991 come Shimizu FC dall’iniziativa della cittadinanza locale senza il sostegno di grandi aziende, cambiò rapidamente la denominazione in Shimizu S-Pulse per mettere in primo piano i tifosi. Difatti, la S si rifà a Shimizu (città), Shizuoka (prefettura) e alle parole inglesi supporters (tifosi) e soccer (calcio), unita all’altra parola inglese pulse (impulso) a indicare l’energia dei suoi instancabili sostenitori.

Shonan Bellmare (湘南ベルマーレ) – Hiratsuka

Bellmare è una combinazione delle parole italiane bello e mare per indicare la bellezza dell’area costiera di Shōnan (湘南) nella baia di Sagami.

Urawa Red Diamonds (浦和レッドダイヤモンズ) – Saitama

Fondata nel 1950 come sezione calcistica della Mitsubishi con sede a Kobe, Mitsubishi Heavy Industries Football Club, diventò nel 1993 Urawa Red Diamonds. Red Diamonds è un chiaro riferimento all’emblema della Mitsubishi (三菱) nome traducibile come “tre diamanti”.

V-Varen Nagasaki (V・ファーレン長崎) – Nagasaki

Club formatosi nel 2005 dalla fusione di Ariake Football Club e Kunimi Football Club. Il nome V- Varen combina la V del portoghese vitória (vittoria) e dell’olandese vrede (pace) con varen che significa, sempre in olandese, “navigare”. Scelta ispirata alla grande tradizione marinara di Nagasaki, città portuale punto di attracco per portoghesi e olandesi durante lo shogunato Tokugawa (1600-1868).

Vegalta Sendai (ベガルタ仙台) – Sendai

Società fondata nel 1988 con la denominazione di Tohoku Electric Power Co., Inc. Soccer Club. Nel 1999 assunse il nome Vegalta in omaggio alla festa Tanabata (七夕 “settima notte”) che celebra il ricongiungimento delle divinità Orihime e Hikoboshi, rappresentate rispettivamente dalle stelle Vega e Altair. I due amanti separati, secondo la leggenda, dalla Via Lattea possono incontrarsi solo una volta all’anno. La denominazione celebra tale incontro.

Vissel Kobe (ヴィッセル神戸) – Kōbe

Club fondato nel 1966 con il nome di Kawasaki Steel Soccer Club, aveva sede a Kurashiki, nella prefettura di Okayama. Nel 1994 la città di Kobe raggiunse un accordo con la Kawasaki per spostare la squadra da Okayama a Kobe, con la nuova denominazione di Vissel Kobe. Vissel nasce dalla combinazione delle parole inglesi victory (vittoria) e vessel (vascello), in riferimento alla tradizione portuale della città.

Yokohama F·Marinos (横浜 F・マリノス) – Yokohama

Società fondata nel 1972 come sezione calcistica della Nissan, Nissan Motors FC. Prese la forma attuale nel 1999 mediante la fusione delle due squadre di Yokohama: Yokohama Marinos e Yokohama Flügels. La F ricorda i Flügels (dal tedesco Flügel che significa “ali”) mentre marinos è la parola spagnola per “marinai” e si rifà alla importante storia di città portuale di Yokohama. La maggior parte dei tifosi dello Yokohama Flügels, rifiutando la fusione con i rivali, diedero vita nello stesso anno al Yokohama FC.

L’ammirazione per il calcio italiano, che proprio negli anni ’90 dominava la scena, riecheggia in tante altre squadre giapponesi a indicare una smisurata passione per il Belpaese.

Di seguito una breve lista:

J2 League

Fagiano Okayama FC (ファジアーノ岡山) – Okayama

Il nome fagiano si riferisce al compagno di avventure di Momotarō, protagonista della omonima celebre fiaba giapponese.

Kamatamare Sanuki (カマタマーレ讃岐) – Takamatsu

Kamatamare unisce il giapponese Kamatama (ciotola per udon tipica della zona) con la parola mare.

Montedio Yamagata (モンテディオ山形) – Yamagata

Fusione di monte e dio a indicare le maestose montagne di Yamagata.

Oita Trinita (大分トリニータ) – Ōita

Riferimento alla trinità di cittadinanza, aziende e governo locale nel supporto del club.

Roasso Kumamoto (ロアッソ熊本) – Kumamoto

Il nome Roasso deriva dall’unione di rosso e asso. Simbolo (cavallo rampante) e colore (rosso) sono un chiaro riferimento alla Ferrari.

Tokushima Vortis (徳島ヴォルティス) – Tokushima

Il nome vortis è preso da vortice e si riferisce al Vortice di Naruto, che non è il cartone ma un fenomeno marino che si verifica nele acque giapponesi.

J3 League

Gainare Tottori (ガイナーレ鳥取) – Yonago

Combinazione del giapponese gaina (“grande” nel dialetto di Tottori) e sperare.

Giravanz Kitakyushu (ギラヴァンツ北九州) – Kitakyushu

Unione delle parole girasole, simbolo floreale di Kitakyushu, e avanzare.

Kataller Toyama (カターレ富山) – Toyama

Combinazione di 勝 た れ (katare), che nel dialetto di Toyama significa “vincere”, e aller, francese per “andare”. Inoltre, è un gioco di parole tra “cantare” e 語 れ (katare) che significa “parlare”.

 

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Calcio

Sudafrica 2010: l’Africa (e le vuvuzelas) celebrano la prima volta delle Furie Rosse

Paolo Valenti

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Arrivati all’alba di un nuovo decennio, i mondiali di calcio arrivano dove finora erano stati solo immaginati. E’ il Sudafrica a farsi carico dell’organizzazione di una competizione che dello spirito pionieristico della prima edizione tenutasi nel 1930 in Uruguay in dote porta ormai poco. La FIFA di Blatter ha deciso di portare la coppa del mondo per la prima volta nel continente africano: che la nazione di Nelson Mandela, storica icona vivente della lotta all’apartheid, sia stata scelta come paese ospitante è frutto di decisioni manovrate più dagli strumenti della corruzione che da scelte liberamente sostenute. Come emerso nel 2015 dall’indagine condotta dall’FBI, infatti, il paese votato per organizzare il mondiale fu il Marocco ma il versamento di tangenti per un importo pari a dieci milioni di dollari avrebbe spinto la coppa verso il Sudafrica. Meglio, allora, parlare d’altro.

L’Italia si presenta col fregio di campione in carica come in Messico nell’86. Anche l’approccio al torneo è analogo: Marcello Lippi, tornato in panchina dopo i due anni di parentesi senza infamia e senza lode di Roberto Donadoni, giubilato dopo l’eliminazione agli Europei del 2008 rimediata ai calci di rigore con i futuri campioni della Spagna, affronta la competizione cercando un equilibrio tra chi ha vinto quattro anni prima e le forze nuove suggerite dal campionato. E’ un equilibrio difficile da trovare, soprattutto perché i candidati a rimpiazzare i campioni del mondo, per qualità tecnica e personalità, si rivelano inadeguati. Lippi si trova nella stessa situazione già sperimentata da Enzo Bearzot nel suo terzo mondiale alla guida degli azzurri e vive lo stesso destino del tecnico friulano, con una nota di demerito in più: l’Italia, infatti, non riesce a superare nemmeno il primo turno, ultima di un girone che la vede in affanno con formazioni non irresistibili come Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia. Era da trentasei anni, da Germania 1974, che gli azzurri non arenavano il loro percorso al primo turno: un’amarezza sportiva sconosciuta a molti appassionati italiani.

Sono altre le nazionali che vanno avanti e si affacciano sull’Olimpo delle semifinali: l’Olanda ci ritorna dopo aver battuto un Brasile in buona parte vittima dell’irrazionale incontinenza agonistica di Felipe Melo, protagonista negativo nelle azioni dei due gol olandesi nonché di una sacrosanta espulsione; la Germania dopo aver strapazzato l’inconsistente Argentina guidata dall’inadeguato coach Diego Armando Maradona; Uruguay e Spagna raggiungono l’obiettivo soffrendo non poco per aver ragione, rispettivamente, della nazionale alfiere del calcio africano, il Ghana, e di un ostico Paraguay. Non basta un superlativo Diego Forlan a negare l’accesso alla finale agli Oranje, mentre la Germania si arrende alfine al calcio latino delle Furie Rosse spagnole, che nell’atto decisivo si impongono grazie alla zampata vincente di uno dei centrocampisti migliori di tutti i tempi. Il gol di Andrès Iniesta porta per la prima volta nella storia la Roja sul tetto del mondo.
I RISULTATI
Leggi tutti i risultati dei Mondiali di Sudafrica 2010

LE CURIOSITA’

Non c’è due senza tre

Nel 2010 in Sudafrica la nazionale olandese raggiunge per la terza volta la finale della coppa del mondo. Gli Oranje, pur poco superstiziosi, dovrebbero fare gli scongiuri visto l’andamento non positivo delle due precedenti esperienze nel 1974 e nel 1978. Nel 2010 il fatto di non dover incontrare i padroni di casa, come era successo in passato, forse rende meno problematico l’approccio alla finale, anche se alla fine il risultato, seppur in extremis, si allinea alla perfezione con le sconfitte maturate in Germania e in Argentina.

Waka Waka (This Time for Africa)

Questo il titolo della canzone ufficiale dei mondiali 2010 cantata da Shakira, la pop singer colombiana attualmente compagna del difensore del Barcellona e della nazionale spagnola Gerard Piquè. Il singolo raccolse un notevole successo nonostante le iniziali polemiche provocate da una parte dell’opinione pubblica sudafricana, che avrebbe preferito che a cantare l’inno del mondiale fosse un autoctono. Waka Waka fu una hit di quel periodo raggiungendo il numero uno delle classifiche in moltissimi paesi, tra i quali l’Italia, vendendo circa dieci milioni di “copie” in tutto il mondo. Nel video della canzone comparivano anche alcuni calciatori, tra i quali Cristiano Ronaldo e Leo Messi. 

Only for Africa

Il processo di selezione del paese ospitante la diciannovesima edizione della coppa del mondo fu aperto solo alle nazioni africane. Era molto forte, infatti, il desiderio della FIFA di portare per la prima volta il mondiale in quel continente. L’assegnazione venne ufficializzata nel 2004 a favore del Sudafrica, la cui candidatura fu preferita a quelle di Egitto e Marocco con meccanismi, come accennato in precedenza, affatto trasparenti.

La prima volta

Diverse le prime volte verificatesi in occasione del mondiale 2010: due riguardano il Sudafrica e due la Spagna. Le Furie Rosse ottengono il loro primo titolo mondiale col quale, oltretutto, diventano anche la prima nazionale europea a vincere la coppa fuori dal continente di appartenenza. Quanto al Sud Africa, oltre al già richiamato esordio come paese ospitante facente parte del continente africano, la selezione di mister Carlo Alberto Parreira è la prima nazionale padrona di casa a venire eliminata al primo turno.

Portare gioia a tutti

E’ più o meno questa la traduzione del termine Jabulani, il nome del pallone ufficiale dei mondiali 2010 che, come il precedente Fevernova del 2002, solleva diverse perplessità tra i giocatori, che ne rilevano l’anomalia delle traiettorie atta, secondo il brasiliano Julio Cesar, a rendere più difficile il compito dei portieri e a favorire l’incremento del numero di gol, tanto da arrivare a definirlo come un pallone da supermercato.

Vuvuzelas

Ancor più che per il Jabulani, le critiche dei calciatori che disputarono il mondiale si levarono a causa dell’utilizzo da parte degli spettatori delle Vuvuzelas, una sorta di trombette di plastica a corno lungo (65 centimetri) che il pubblico si divertiva a “suonare” durante lo svolgimento delle partite, generando un effetto acustico decisamente invasivo che rendeva talvolta difficile la comunicazione in campo tra giocatori. Le Vuvuzelas misero in difficoltà anche le televisioni, per le quali il frastuono di sottofondo generato dalle trombette locali andava in sovrapposizione alla cronaca delle partite affidata a giornalisti e commentatori.

LA FINALE

L’11 luglio è il giorno della finale, una data sempre evocativa per gli italiani che esattamente ventotto anni prima ebbero la fortuna di seguire i mondiali. Siamo, però, nel 2010 e al Soccer City di Johannesburg la partita che determina il vincitore della coppa del mondo se la vanno a giocare Spagna e Olanda: entrambe, in caso di vittoria, porteranno per la prima volta a casa il massimo successo. Per gli iberici è comunque l’esordio in una finale mondiale mentre gli Oranje tornano ad assaporarla dopo le deludenti esperienze di Germania 1974 e Argentina 1978. Anche se, stavolta, l’avversario non è la nazionale del paese ospitante, non c’è da stare troppo tranquilli: la squadra di Vicente Del Bosque gioca un calcio annichilente, basato sul possesso palla infinito di giocatori che, anche nei piedi dei difensori, trovano abili sponde di palleggio funzionali a un giro palla che, alla fine, riesce a trovare un modo per arrivare al gol. L’Olanda pratica un football dalle fondamenta muscolari a sostegno della classe evidente dei protagonisti avanzati: Sneijder sulla tre quarti, Robben su una delle due fasce e Van Persie nell’area avversaria. La partita è dura, spezzettata e l’arbitro, l’inglese Webb, è costretto a mettere più volte mano al taschino per usare i cartellini: a fine gara saranno ben quattordici.

Le occasioni non mancano per entrambe le squadre, talune clamorose come quelle non finalizzate da Fabregas e, soprattutto, Robben. Lo zero a zero non si sblocca nemmeno all’inizio del secondo tempo supplementare, quando il difensore olandese Heitinga viene espulso per doppia ammonizione. L’inerzia della partita sembra declinare verso i calci di rigore quando, a quattro minuti dal fischio finale, un cross verso l’area di Fernando Torres viene respinto dai difensori olandesi sui piedi di Fabregas che, dal limite dell’area, serve prontamente Iniesta: il palleggio in avanti dell’iberico serve a caricare un diagonale sul quale Stekelenburg non trova riparo. E’ il sigillo della vittoria di una squadra che col suo gioco, forse più catalano che spagnolo, avvicina il calcio europeo alle sponde del Sud America.

I PROTAGONISTI

Andres IniestaIl Don del calcio spagnolo degli anni Duemila è un giocatore che, come capita solo ai più grandi, sembra formare un tutt’uno quanto tiene la palla tra i piedi. Sarà per l’altezza (171 centimetri), per una certa rotondità del viso accentuata dall’incipiente calvizie oppure semplicemente perché, nella gestione del pallone, la fluidità dei movimenti corporei è pienamente armonizzata col rotolare della sfera, resta il fatto che Andres Iniesta, nel pur eccelso livello tecnico del centrocampo delle Furie Rosse, è il cantore principe dei campioni del mondo 2010. Capace di prender palla e giostrarla in qualunque zona del campo, Iniesta possiede la capacità inestimabile di unire elementi che spesso faticano a dialogare: la bellezza e la funzionalità, l’orpello e il risultato, l’estetica e la funzionalità. Difficile vederlo sbagliare una scelta, che sia legata al tempo di gioco, al passaggio da fare o al tiro da scoccare. Un vero califfo del centrocampo, in grado di diventare un decisivo supporto avanzato quando l’intelligenza calcistica glielo suggerisce con la naturalezza con cui tratta il pallone, come dimostrato paradigmaticamente nel gol col quale regala al suo Paese un titolo mondiale mai conquistato prima della finale di Johannesburg, con quell’alzarsi la palla per scaricarla in rete che ricorda la preparazione del gesto che milioni di ragazzini eseguono nelle strade e nei cortili di tutto il mondo. La sapienza con la quale alterna la stoccata al ricamo è il frutto di algoritmi istintivi finalizzati sempre all’efficacia della giocata che ne costruiscono la dimensione di calciatore universalmente adattabile a qualunque schema di gioco. Vincerà un altro Europeo nel 2012 e disputerà altri due mondiali, ultimo incluso, prima di mostrare gli ultimi abbagli di una classe illuminante nella terra del Sol Levante.

Diego Forlan – Se l’Uruguay dopo quarant’anni torna a classificarsi tra le prime quattro nazionali del mondo, in buona misura lo deve alle ottime prestazioni del suo attaccante più carismatico, Diego Forlan, che, in assoluto, è anche tra i migliori giocatori di tutto il mondiale. Anzi: il migliore, essendo insignito del Golden Ball award, riconoscimento assegnato al più bravo calciatore della coppa del mondo di cui, a pari merito con Thomas Mueller, Wesley Sneijder e David Villa, vince la classifica dei cannonieri. Nativo di Montevideo e icona dell’Atletico Madrid, con un passato da promettente tennista, Forlan è un attaccante di movimento che, godendo degli spazi che gli aprono compagni del calibro di Cavani e Suarez, riesce a svariare su tutto il fronte offensivo con movimenti che, in relazione alla necessità del momento, riecheggiano quelli del centravanti, dell’ala o del numero dieci. Giocatore di puro talento, si impone a critica e pubblico partendo dalle retrovie di un campionato che attendeva le meraviglie di Messi e Kakà e si ritrova a celebrare gol e assist di un ragazzo biondo capace di una leadership basata sulla ricerca dell’obiettivo comune tramite la valorizzazione del senso di appartenenza al gruppo. Pronto alle triangolazioni come all’uno contro uno, abile nel colpo di testa e nel calciare le punizioni, Forlan in Sudafrica raggiunge l’apice di una carriera che l’anno successivo lo porta anche a vestire la maglia dell’Inter. In Italia inizia una parabola discendente che non gli impedisce di partecipare alla spedizione della Celeste nel successivo campionato mondiale, quando è proprio l’Uruguay di Tabarez a condannare all’uscita anticipata gli azzurri di Prandelli.

 

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