“Quando era ragazzo scavava la rena dal fondo del fiume Sieve per mettere da parte i soldi e comprarsi una bicicletta. Mio nonno Attilio non si capacitava di quella sua fissa per il ciclismo: “Chi pensi di essere? Fausto Coppi o Gino Bartali? Come loro ne nasce uno ogni cento anni. Figuriamoci se sei te”. Così Elisabetta Nencini, curatrice della mostra La fibra di un campione, ricorda la figura del padre – il ciclista Gastone Nencini – al quale la rassegna è dedicata. In esposizione a Prato (presso il museo del Tessuto e il Cassero medievale), per tutta l’estate fino al 18 settembre, le maglie del campione – gialla, rosa, azzurra e tricolore – insieme alle fotografie e alle testimonianze. Si tratta di un’esposizione che rievoca le gesta di Nencini, sviscerando il significato del suo sport. Il valore del sacrificio. Del sudore, quello vero.

Già, perché la vita di Gastone Nencini – nato a Bilancino di Barberino del Mugello (Firenze), il 1º marzo 1930, e morto nel capoluogo toscano il 1º febbraio 1980 – è stata affascinante e ricca di soddisfazioni, come la vittoria al Giro d’Italia del 1957, ad una media record che rimase imbattuta per oltre venticinque anni (era diventato professionista da appena quattro anni) e al Tour de France nel 1960. Considerato il miglior discesista di tutti i tempi, era soprannominato il “leone del Mugello” per il suo coraggio e la sua ostinazione in corsa, mentre oltralpe era noto come la “nuvola gialla”. Riprende la figlia: “Aveva un carisma incredibile, un carattere forte e passionale ma al contempo era equilibrato”. Ed ecco che la rassegna a Prato, tra testimonianze storiche, oggetti e immagini, riporta ad un periodo magico del ciclismo, nel quale le performance degli atleti, e la loro personalità, avrebbero contribuito alla nascita di veri e propri miti, capaci di adunare folle di appassionati sostenitori e di semplici curiosi al loro passaggio durante le gare.

Miti come Nencini, uomini caparbi e innamorati di ciò che facevano. La stessa Elisabetta, riferendosi al padre, ricorda: “Da dove tirasse fuori quella forza disumana non me lo so spiegare. Al culmine della sua carriera aveva tutto: bellezza, successo, donne. Eppure le cose rilevanti per lui erano altre”. Certo, grazie alla qualità delle sue performance sportive, Nencini ha contribuito (anche) a creare un forte legame con le imprese, in veste di testimonial e di fruitore. Ma l’aurea magica che aveva intorno non è mai scomparsa. In esposizione è presente la prima due ruote creata ad hoc per le caratteristiche atletiche del “leone del Mugello”, un nome che ancora oggi ricorda l’essenza di un punto di riferimento del ciclismo italiano. Ha scritto il giornalista Domenico Quirico: “Rovescio della salita, la discesa è un’ubriachezza, un simbolo anche lei, quello della caduta. I discesisti flottano sul pericolo, guardano lontano davanti a sé, non usano le mani, disegnano in testa la traiettoria della curva e la seguono come un teorema matematico: ecco è fatta, sotto un’altra. A cento all’ora”. Siamo convinti che Nencini sarebbe stato d’accordo.

 

Close