C’è un lato nascosto di questa foto, che abbiamo guardato spesso nella sua immagine centrale. Di fronte a noi, nella teca dei ricordi, vediamo Marco Tardelli, che urla una gioia rabbiosa, un contenitore di incredulità e ansia sciolta. Sta iniziando il suo ululato che entrerà nella storia, la finale dei mondiali del 1982, Italia – Germania. Non a caso Tardelli era soprannominato Coyote. Era un animale notturno. Ma non è lui il protagonista. Dicevamo il lato discreto, nascosto.

Guardate dietro di lui, un suo compagno di squadra che ha una esultanza composta, signorile. Ma se guardate bene, in quel viso appare una gioia quasi da bambini, un viso di chi ha appena ringraziato il cielo che sotto un albero di natale fuori stagione, ci sia il regalo aspettato da sempre.
Lui è Gaetano Scirea. Ed aveva un ruolo che adesso ha un sapore vintage. Il libero. Ovvero colui il quale, in una squadra vecchio stampo, tappava i buchi della difesa, ma non solo. Gaetano era nato centrocampista e tale voleva rimanere. Soltanto che non rendeva come pensava. Aveva quattordici anni, Gaetano, ma era già adulto dentro. Fu Capello a metterlo in quel ruolo. E lui fece buon viso. E mai fece cattivo gioco, anzi, divenne un giocatore di gran lignaggio. Passando alla Juve.

In quella gioia atavica, ma quasi esibita con vergogna, si nasconde il Gaetano uomo. Un marito e padre esemplare, una persona mai fuori dalle righe. Quando la Juve lo convocò in sede per firmare era talmente convinto di non essere ancora pronto, da quasi non voler scendere dalla macchina. Di lui parla sempre poco, Gaetano, misura le parole, cerca di godersi a lungo le gioie e riflettere il giusto sugli sbagli. Il suo compagno preferito ai tempi della Juve, fu Dino Zoff. Che lo descrive come scherzoso e gioviale più di quanto si pensi, ma detto da lui, socievole come un Grizzly a cui minacciano il territorio non si sa quanto sia vero, ma è vero che Gaetano, in quella seriosità, ha uno sguardo sempre dolce, e buono. Sempre. Alla fine della partita che li consacrò campioni del mondo, entrambi non festeggiarono più di tanto, un buon vino e un sorriso.

Dicevamo il Gaetano uomo, se si volesse pescare nel torbido, si finirebbe delusi, amava il tennis, in famiglia lo definirono più bravo come calciatore che come enologo, quando andava a dare una mano ai vitigni. E sua moglie, che era il suo primo allenatore, il suo libero, dietro di lui, che proteggeva tutti, coordinava lei, Mariella, che lo guidava. Lo rimproverava spesso di essere fin troppo modesto, per nulla preciso come credeva, generoso come pochi. Come quella volta, tra le tante.

Venne a casa dopo la partita e aprì la porta, entrando con quattro persone che la moglie non aveva mai visto. “Mariella, questi sono tifosi della Juve, sono venuti da lontano per vederci, mi sembra giusto che mangino un boccone con noi”, questo era Scirea.

Mai una parola o un gesto fuori posto. Boniperti lo sfidò alla firma di un rinnovo contrattuale, avrebbe dato di più, se Gaetano avesse fatto un fallo inutile alla prima giornata di campionato. Manco per niente. La moglie lo esortava ad andare in sede a chiedere un aumento, ma la risposta era sempre uguale: “abbiamo già tutto, accontentiamoci”.

Un signore, un signor libero, un uomo. Il 3 settembre del 1989, morì in Polonia per un incidente stradale, era andato a vedere l’avversario di coppa della Juve. Zoff lo seppe al casello di Torino di ritorno dalla partita di campionato a Verona. Lui che forse era il secondo a conoscerne tutte le abitudini, dopo la moglie, disse solo “non può essere lui, a quest’ora è a casa a dormire”.

Se la raccontava incredulo. Ciao Gaetano, ti ricordiamo anche adesso, con quell’espressione di bimbo cresciuto coronando i propri sogni, che ringrazia per il regalo ricevuto, mentre davanti a te, il Coyote ulula di gioia, campione del mondo, campione del mondo, campione del mondo.

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