Si è idealmente compiuto in un venerdì di primavera il viaggio di Fuocoammare, l’acclamato documentario di Gianfranco Rosi, partito con l’Orso d’Oro a Berlino, e passato in questi mesi attraverso tappe come il Premio Perpignani per il montaggio al Bifest di Bari. Si è compiuto con la proiezione della settimana scorsa a Lampedusa, dove l’opera è nata. Con l’ideale sbarco sull’isola della storia sullisola, candidata ieri sera al David di Donatello per il miglior film e la miglior regia, tra gli altri.

Fatalmente e ironicamente, perché il destino, unito all’indifferenza di uomini e istituzioni, sa essere un autore perfido, nelle stesse ore ieri si seguivano le vicende di un barcone di migranti rovesciato al largo dellEgitto, lasciando in acqua 200 dispersi, e di un gommone in avaria nel Canale di Sicilia, con 114 persone a bordo, sei delle quali trovate già cadaveri. Proprio nel giorno dell’anniversario della più grande strage di sempre nelle acque al largo della Sicilia, nelle quali il 18 aprile del 2015 affogarono 800 persone.

Con il primo caldo, la giornata di ieri sembra essere la tragica apertura delle danze per quella che minaccia di essere l’estate più terribile di tutte, e di trasformare il Mar Mediterraneo in una tomba d’acqua. Due anni fa, le persone che fecero il viaggio della speranza sui gommoni diretti in Sicilia furono poco più di 200mila. Lo scorso anno, un milione. Non è difficile prevedere un’estate complicatissima.

Cosa vuoi che possa fare lo sport, il gioco. Anche questo, oltre a tutto quello di cui Fuocoammare si occupa, ce lo racconta il film di Rosi. Con il dono della brevità, del simbolo che solo la poesia possiede.

Pochi secondi, che compiono la missione che la vuota retorica di ogni grande manifestazione sportiva si ripromette di veicolare ogni volta, ogni volta fallendo miseramente, consegnando alle stamperie slogan orecchiabili per gadget e magliette, ad uso e consumo delle coscienze. Fino al fischio d’inizio, si intende.

Nel film di Rosi c’è, benedetto dal crisma della verità, quel calcio come tregua, quel calcio come convivio, quel calcio come evasione ma anche come coscienza di sé e dell’altro da sé, che alcuni sognano, e non trovano mai. Con la semplicità e sobrietà che contraddistingue tutta la pellicola, quei pochi secondi partono con voci fuori campo, mentre siamo su una nave militare italiana che scruta il mare di Lampedusa, e che trascorre albe, giorni, e notti a soccorrere le voci captate alla radio, che chiedono aiuto in tutte le lingue del mondo. In quelle voci fuori campo, un elenco di Paesi. L’inquadratura si allarga, e quello che sentiamo non è l’elenco di morte che capita di compilare spesso, lì a bordo. Sono i “convocati” di una partita di calcio, che i migranti giocano sul ponte. Qualcuno, tra i sorrisi, tenta di far fuori la Siria: ma la sequenza si chiude con un gol proprio di quella squadra, che esulta col coro “Siria, Siria”. Mai provocare l’avversario, mai andarsela a cercare: il calcio è così.

Il momento di tregua, nella sera, in cui i migranti non sono stremati in pozze di kerosene o in coperte isotermiche, ma eccitati dal gioco e dalla speranza, dura poco. Come l’ormai celebre sequenza dell’ecografia, è solo un intermezzo dentro una storia non facile. Migliaia di storie non facili. Ma c’è. C’è.

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