Oggi, per parlare di calcio turco, siamo in compagnia di Davide Franchi, classe 1972, comasco, studi da grafico pubblicitario, una vita normale con la moglie e due bambine, ma due grandi passioni, quella per il calcio minore, le serie inferiori dei nostri tornei e i campionati dei paesi meno noti, Turchia per prima, e le automobili, di cui si occupa anche professionalmente. Il tutto con un taglio ancor più particolare: un legame temporale con gli anni Settanta – Novanta.

Davide come nasce il tuo interesse per il calcio turco?

La mia passione “calciofila” è a 360 gradi e mi accompagna fin da bambino, quando, pur tifando Internazionale FC, seguivo le vicende di squadre “minori” di Serie C1/C2 per le quali, senza motivo apparente, simpatizzavo. E’ però nel periodo delle scuole medie che affiorarono i primi interessi per la Turchia. Non ricordo il preciso motivo che  fece scattare la scintilla ma tutto mi fa supporre che sia stato il mio scoprire (non mi è dato sapere quando e per quale motivo) le vicende storiche del fondatore della moderna Turchia, il grande Mustafa Kemal Ataturk. Conservo ancora oggi delle fotocopie (allora non c’erano internet e le stampanti dei computer) rilegate della storia completa dalla nascita alla morte di Ataturk, nonché cimeli vari che allora mi facevo portare da chi andava in quel Paese, comprese le magliette da calcio.

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Fu però nel periodo liceale che la mia passione esplose del tutto. Ricordo infatti che non solo diventai uno sfegatato tifoso del Galatasaray ma cominciai a seguire anche le squadre turche di basket, andandole a vedere quando capitava che venissero sorteggiate con le vicine squadre della mia zona: ricordo di essere stato sugli spalti a tifare per le squadre turche al Pianella di Cantù (Fenerbahçe) e addirittura nel palazzetto di Bellinzona, in Svizzera (contro il Tofas Bursa)! Per restare però al calcio, il mio apice di tifoso fu quando il Galatasaray arrivò fino alle semifinali della Coppa Campioni 1988/89, eliminata dalla Steaua Bucarest che fu battuta poi in finale dallo stratosferico Milan di Sacchi e degli olandesi. In quegli anni (dalla metà anni 80 fino alla metà anni 90) mancava solo che cambiassi nazionalità e nome/cognome. A scuola firmavo i miei disegni con la stessa identica firma di Kemal Ataturk e addirittura alcuni professori (oltre ai compagni) presero a chiamarmi semplicemente “Ata”.

Compravo una volta a settimana il quotidiano turco “Hurriyet” per leggere soprattutto dello sport;  ordinai alla Panini (e lo custodisco tuttora gelosamente) un album completo di figurine da attaccare del calcio turco (“Turk Futbolu” 1985/86). Naturalmente la formazione del Galatasaray di fine anni Ottanta la imparai in fretta a memoria, come si recita l’undici dell’Italia campione del mondo 1982. Ero addirittura arrivato a creare una schedina sul calcio turco che facevo giocare tutti i miei compagni a colpi da 50/100 lire, il problema era che per poter vedere chi avesse vinto era necessario aspettare il giovedì quando usciva in edicola il Guerin Sportivo coi risultati! Per la cronaca, io in Turchia ci ho messo piede per la prima volta solo nel 2003, toccata e fuga in crociera ad Antalya. Lì, guarda a caso, acquistai un puzzle che raffigura Ataturk, oggi incorniciato e appeso a un muro di casa.

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La tua passione per il calcio turco è particolare anche perché è rimasta ferma agli anni Ottanta e Novanta.

Sì, oggi non seguo più con enfasi le vicende della Nazionale turca, quelle delle squadre di club e ancor meno la storia della Nazione. Nei primi due casi forse perché non c’è più quel velo di “mistero” o di “esclusività” che contrassegnavano una persona come me che impazziva per qualcosa che gli altri non capivano. Oggi tutti sanno di tutto: basta un click su internet e si impara tutto in modo teorico, meno “passionale”. Inoltre “ai miei tempi” i giocatori del campionato turco erano quasi tutti del posto (e quindi semisconosciuti fuori dai confini); pochi stranieri (molti dei quali della ex Jugoslavia) se non qualche allenatore che, quasi in pensione, andava a farsi il fine carriera in una villa sul Bosforo, ben pagato per vincere a mani basse un campionato poco competitivo per chi non si chiamasse Galatasaray, Fenerbahçe, Besiktas o Trabzonspor. Il top del Gala è stato raggiunto con la vittoria dell’ultima Coppa UEFA, datata 1999/00, ma lì ormai lo seguivo già in maniera un po’ più distaccata e anche la successiva vittoria nella Supercoppa Europea contro il Real Madrid non mi fece appassionare e soffrire come quella cavalcata dal primo turno della Coppa Campioni già citata. Il motivo per cui non seguo più neanche la Turchia a livello di Paese, è perché mi sento ormai lontano dalle idee generali  del suo leader attuale, quell’ Erdogan che pare stia cancellando quell’idea di stato laico che Ataturk a suo tempo fece tanta fatica a creare dalle ceneri dell’Impero Ottomano.

So che hai frequentato gli stadi di uno stato ben più piccolo della Turchia…

La mia passione per il calcio minore dalla Turchia si è estesa ad altri paesi, soprattutto quelli che ottenevano i risultati più modesti, le cosiddette cenerentole del calcio europeo. Già dagli anni Ottanta ho iniziato a seguire i movimenti di Albania, Cipro, e dell’estremo Nord: Islanda, Isole Far Oer e Groenlandia. Mi esaltai molto per le imprese del Flamurtari Valona, che per due anni a fila aveva messo paura al Barcellona in Coppa Uefa, e quando nel 1993/94 la squadra albanese del Albpetrol Patosi venne sorteggiata al turno preliminare della Coppa delle Coppe contro i dilettanti   del Liechtenstein del FC Blazers, debuttanti in Europa: andai a Vaduz a vedere la partita, vinsero i Blazers 3-1 e pareggiando 0-0 in Albania riuscirono anche a passare il turno. Fu solo la prima di una serie di partite cui assistetti in seguito nel Principato, due della Nazionale contro Portogallo e Israele e diverse del FC Vaduz, la squadra più forte del paese: ho visto due bei 3-3 contro i polacchi dell’Amica Vronki e contro i croati del Varteks Varazdin. In Liechtenstein non esiste un campionato, ma solo la coppa nazionale, le squadre giocano nei tornei dilettantistici svizzeri, tranne appunto il Vaduz che ha raggiunto la Serie A elvetica, mentre gioca la Coppa in patria, e ne ha al momento vinte 44 su 57 finali disputate.

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La tua passione per gli anni Ottanta si è estesa anche alle automobili, al punto di farne una professione…

In effetti la mia passione principale è proprio quella per le auto, al punto di riuscire a farne una professione nonostante abbia studiato da grafico. Sono partito da un marchio tedesco, collezionando BMW anni 70/80, poi dal 2006 quando ho ufficialmente avviato l’attività professionale, ho avuto per le mani auto di quell’epoca a centinaia e mi sono appassionato alle marche più disparate e rare.

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Le mie BMW in passato sono state protagoniste di noti film o serie TV: sono mie le due che si scontrano sotto il tunnel della stazione Centrale di Milano nel film “Vallanzasca il fiore del male”, altri modelli anni Ottanta sono apparsi nella serie TV di Sky “1992”. Sono piacevoli diversivi che fanno comunque parte della mia passione per le vecchie auto, che al contrario di quella per la Turchia non accenna a diminuire! Per unire il tutto mi piacerebbe tanto trovare e acquistare una Tofas Dogan, la Fiat 131 costruita a Bursa, un’auto d’epoca turca, e poi girarci con una sciarpa del Galatasaray sul lunotto, meglio di così…

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