In Ungheria si ripartirà alla pari. Più o meno. Undicesima delle venti prove in calendario, la gara sul dedalo dell’Hungaroring, situato alle porte di Budapest, coincide con l’inizio del girone di ritorno di un campionato che, nell’accesa lotta per il titolo, vede Ferrari e Mercedes quasi allineate. Perché in classifica Sebastian Vettel ha pur sempre una lunghezza di vantaggio su Lewis Hamilton e nella F1 dai punteggi pantagruelici, nulla a che vedere coi formati “fitness/wellness” (1981-2009), in tre casi su sette ne sono bastate cinque, se non meno, per stringere fra le mani lo scettro iridato. Senza dimenticare, oltretutto, che proprio l’ultimo mondiale piloti di Maranello (2007, Kimi Raikkonen) arrivò con un solo punto in più rispetto alla concorrenza.

Ma per una Ferrari avanti in classifica, c’è una Mercedes apparsa migliore in pista nella seconda parte del girone d’andata. Aldilà dei cinque punti recuperati da Hamilton (a “-6” da Vettel dopo Barcellona), il parziale delle vittorie – 3-1 contro il 3-2 dei primi cinque appuntamenti – e, soprattutto, quello della classifica Costruttori – da “+8” dopo la Spagna a “+55” dopo l’Inghilterra – rendono eloquente la ritrovata competitività delle Frecce d’Argento, dovuta a uno sviluppo della vettura che al momento le rende più performanti della SF70H. Una valutazione corroborata anche dai 6 podi a 4 e dalle 4 pole a 1 (Montecarlo, Raikkonen, per la cronaca partito davanti a Vettel in tre delle ultime cinque gare).

Se vorrà almeno la possibilità di giocarsi il titolo fino all’ultima gara, la Ferrari ora dovrà sfoderare gli artigli e rispondere per le rime alla Mercedes. Per due ragioni. La prima è la sua storia, che le impone di essere ai vertici della F1 e dimostrare, quando si presenta l’occasione di vincere, di essere all’altezza di questo compito fino in fondo, rifiutando un lancio anticipato della spugna eventualmente giustificabile con frasi minimaliste del tipo: “Se ce l’avessero detto all’inizio che saremmo arrivati fin qui, ci avremmo subito la firma…”. Il secondo motivo della necessaria reazione del Cavallino è l’abbattimento di un suo limite degli anni Dieci: una seconda parte di stagione quasi sempre meno rampante rispetto alla prima. Soltanto tre volte è accaduto il contrario. Una, il 2011, buona giusto per le statistiche (media punti/gara salita da 19,2 a 20,3) perché il campionato fu un dominio Red Bull. Le altre due quando ha lottato per il mondiale. Ma anche qui, attenzione. Perché solo nel 2010 la crescita sotto la bandiera a scacchi (media punti/gara da 16,5 a 25,6) fu accompagnata da un miglioramento in qualifica (2 pole di Alonso e almeno una “F10” nelle prime due file in 7 gare su 9). Mentre nel 2012 l’impennata al traguardo (media punti/gara da 17,7 a 22,3 nonostante la Ferrari dopo l’Ungheria fosse quarta nel Costruttori pur con Alonso al comando fra i piloti) fu inversamente proporzionale ai successi (0 a 3) e alle prove, dove la “F2012” passò da 2 pole (Alonso) ad appena 2 piazzamenti nelle prime due file dello schieramento.

Tornando a oggi e giunti a una fase delicata del campionato, l’atteso balzo prestazionale in avanti di Maranello non è finalizzato tanto al week-end magiaro, sebbene sia ottimo per il morale arrivare alla pausa estiva davanti a tutti, quanto al resto della stagione. Il mondiale è una lotta a due – se non vince la Ferrari, lo fa la Mercedes – e si rischia di non fare in tempo a recuperare se si accumula troppo ritardo o se si trascurano i dettagli, sempre importanti ad alti livelli, ancora di più in una competizione serrata come questa. Per esempio, la gestione delle gomme – a Silverstone la Ferrari è stata l’unica ad accusare problemi su entrambe le vetture ed è un inconveniente da evitare in futuro, perché la vittoria del titolo passa anche da questi aspetti – o quella delle partenze. Dove le “Rosse” hanno spesso perso posizioni al via (Cina, Russia, Canada, Austria, Inghilterra). Invocare la sfortuna non serve, se non per piangersi addosso e dimostrare di non avere ancora una mentalità vincente. Un rischio che questa Ferrari non corre. Maurizio Arrivabene è stato chiaro dopo Silverstone, invitando a non lamentarsi e a reagire alle negatività con umiltà e determinazione. Parole che suonano come un invito a camminare lungo la strada di quella ricerca della perfezione fondamentale per stare lassù, davanti a tutti. Dove la Ferrari manca da troppo tempo. Dove la Ferrari vuole tornare. E dove, da domenica prossima, dovrà dimostrare di poter stare.

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