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Sport & Integrazione

Formula 1: Quando la pista si tinge di rosa

Francesca Di Giuseppe

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Una pilota in Formula 1non verrebbe presa sul serio” le parole del patron del Campionato mondiale di automobilismo pronunciate a un network canadese. Un’affermazione forte se si pensa che fu proprio Ecclestone, la scorsa primavera, a parlare di “circuito rosa” cioè di un campionato tutto dedicato alle donne. Quindi, dov’è la verità? Forse, come spesso accade, nel mezzo.

Il mondo “rosa” delle quattro ruote viene portato alla ribalta, come spesso accade per tante discipline sportive declinate al femminile (una su tutte il calcio), da dichiarazioni non proprio di stima da parte di dirigenti e operatori del settore.

E anche questa volta è andata così: riflettori accesi sulla vicenda per una provocazione tutt’altro che positiva. Bene, allora focalizziamo bene l’attenzione sul tema attraverso la voce di due donne che lavorano per e nello sport circa le  difficoltà dell’universo femminile di “imporsi” nel mondo della Formula 1.

Alessandra Petrucci, psicologa dello sport: “Nell’immaginario maschile legato al mondo automobilistico la componente femminile riveste perlopiù un ruolo gregario ed ornamentale. Non dimentichiamo quell’ironia pungente che vede la ‘donna al volante, pericolo costante‘, un vecchio retaggio sessista mai del tutto superato. Come può dunque una donna emergere nelle competizioni automobilistiche? I pregiudizi sono duri a morire, non sorprende la riflessione di Ecclestone, ma sappiamo anche che le donne hanno ampiamente dimostrato di avere una marcia in più e di saper recuperare terreno in molti contesti non esattamente favorevoli. Come sanno bene i piloti, e qualunque agonista, il talento da solo serve a ben poco senza un duro lavoro di preparazione, questo vale tanto per gli uomini quanto per le donne. La fiducia e l’autostima – conclude la psicologa – sono fattori chiave nella performance. Dando alle donne le stesse opportunità di essere competitive, anche la storia delle quattro ruote potrebbe essere finalmente segnata da interessanti traguardi al femminile”.

Altro parere interessante è quello di Luisa Rizzitelli presidente di Assist (Associazione nazionale atlete): “Se dovessi vedere il lato positivo delle sue parole, direi che Ecclestone denuncia un problema allo donne molto noto, ossia quello di non essere valutate per le proprie capacità a causa di pregiudizi e stereotipi. Tuttavia, sarà che il personaggio non mi piace, mi sembra di cogliere anche una certa supponenza sulla mera ipotesi che qualche pilota possa provare ad affacciarsi nel panorama della F1. Io di una cosa sono convinta: le donne sanno pilotare navicelle spaziali, sapranno presto essere competitive anche in F1. E’ solo una questione di tempo e di dare loro delle opportunità. Guarda caso”.

Al di là di dichiarazioni pro e contro, di “prendere sul serio” un determinato sport (ribadiamo, parliamo sempre al femminile), qualcuno si è mai chiesto quali sono le pilote che gareggiano e hanno gareggiato in passato (lasciando da parte categoria e tipologia di competizione)? Italiane e straniere, ce ne sono parecchie e qualcuna in Formula 1 ci è arrivata.

Carmen Jorda: figlia dell’ex pilota spagnolo Josè Jorda, pilota automobilista spagnola che attualmente gareggia nella GP3 spagnola e dallo scorso anno è parte integrante del programma di sviluppo per i piloti della Lotus. Il primo contatto con l’automobilismo avvenne nel 2001 alla tenera età di 12 anni al Comunità Valenciana arrivando terza. Una scalata continua che l’ha portata ai massimi livelli delle quattro ruote.

Susie Stoddart Wolff: ex collaudatrice in Formula 1 alla Williams (si è ritirata lo scorso novembre). Una passione nata con il fratello all’età di 8 anni che la portò a 18 anni ad essere tra le prime 15 del mondo.Oggi la Wolff è impegnata nel progetto “Dare to be different” attraverso cui si punta a incentivare la presenza delle donne nel mondo dei motori. la campagna prevede 5 eventi da svolgersi in Gran Bretagna nel corso del 2016 e prevede la possibilità per le ragazze di studiare da vicino i kart da corsa, valutare il lavoro dei media e tutti i segreti dell’automobilismo.

Lella Lombardi: la seconda donna a guidare una monoposto di Formula 1, l’unica a giungere in zona punti e quella che disputò più Gran premi (12). Esordì nel 1974 nel Gran Premio di Gran Bretagna. Entra nella storia con il Gran premio di Spagna del 1975 (circuito del Montjuich): Lella arrivò con il 24° tempo (a soli 7” dalla pole position di Niki Lauda) con una March 751 della Lavazza March. Il ritiro dalle gare avvenne nel 1988 per poi diventare team manager.

Maria Teresa De Filippis: la prima automobilista italiana. Esordì al Gp di Monaco nel 1958 su una Maserati. “Pilotino” il suo soprannome, partecipò a 4 Gran premi (Monaco, Belgio, Portogallo e Italia) e, in Belgio conquistò il 10° posto su Maserati 250F. Il ritiro nel 1958 coincise con un drammatico segno del destino: nel corso del Gp di Germania, il pilota titolare Behra persa la vita guidando la vettura con la quale avrebbe dovuto correre lei.

Giovanna Amati: è stata l’ultima donna a partecipare a un campionato di Formula 1 (ha partecipato a tre Gp). Iniziò nel 1986 con i primi test per la scuderia Benetton. La carriera nel campionato mondiale finì nel 1992 ma fino al 1999 ha corso nelle vetture a ruote coperte giungendo 3° nella SportsRancing World Cup classe SR2.

Michela Cerruti: ancora in attività. Nel 2012 correva in Auto Go con la vettura del team Supernova International cogliendo il primo successo a Imola; ha preso parte anche al neo campionato di Formula E con il team Trulli Gp. Nel 2015 partecipa alla 24 Ore del Nurburgring. Da gennaio 2015, per volere della Federazione italiana, è entrata a far parte della Fia Women nella Motor sport Commission in rappresentanza dell’Italia (La Fia Wimc nasce nel 2009 con l’intento di creare una cultura sportiva in grado di facilitare e valorizzare la presenza delle donne del MotorSport).

Ricordiamo anche: Divina Galica, britannica che iniziò la carriera sugli sci per poi arrivare in Formula 1 tra il 1976 e il 1978 e Desire Wilson, sudafricana con una  sola esperienza in F1 nel 1979 non valida per il mondiale.

Si dice che una seconda occasione è concessa a tutti. Forse nel mondo dei motori sarebbe ora di dare per la prima volta un‘opportunità alle donne che amano l’alta velocità e magari scoprire la fiducia è stata ben riposta.

FOTO: www.kart1.it

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Altri Sport

Troppi neri in squadra? Un motivo per essere licenziato

Emanuele Sabatino

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Nel mondo al contrario in cui viviamo, uno stimato insegnante e vincente allenatore di Football viene cacciato perché la sua squadra è composta da troppi giocatori neri.

La storia è quella dell’insegnante di storia e coach di football e golf Nick Strom del Camden Catholic High School che ha raccontato come il preside della scuola insieme al board abbiamo deciso ti mandarlo via per “divergenze sulla composizione del corpo studentesco”.

Sin dal primo giorno mi è stato detto dall’amministrazione che non erano felici del rapporto tra studenti bianchi e neri all’interno dell’istituto. E questo, sono sicuro, è stato il motivo fondante la mia esclusione. L’argomento razziale è stato tirato in ballo almeno 20 volte dal 2013, anno in cui mi hanno chiesto di allenare la squadra di football. Quando presentavo la lista dei freshmen, la prima cosa che mi chiedevano leggendo il nome era se era nero o bianco. Ho costruito il programma studentesco in base alle abilità dei ragazzi, al loro carattere e ai loro voti”.

Questo non è però bastato a salvargli il posto di lavoro. Il suo record stagionale alla guida della squadra di football parla di un invidiabile 34-6. Parenti e studenti hanno organizzato una protesta fuori la scuola in suo favore. Il preside Whipkey ha stilato una lista di ragioni per cui Strom è stato mandato via: violazione del vestiario, mancanza di rispetto verso il preside, uscita anticipata dalla lezione per preparasi al corso di Golf, uscita anticipata dalla lezione per parlare con altri coach lasciando i ragazzi liberi di vagare per l’istituto. La sua difesa: “Avevo sempre qualcuno che guardava i ragazzi quando mi andavo a preparare per il golf. I bagni sono chiusi a chiave, quindi i ragazzi non disturbavano nessuno ma andavano dritti in biblioteca a studiare per prepararsi alla lezione successiva”.

Cause futili e pretestuose, comuni a quasi tutti gli insegnanti di questo pianeta, che non fanno altro che alimentare il sospetto che il vero motivo per cui coach Strom sia stato mandato via sia unicamente quello razziale. Nel mondo al contrario, dopotutto, succede anche e soprattutto questo.

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Calcio

Come la Fifa cerca di rifarsi la reputazione…e trattenere gli Sponsor

Emanuele Sabatino

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La Fifa, la massima federazione internazionale calcistica ha un problema di reputazione. Nel 2015 l’allora presidente Sepp Blatter fu accusato e poi condannato per curruzione dopo l’assegnazione del mondiale in corso alla Russia ed il prossimo del 2022 al Qatar. Un duro boomerang pubblico vista la povertà di questi due paesi in fatto di diritti umani.

Come parziale risarcimento delle sue azioni la FIFA ha stabilito una richiesta di un minimo in fatto di diritti umani da parte dei paesi che ospitano e ospiteranno il mondiale, inclusa la zero tolleranza in fatto di discriminazioni basati sull’orientamento sessuale.

Il primo test di questa nuova politica è partito insieme all’inizio del mondiale di Russia 2018, un paese apertamente ostile alle persone LGBT. Con l’arrivo di tantissimi visitatori e tifosi, la Coppa del Mondo dovrebbe essere una festa di sport con l’intento di celebrare l’umanità.

La FIFA aveva il bisogno di mettere in chiaro cosa aspettarsi dalla Russia circa il rispetto delle sue regole durante il torneo e che stabilire una politica di totale concessione dei diritti umani deve essere il primo necessario e vitale step.

Giugno è anche il mese del quinto anniversario della legge “propaganda” e discriminante contro i gay adottata mesi prima i giochi Olimpici di Sochi del 2014. Questa legge penalizza le persone LGBT e crea un clima di tensione nei confronti di quest’ultimi spesso sfociato in episodi di violenza tant’è che molte guide hanno suggerito ai tifosi omosessuali giunti in Russia di non tenersi per mano per non rischiare ripercussioni.

Nel 2017 la Cecenia fu teatro di una bieca e terribile purga anti-gay. Le forze dell’ordine cecene accerchiarono un gruppo di persone sospettate di essere gay e bisessuali che vennero torturate ed alcuni di loro rapiti. Scioccanti le parole del leader militare ceceno Ramzan Kadyrov: “Qui non abbiamo nessun gay. Per la purificazione del nostro sangue, dovessimo trovarne qualcuno, lo prenderemo”.

Invece di prendere una posizione forte, la FIFA ha chiuso un occhio sull’omofobia tant’è che la capitale della Cecenia, Grozny, è stata inserita come uno dei siti di allenamento per il Mondiale.

Il Qatar che ha una legge che punisce le persone gay con una condanna da uno a tre anni di prigione, sarà il nuovo paese ospitante il Mondiale nel 2022. Questa legge anti-gay contrasta ovviamente le regole FIFA che al contrario proibiscono assolutamente ogni forma di discriminazione pena la sospensione e l’espulsione.

La FIFA ha dichiarato che sarà tempestivo il suo intervento qualora venisse verificata la violazione di ogni tipo di diritto umano e la discriminazione di ogni genere anche quella sull’orientamento sessuale. Tra il dire ed il fare però c’è di mezzo il mare.

Ospitare il Mondiale significa anche concedere un po’ della propria sovranità alla FIFA che storicamente ha messo bocca su delle leggi locali come nel caso del Mondiale in Sudafrica dove furono create dozzine di corti istantanee per perseguire i reati commessi durante il torneo o come in Brasile dove venne cambiata la legge che impediva di vendere la birra dentro lo stadio. Questo tipo di pressioni dovrebbero essere usate per cambiare cose molto più importanti come i diritti umani.

La FIFA ha dichiarato pubblicamente, prima dell’inizio del Mondiale, che si sarebbe aspettata dalla Russia un’atmosfera di benvenuto per i tifosi LGBT sottolineando che, in caso di violenze su questi ultimi, il paese sarebbe stato l’unico responsabile. L’intenzione è quella di mandare anche un fortissimo segnale al Qatar prossimo paese organizzatore nel caso non dovesse riformare le sue regole anti-gay. D’altronde quattro anni per farlo sono tempo a sufficienza.

Se la massima federazione calcistica non dovesse riuscire a forzare la sua linea rischierebbe anche di perdere tantissimi sponsor come Coca Cola, Adidas, McDonald’s, Visa ecc. tutte multinazionali che hanno nel loro statuto l’assoluto divieto di ogni tipo di discriminazione e che devono salvaguardare la loro reputazione e che quindi non possono legarsi ad eventi in paesi con idee contrarie. Ad esempio McDonald’s ha già annunciato che per paura dell’immobilismo della FIFA su questo tema nei prossimi Mondiali in Qatar non prenderà parte come sponsor dell’evento.

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Calcio

Quanto è difficile essere LGBT a Russia 2018

Emanuele Sabatino

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Nonostante l’opera di prevenzione della polizia inglese e di quella Russa nell’impedire ai tifosi più esagitati di entrambe le tifoserie di prendere parte al Mondiale di Russia 2018, rimane alto il rischio per il contatto tra le due tifoserie rivali e soprattutto per l’incolumità dei tifosi inglesi appartenenti alla comunità LGBT

Gli hooligans russi, infatti, stanno mandando continue minacce di morte ai tifosi inglesi gay e transgender presenti sul territorio russo. La minacce più diffuse vertono sull’accoltellare i gay e cacciarli dal loro paese.

Alcune minacce sono ritenute così pericolose che l’associazione “Pride in Football” legata ai gruppi LGBT ha dovuto denunciarle alla polizia.

Joe White, leader di questa associazione ha dichiarato: “Ci hanno fatto arrivare il messaggio che qualora dovessero trovarci ci accolteranno a morte”. L’indagine è tutt’ora aperta.

Non è un mistero che la Russia, dal punto di vista dell’orientamento sessuale ma non solo, sia uno dei paesi più intolleranti ed infatti nel 2017 si è posizionata al 48° posto su 49 paesi europei a proposito dei diritti della comunità LGBT. Proprio per questo sui giornali inglesi è stata pubblicata una guida indirizzata ai tifosi inglesi omosessuali sul come comportarsi in Russia onde evitare spiacevoli sorprese ed episodi di violenza.

Questa guida suggerisce di evitare di tenersi la mano o di baciarsi in pubblico, oltre al fatto di non portare e sventolare bandiere arcobaleno. Contrario a questa guida è però Joe White poiché a suo dire questa suggerisce il nascondersi ed invece la comunità LGBT non nasconderà affatto la propria natura.

I rapporti tra i due paesi sono al minimo storico sia a livello di tifoserie dopo che nel 2016, in occasione degli Europei, ci fu quella che venne definita “la battaglia di Marsiglia” con tantissimi feriti da ambo i lati e sia dal punto di vista diplomatico con il caso dell’avvelenamento dell’ufficiale russo Sergei Skripal e di sua figlia Yulia a Salisbury.

La speranza generalizzata è che essendo il Mondiale osservato e sotto gli occhi di tutti sia in un’occasione per promuovere i diritti delle comunità LGBT anche in un paese restio come la Russia ed in scondo luogo un repellente per gli hooligans dal creare episodi di caos e violenza.

Anche se quello che è accaduto prima dell’inizio di Russia 2018 non fa certo ben sperare.

Uno spazio per i tifosi gay e per quelli appartenenti alle minoranze etniche sito a San Pietroburgo durante il Mondiale è stato, infatti, costretto ad essere rilocato all’ultimo minuto.

Il proprietario del palazzo che avrebbe ospitato questo “spazio sicuro” avrebbe comunicato agli organizzatori il suo ritiro da questo evento a pochi giorni dall’inizio del torneo.

Piara Powar, direttore del FARE, network internazionale anti-discriminazione che stava supervisionando il progetto, ha dichiarato in un comunicato che il trasloco forzato è un qualcosa di familiare, un metodo con il quale le autorità cittadine fanno spesso chiudere le attività che non sono conformi alla loro politica, un attacco politico che dimostra ancora una volta la forza del potere conservativo in Russia.

Nonostante questo, anche se in ritardo, l’organizzazione è riuscita a trovare un’altra location sempre all’interno della città ed aprire le porte alla comunità di tifosi LGBT e delle minoranze etniche. Al momento ancora nessuna protesta, minaccia o attacco politico sono giunti né agli organizzatori né alla nuova sede.

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