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Footy a Nauru, Paradise Lost del Pacifico: lo Sport ai confini del Mondo

Nicola Raucci

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Nauru, isola dell’Oceano Pacifico di 21 km2 e poco più di 11mila abitanti, è la terza nazione più piccola al mondo. Abitata da popolazioni indigene fin dal 1000 a.C., fu il capitano John Fearn, cacciatore di balene, il primo occidentale ad approdarvi nel 1798, chiamandola Pleasant Island per la natura incontaminata e l’ospitalità della gente. Protettorato dell’Impero tedesco dal 1888 e sotto il mandato fiduciario di Australia, Nuova Zelanda e Regno Unito dal 1920, Nauru ha ottenuto l’indipendenza nel 1968.

Isola dal clima caldo e umido con precipitazioni variabili, scarse fonti d’acqua dolce e aree fertili limitate alla costa, era tuttavia ricca di giacimenti di fosfati. E proprio il fosfato, estratto a cielo aperto dal 1906, ne ha garantito il benessere fino agli anni ’80, come unica fonte di reddito. Tuttavia, quando le riserve andavano esaurendosi ne ha anche sancito condanna e declino. Diventata negli anni ’90 un paradiso fiscale, è attualmente sede del controverso centro per rifugiati stanziato qui dall’Australia in cambio di aiuti finanziari.

Nauru è oggi un Paese dissestato con un tasso di disoccupazione al 90% e un futuro incerto. I giganteschi relitti arrugginiti sparsi ovunque su un terreno calcareo in gran parte arido e spoglio sono testimonianza concreta di decenni di scriteriata estrazione. Una situazione difficile nella quale il decisivo supporto dell’Australia riporta in auge un legame storico che presenta aspetti rilevanti anche a livello sportivo. Infatti, il football australiano è sport nazionale e vanta il più alto tasso di partecipazione al mondo. L’arrivo del footy nell’isola risale agli anni ’30, importato dagli studenti nauruani di ritorno dai college privati di Geelong e Melbourne nel Victoria, patria storica dell’Australian rules football. La disciplina si è affermata rapidamente, diventando una autentica ossessione.

Il campionato nazionale è organizzato dalla Nauru Australian Football Association (NAFA). Vi partecipano sei squadre aventi nomi e colori ispirati ai club AFL d’Australia: Bulldogs, Magpies, Cats, Bombers, Kangaroos e Hawks. La competizione senior comprende 180 giocatori, 30 a squadra. Tutti gli incontri si tengono nel distretto di Yangor, al Linkbelt Oval, l’unica arena del Paese. Terreno di ghiaia e polvere di fosfato. Un campo per veri duri, the hard men of football. La finale del campionato è un evento annuale di grande importanza, in grado di attirare anche 3mila persone. Come in altri Paesi dell’Oceania, nella passione sportiva confluisce il disagio sociale, con ricorrenti episodi di violenza. Nel 2006 gli incontri delle finali del campionato vennero sospesi per disordini e violazioni al regolamento. Per far fronte alla forte rivalità tra giocatori e tifosi delle diverse compagini e favorire il senso di appartenenza, la NAFA ha posto nel 2008 una serie di rigorose condizioni per la convocazione in nazionale, tra cui essere incensurati.

A livello internazionale, la selezione di Nauru, The Chiefs, ha ottenuto discreti piazzamenti nella prestigiosa Australian Football International Cup, il maggior evento dilettantistico mondiale di footy. Sebbene l’Australia non vi prenda parte direttamente, in quanto unica nazione nella quale la disciplina è professionistica, ne coordina tuttavia l’organizzazione per favorire lo sviluppo dello sport. Finora il miglior piazzamento registrato è il quinto posto nelle edizioni del 2008 e del 2017. L’Australia, facendo leva sulla passione locale, sostiene la partecipazione a Nauru attraverso le Australian Aid-funded Pacific Sports Partnerships al fine di incoraggiare uno stile di vita più sano, date le pessime condizioni di salute della maggioranza della popolazione dell’isola in cui si registrano tassi di obesità del 70% e di diabete mellito di tipo 2 del 40%. Anche a livello giovanile Nauru fa registrare una partecipazione al footy decisamente elevata con 500 giocatori nei diversi gradi  delle  competizione  junior.  Negli  ultimi  anni  i  giovani  hanno  potuto  beneficiare  delle opportunità offerte dai programmi annuali di sviluppo dell’Australian Football League.

In una terra lontana, sul labile confine tra Inferno e Paradiso, dove ciò che rimane della rigogliosa vegetazione tropicale si dissolve nel tetro panorama delle miniere, il football australiano è una fede. E la speranza di un popolo intero è racchiusa in quel sogno di vedere finalmente un giorno un figlio di Nauru calcare i campi dei grandi stadi australiani di AFL.

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“Indro al Giro”: Cronache sportive dell’Italia strapaesana

Andrea Muratore

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Avrebbe compiuto oggi 109 anni Indro Montanelli, uno ddei giornalisti più stimanti della Storia italiana. tra i suoi lavori più apprezzati non possiamo dimenticare il racconto del Giro d’Italia, narrato in maniera unica e specchio autentico del Belpaese di quegli anni.

Più che una collezione di articoli d’annata, un’antologia di racconti, una raccolta di istantanee dal passato che ci consentono di gettare uno sguardo sull’Italia rinascente attraverso la narrazione del suo più caratteristico evento sportivo. È difficile definire con precisione “Indro al Giro”, libro curato dal giornalista de “La Gazzetta dello Sport” Andrea Schianchi che raccoglie al suo interno le corrispondenze redatte da Indro Montanelli nel corso della sua esperienza da inviato del “Corriere della Sera” alle edizioni 1947 e 1948 del Giro d’Italia. Il libro getta un ponte sul passato, consente di leggere attraverso le parole del grande giornalista di Fucecchio le emozioni, i sentimenti e le aspettative di un’Italia che viveva i difficili anni della ricostruzione, materiale e morale, dopo i lutti del secondo conflitto mondiale e riconosceva nel Giro uno straordinario fattore di unità nazionale.

In tal modo lo interpretò anche lo stesso Montanelli che, relegato alla cronaca sportiva e tenuto in quegli anni distante dall’attualità politica a causa dell’antica adesione al fascismo, ebbe modo di offrire attraverso le sue corrispondenze la sua opinione non solo sull’andamento della corsa ma anche, e soprattutto, sulla realtà a lui contemporanea. Come sottolinea lo stesso Schianchi nella sua introduzione: “Montanelli non si ferma alla superficie, approfitta del Giro per raccontare l’Italia […] non nascondendosi dietro la facile retorica e sempre esprimendo giudizi che, il più delle volte, e nel perfetto spirito del personaggio, sono controcorrente”. Risulta ordinario per i lettori del libro imbattersi in numerosi paragoni tra gli eventi e i protagonisti della “Corsa Rosa” e i personaggi e gli accadimenti della storia italiana ed internazionale del tempo, in digressioni personali di Montanelli riferibili a esperienze della sua esistenza ed in ritratti a tutto tondo dei corridori, analizzati sul piano umano ancor prima che su quello atletico.

Indirettamente, Montanelli trova sempre il modo di esprimere il proprio parere sulle grandi questioni che appassionavano la vita pubblica del paese, esprimendo ad esempio il proprio apprezzamento per Saragat definendo il Giro una “festa socialdemocratica”, ovvero una “perenne domenica”, o sottolineando la grande considerazione nei confronti del leader democristiano Alcide De Gasperi attraverso il paragone con Gino Bartali, l’atleta da lui maggiormente ammirato, come si evince dai diversi apprezzamenti rivoltigli in diversi degli articoli raccolti nel libro.

Leggendo “Indro al Giro” si può gettare uno sguardo diretto sul volto strapaesano dell’Italia, componente essenziale e troppo spesso disconosciuta della realtà nazionale, che nelle edizioni 1947-1948 del Giro ebbe modo di palesarsi non solo nei paesi trepidanti per l’arrivo dei corridori ma anche tra i suoi protagonisti stessi. Accanto a personaggi degni di un capolavoro neorealista come il caporalmaggiore dei bersaglieri Carlo Regina, assiduo pedalatore che seguì l’intero dispiegarsi della carovana rosa nel Giro 1948, o il giovane che Montanelli descrive nell’atto di salutare il passaggio della corsa sul Passo della Porretta levando al cielo un gigantesco pollo allo spiedo, trovano il loro spazio nell’antologia strapaesana anche uomini come il “gregario anarchico” Menon, preso particolarmente in simpatia da Montanelli, o il battagliero triestino Cottur, alfiere della città-simbolo per eccellenza delle divisioni del dopoguerra italiano.

Da Trento a Napoli, il viaggio di Montanelli al seguito della “Corsa Rosa” offrì dunque gli spunti necessari al futuro fondatore del “Giornale Nuovo” per conoscere e comprendere appieno la realtà italiana a lui contemporanea, e rappresentò una palestra formativa di assoluta eccellenza per la crescita di colui che è universalmente riconosciuto come il più grande giornalista italiano del Novecento. “Indro al Giro” consente di conoscere questo periodo per lui cruciale e di pedalare simbolicamente nel passato d’Italia, viaggiando nell’Italia di Coppi e di Bartali attraverso le cronache di un narratore senza eguali, le cui corrispondenze raccolte hanno dato vita a uno dei libri più originali del 2016, imperdibile per tutti coloro che sono appassionati al genere della letteratura sportiva.

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Studio o Scommetto? L’Italia preferisce il Gioco d’Azzardo all’Istruzione

Emanuele Sabatino

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Una crescita esponenziale e senza controllo dettata da diversi fattori due su tutti l’invasiva e onnipresente pubblicità e le condizioni economiche sempre più difficili delle famiglie italiane. Nel 1998, 20 anni fa, gli italiani spendevano al cambio lira-euro 12,5 miliardi nel gioco d’azzardo. Nel 2007 si passò a 27 mld e nel 2017 a 101.85 miliardi secondo i dati ufficiali riportati dall’inchiesta del Corriere della Sera di qualche giorno fa.

In 10 anni la spesa pro capite annua è più che raddoppiata: da 721 euro a 1697 per una spesa mensile media di 141€, una rata di una macchina praticamente. Al nord si scommette un po’ di meno mentre al centro-sud si va ben oltre la media. La città che spende di più è però Prato con una spesa a testa di 3796 euro all’anno.

La disinformazione e il problema distribuzione

Chi crea i giochi a premi si difende dietro al fatto che il 75% dei soldi spesi torna indietro ma le falle di questa affermazione sono due: tornano indietro ma mal distribuiti perché tutti giocano ma solo uno o pochi fa jackpot milionari. E oltre alla matematica e statistica di vincita sconosciuta ai più, c’è anche il fattore psicologico. Se compro un gratta e vinci da cinque euro e vinco cinque euro, invece di ritenermi fortunato perché la statistica a me avversa non mi ha fatto perdere, compro un altro gratta e vinci e stavolta i cinque euro vanno perduti.

Meno risparmio e priorità sbagliate

Italiani popolo di risparmiatori, sì,  ma meno rispetto al passato. In un anno si è passati dal 8.5% del 2016 al 7.8% di oggi. Gli italiani al giorno d’oggi spendono 100 euro per la formazione e 300 per l’azzardo. Tre volte i soldi investiti in fortuna rispetto a quelli per la costruzione del futuro. L’esatto contrario rispetto alla Germania.

Almeno il 25% del gioco in mano alle mafie

Dei 101,85 miliardi spesi in azzardo solo il 75% sono attraverso “giochi legali”, il restante 25% è in mano a bookmakers esteri che non hanno licenza AAMS in Italia e alla criminalità. Tra l’altro bisognerebbe anche riflettere sul fatto che aprire così tanto il gioco d’azzardo non abbia affatto respinto il gioco illegale anzi paradossalmente è stata l’offerta di azzardo a incrementare la domanda. Non il contrario.

La proposta grillina dai due volti

Il Movimento Cinque Stelle più volte ha promesso di ridurre se non abolire il gioco d’azzardo in Italia. Una proposta lecita ma che ha bisogno di tanto tempo e si scontrerà contro la resistenza della popolazione ormai assuefatta e con quelle lobby del gioco così potenti e così integrate nei palazzi del potere. Intanto si potrebbe limitarne la possibilità di mandare in onda pubblicità a tutte le ore, così come fecero anni fa con le sigarette a cui è stato vietato di fare pubblicità e sponsorizzare squadre sportive. Dall’altra parte però il leader del M5S Luigi di Maio ha più volte asserito che per il famigerato reddito di cittadinanza prenderà le coperture finanziarie da una maggiore tassazione di questo settore.

 

 

 

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Marijuana Day: dal Doping alla Legalizzazione, la Cannabis è pronta per lo Sport?

Emanuele Sabatino

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Con la California che ha ufficializzato la legalizzazione per uso ricreativo della Marijuana, la pianta più famosa del mondo potrebbe trasformarsi da doping in antidolorifico. E nello sport ci stanno già pensando da tempo.

Pochi mesi fa era giunta la notizia che nessuno si poteva aspettare. La National Football League vorrebbe alleggerire la sua posizione sulla marijuana come sostanza dopante e anzi avviare delle ricerche per vederla utilizzata, ovviamente sotto prescrizione medica, al posto degli antidolorifici tradizionali.

 La NFL ha scritto alla associazione dei giocatori offrendo loro di lavorare in tandem per uno studio sull’utilizzo della marijuana come strumento antidolorifico per i giocatori. Un lettera che è un chiaro segnale di svolta ed un’indicazione della volontà della lega di operare in comunione con l’associazione verso l’utilizzo della marijuana attualmente proibita nello sport.

La NFL Player Association (NFLPA) sta conducendo i suoi studi privati sulla marijuana come antidolorifico e ancora deve rispondere sulla possibilità di collaborare con la lega per questi propositi. “Stiamo guardando avanti per lavorare con la NFLPA sui problemi che riguardano la salute e la sicurezza degli atleti”, ha detto Joe Lockhart, vice presidente esecutivo alla comunicazione della NFL.

La lettera di collaborazione da parte della Lega arriva dopo le dichiarazioni di De Maurice Smith, direttore esecutivo dell’associazione dei giocatori, che aveva anticipato la volontà di utilizzare la marijuana come antidolorifico e soprattutto di cambiare il regolamento antidoping alleggerendo la squalifica per chi fosse stato “beccato” positivo alla marijuana.

Un primo passo in questo senso venne fatto già nel  2014 quando lega e associazione giocatori furono in accordo sul  modificare la dose minima di THC nelle urine o nel sangue per risultare positivi al controllo antidoping. Si passò da 15 nanogrammi di THC per millilitro di sangue o urine, la soglia più bassa nello sport professionistico, a 35 nanogrammi per millilitro.

Vedendolo così sembrerebbe un passo in avanti di uno degli sport più popolari del pianeta verso la legalizzazione della marijuana almeno per scopi terapeutici, ma la realtà molto probabilmente è un’altra: la lega vuole utilizzare quest’esca, modificando la disciplina antidoping, per avere un asso nella manica in più al momento della nuova contrattazione con l’associazione dei giocatori nel 2020. Un semplice e banale  “Do ut Des”.

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