Un altro terremoto giudiziario potrebbe scuotere il mondo del calcio. Una “Calciopoli” su scala mondiale. Con protagonisti che spaziano dagli affari alla politica. Sembra esserci, infatti, un po’ di tutto nell’ultima inchiesta chiamata non a caso, “Footbal leaks” perché scaturita da una fuga di notizie. Un po’ come era successo con il precedente più illustre di “Wikileaks”. Ma se ancora non si conosce (nè forse mai si conoscerà) il nome del Julian Assange della situazione, che nel novembre del 2015 ha consegnato i file al sito Footballeaks (che ne ha poi avviato la pubblicazione dando inizio all’inchiesta) a poco a poco dei file, si sta conoscendo il contenuto. Grazie anche al lavoro di alcune testate giornalistiche che fanno parte dell’EIC (European Investigative Collaborations), il network composto da 12 testate giornalistiche del quale è membro, come rappresentante dell’Italia, anche il settimanale l’Espresso.  E quello che sta uscendo fuori da questa inchiesta, raccontato proprio dal settimanale,  non sembra riservare alcunchè di rassicurante per gli amanti del mondo del calcio. Che rischiano di vedere così lo sport che amano, un’altra volta sulle pagine dei giornali per ragioni che poco hanno a che fare con ciò che succede sul rettangolo verde. E il nome dei loro beniamini accanto a quello di politici, criminali o affaristi di ogni sorta che sembrano coinvolti in quello che, non a torto, potrebbe essere definito come il “grande bazar” del calcio mondiale.

Dove, come hanno scritto proprio quelli de L’Espresso, i “calciatori sono  trattati alla stregua di titoli di borsa”. Scambiati al prezzo più alto e venduti al miglior offerente. Come, se appunto quello che una volta era “lo sport più bello del mondo”, fosse diventato nel frattempo un “mercato delle vacche” su scala planetaria . Che sarebbe controllato, come scrivono sempre quelli de L’Espresso da “oligarchi amici di Erdogan e in affari con Donald Trump”. Che altri non sarebbero che i 4 fratelli Arif. Imprenditori originari del Kazakhistan che avrebbero investito denaro all’interno del fondo Doyen, una multinazionale della rappresentanza in ambito sportivo che in Europa è rappresentata dall’agente Nelio Lucas. Una di quelle “terze parti” che fino al 2015(fino a quando la FIFA non ha introdotto lo stop delle Third Party Ownership definendole “una forma moderna di schiavitù”) potevano diventare proprietarie dei cartellini dei calciatori al cospetto delle stesse società. E oggi, nonostante il divieto, possono continuare ad operare sul mercato dato che il blocco introdotto dalla FIFA riguarda solo le “ownerships” (cioè le proprietà dei cartellini) ma non gli “investments” che le società come Doyen possono continuare ad effettuare nelle operazioni di calciomercato. Come?  Prestando  il denaro alla società di calcio che compra il cartellino del calciatore, con la garanzia da parte della stessa società di restituzione del prestito attraverso la vendita di altri calciatori.

Ma chi sono i fratelli Arif? E come nasce la loro fortuna? Come racconta sempre il settimanale diretto da Tommaso Cerno, l’ascesa economica dei fratelli Arif inizia con la fine dell’Unione Sovietica. Quando due dei quattro fratelli Arif, Tevfik e Refik, lavorano come burocrati nell’amministrazione sovietica. Ma quando agli inizi degli anni Novanta l’URSS si sgretola anche i fratelli Arif, da burocrati si trasformano in imprenditori  a capo della ACCP, una delle più grandi fabbriche al mondo per lavorazione del cromo. Una storia, quella che racconta la fortuna economica degli Arif, che ricorda per le origini, anche altre di miliardari che oggi gravitano nel mondo del calcio. Come ad esempio quella del presidente del Chelsea Roman Abramovich, un altro dei cosiddetti “oligarchi” che ha fatto fortuna dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Ma come racconta sempre l’Espresso, il salto di qualità degli Arif sarebbe arrivato quando uno dei fratelli, Tevfik, agli inizi del 2000 avrebbe deciso di trasferirsi negli Stati Uniti per iniziare a fare affari in ambito immobiliare. Diventando uno dei soci fondatori di Bayrock, un’altra delle società che operano nella costruzione di alberghi ed appartamenti nella città di New York,  appartenente al neo presidente americano Donald Trump. Che finirà (senza conseguenze) nell’orbita della magistratura americana quando un ex direttore finanziario dichiarerà per iscritto che la Bayrock avrebbe costruito riciclando denaro della mafia russa. Non sarà questa l’unica volta che Tevfik Arif finirà nel mirino della giustizia.

Anni dopo, nel 2010, finirà coinvolto questa volta in Turchia in un giro di prostituzione che secondo la Polizia turca sarebbe stato gestito proprio da Tevfik. Il quale però, riuscirà ad uscire indenne dall’inchiesta anche grazie ad alcune “amicizie importanti”. Tra le quali su tutte ci sarebbe il legame con il presidente turco Yapip Erdogan. Come racconta l’Espresso, sarà dopo l’inchiesta turca che gli Arif decideranno di buttarsi nel mondo del calcio. E oggi, dietro a Doyen, ci sarebbero proprio loro. A comandare il mondo del calcio.

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