Fondi, 2 luglio 2017: “Siamo tutti Gabriele Sandri”. Non un semplice slogan ma un epitaffio che vuol generare un dibattito e mostrare agli occhi esterni tutta la difficoltà nel penetrare in quel substrato di potere e omertà che troppo spesso in Italia ha generato morte e tragedie. Sarà una giornata organizzata dalla tifoseria locale, quegli Old Fans che da sempre si sono contraddistinti per la loro linea retta nel portare avanti le battaglie sposate, non ultima quella contro la ridenominazione della loro squadra in Unicusano Fondi, a causa della medesima università telematica che prima ha acquistato il club laziale distorcendone buona parte della storia e delle tradizioni in cambio di proclami per delle promozioni che non sono mai arrivate, e poi se n’è andata a Terni lasciando, almeno attualmente, il club rossoblù in un pericolosissimo limbo.

La conferenza dovrà esser in grado di andare al di là del semplice movimento ultras e delle sue istanze. Perché ciò che è successo nella piazzola di sosta di Badia al Pino è uno dei sintomi supremi della malattia che affligge molti degli stati moderni: l’ossessione per la sicurezza che genera terrore e rende spesso individui poco raccomandabili capaci di ledere il prossimo.

Oltre al sottoscritto, chiamato a moderare il dibattito, la serata sarà caratterizzata dalla presenza di Cristiano Sandri, fratello di Gabriele, Stefano Severi, giornalista di Sport People, Emilio Coppola, avvocato penalista specializzato in materia di stadio e Vanda Wilcox, docente universitaria di origini inglesi che ha frequentato assiduamente gli stadi italiani negli anni duemila e con la quale si potranno oltrepassare i confini nazionali per articolare maggiormente la discussione.

Mancano esattamente cinque mesi al triste decennale della morte di Gabriele Sandri. Senza voler scendere nella facile retorica, credo sia giusto dire che quel maledetto 11 novembre del 2007 tutti noi – ragazzi che frequentavano e frequentiamo ancora le curve – rimanemmo scossi da quanto accaduto. Ci immedesimammo e comprendemmo quanto la frase “potevo esserci io al suo posto” risultasse terribilmente vera. Ma non solo, personalmente compresi anche quanto il conflitto sociale – spesso creato ad hoc – possa essere dannoso soprattutto se a interporsi ci sono due anime spesso provenienti dal sottoproletariato, come i tifosi e i semplici agenti di pubblica sicurezza. La classica battaglia tra poveri, per farla breve.

Poi arrivarono le coscienze popolari delle curve, che ammainarono i propri vessilli. Qualcuno decise di fermare quel pietoso baraccone che in quella giornata – come in molte altre – se ne fregò altamente della vita di un ragazzo e continuò ad andare avanti come nulla fosse. Arrivarono anche i processi, quelli sommari della stampa – ben orchestrata dai soliti figuri – volti a descriverci un’altra verità, e quelli della magistratura ordinaria che, sebbene ci abbiano provato in tutti i modi, hanno restituito un minimo di giustizia a Gabriele.

E hanno messo nero su bianco chi in quella mattinata fu l’assassino e chi la vittima. Qualora ce ne fosse stato bisogno. Malgrado “se avessero preso due caffè non sarebbe successo”, tanto per ricordare le vergognose parole dell’allora Ministro dell’Interno Giuliano Amato.

Certo, la giustizia non è davvero nulla in confronto a una vita ancora da vivere e a una gioventù spezzata in questa maniera. Ma è quanto meno necessaria, soprattutto in un Paese come il nostro, dove generalmente si fa sempre confusione tra processi mediatici, cronaca effettuata in maniera corretta e scevra da ogni pregiudizio/servilismo e controllo delle masse ad ogni costo.

Il ricordo di Gabriele non si è mai fiaccato. Nel mondo ultras come in tanti giovani sparsi per lo Stivale. Un ricordo che tuttavia non deve essere costituito da eccessi o da caricatura, ma da un proposito ben preciso: l’11 novembre 2007 dovrebbe rappresentare uno spartiacque dal quale ripartire e prendere coscienza di errori e leggerezze che uno Stato avanzato, quale teoricamente è l’Italia, non può più ripetere. Malgrado due anni prima si fosse già consumato l’omicidio Aldrovandi e malgrado oggi (ancora oggi) qualcuno provi a infangarne la memoria o a distorcere i fatti. Malgrado la vicenda Uva o quella Cucchi. Malgrado un copione che troppo spesso si ripeta macabro e finisca per mettere in contrapposizione le istituzioni e i cittadini.

Importante che il dibattito rimanga sempre vivo e l’allerta su queste vicende non cali mai d’intensità. Il passaggio di alcune “pratiche” dagli stadi/laboratori sociali alla vita di tutti i giorni è ormai sotto gli occhi di tutti (basti pensare al Daspo, ormai utilizzato e proposto in ogni sfaccettatura della nostra esistenza). E sempre più viene giustificato dalle fatidiche “ragioni di sicurezza”. Ma se esiste un confine tra sicurezza e repressione (ed è esiste) è importante tracciarlo e difenderlo con le unghie e con i denti. Così come fondamentale è non voltarsi dall’altra parte. Prima che sia troppo tardi.

L’incontro avrà inizio alle ore 19 nei locali dell’Associazione Time Out di Fondi, in Via Damiano Chiesa al civico 28.

 

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