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Giochi di palazzo

“Flaminio” nuovo stadio della Roma: utopia o importante possibilità di riqualificazione urbana?

Simone Meloni

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Ti vengono i brividi pure se quegli anni non li hai vissuti. Basta vedere delle immagini, quelle dei due derby di campionato giocati là. A pochi passi dall’Olimpico. In quello stadio posto su Viale Tiziano, dove corre il celebre tram che da sempre porta i tifosi dalla metro allo stadio. Il Flaminio. Un patrimonio unico e incommensurabile di una Capitale smemorata, svogliata e troppo impegnata a fiutare nuovi affari e nuove opere su cui speculare per avere uno sguardo lungimirante e di salvaguardia verso ciò che si ha e che basterebbe migliorare per rendere fruibile.

Ti vengono i brividi oggi, a passarci vicino a quel tempio profanato. E non sono brividi d’emozione, ma brividi di inquietudine e tristezza. Percorrendo il perimetro che lo circonda si può inciampare su una carcassa di una vecchia roulotte bruciata e in tanta (ma davvero tanta) sporcizia dovuta all’incuria che da qualche anno ormai regna sovrana. Il cuore dello stadio Flaminio ha smesso di battere nel 2011, quando la Federazione Italiana Rugby (FIR), una volta trasferitasi all’Olimpico, lo ha messo nelle mani della FIGC, con l’impegno di quest’ultima di ristrutturarlo e renderlo fruibile. L’impianto di Pier Luigi Nervi, cuore pulsante del Villaggio Olimpico che fu, doveva essere affidato al vincitore di un bando indetto sul finire dello scorso anno, ma al momento la situazione è in stato di stallo. Fedele cartina al tornasole di una città immobilizzata e sodomizzata dalla disastrosa, assente e speculatrice gestione politica degli ultimi mesi (anni?).

Lotito ne aveva parlato qualche anno fa: “Acquistare il Flaminio e farlo diventare la nuova casa della Lazio”. Parole. Rimaste tali. Chi, da ormai un lustro, sta portando avanti il discorso stadio è invece la Roma di James Pallotta. Una nuova casa per il club giallorosso, con la possibilità per tutti i tifosi di una maggiore empatia con la squadra e tutto il mondo che le ruota attorno. Bene.

Perché non il Flaminio? Una struttura concepita perfettamente per il gioco del football. Spalti attaccati al campo, posizione centrale e struttura storica. Con costi inferiori e meno rischio di inquinamento ambientale. Certo,sicuramente bisognosa di un importante restyling, soprattutto in merito alle cervellotiche norme sulla sicurezza vigenti in questo periodo storico.

Cosa, meglio di un simile stadio, potrebbe portare giovamento alla causa di un club che nelle ultime stagioni (anche per colpe non proprie, sia chiaro, vedansi caso “barriere”) ha perso diversi spettatori? Ovvio, edificare supermercati, centri commerciali, alberghi e altre strutture paventate nel progetto “Tor di Valle” sarebbe difficile, ma non impossibile. Eppure lanciare una provocazione non costa nulla: perché non riportare la Roma e i romanisti allo stadio Flaminio? Restituirgli l’emozione di un calcio retrò rispettando le regole odierne. Si può. Ci vorrebbe soltanto un po’ di coraggio e tanto amore per questo sport.

Non ci sarebbero guadagni e sarebbe inutile per una dirigenza palesemente venuta nell’Urbe Immortale per monetizzare anche e soprattutto tramite la costruzione dello stadio? Non è poi così vero. Un polo commerciale si andrebbe comunque a creare, foraggiando le attività di un quartiere che lentamente sta implodendo su se stesso.

Inoltre dimentichiamo le velleità capitoline di ospitare la rassegna olimpionica del 2024. Come può una città che lascia morire bellamente uno dei suoi principali impianti sportivi, anche minimamente pensare di poter aspirare ai celeberrimi cinque cerchi? Qua dovrebbe entrare in gioco la classe politica (ammesso e non concesso che Roma, priva di un sindaco ormai da mesi, ne abbia ancora una). A breve dovrebbero svolgersi le elezioni per il Campidoglio, possibile che a nessuno sia venuto in mente di disturbare Mr. Pallotta sussurrandogli questa pazza idea, che sarebbe in grado di riqualificare un’intera zona e giovare clamorosamente a tutto lo sport romano. Soprattutto in un momento come questo, dove l’affaire stadio della Roma si dipana nella frastagliata e complicata gestione degli interessi cittadini, con più di qualcuno che ha messo paletti e storto il naso di fronte al progetto “stars and stripes”.

All’ombra del Colosseo, negli ultimi anni, si è assistita alla sparizione silente di un marchio storico come la Lodigiani (che per oltre vent’anni ha albergato con onore al Flaminio) e l’umiliante auto retrocessione della squadra di basket. Sotto la guida di quel Toti che, guarda caso, reclama la costruzione di una cittadella dello sport come pegno per risalire la china e riportare la Virtus Roma (leggi ARTICOLO) a lidi che più le competono. E, sempre guarda caso, sembra che la mira sia quella di farla rientrare nel progetto bostoniano pensato prevalentemente per il calcio.

Una joint venture composta dall’AS Roma (ma stesso discorso potremmo fare, ovviamente, anche per la SS Lazio), che dovrebbe ovviamente espletare parte degli impegni economici, dal comune, e da privati interessati a investire nel progetto e magari erigersi a sponsor, potrebbe essere il primo passo per far rialzare la testa di una città da troppo tempo china e supina. Oltre che emotivamente tramortita anche dalle folli decisioni in tema di ordine pubblico, che per forza di cose sono ricadute sui tifosi, uccidendone buona parte della passione.

Insomma, senza voler gettare tutto nello stesso calderone, facendo finta che non esistano piani regolatori e norme che controllano la costruzione e l’acquisizione di aree demaniali: la faccenda stadio Flaminio appare soltanto l’appendice di un’intricata e articolata storia che alla base ha interessi legati alle solite lobby cittadine che da anni pensano a come ricoprire Roma di cemento ma non a come recuperarne le zone storiche e più in vista.

Senza questi interessi probabilmente si riconoscerebbe immediatamente la validità di un’idea come questa. Oltre che la velocità con la quale si potrebbe realizzare, considerando che la base già esiste. Non dimentichiamo che lo stadio Flaminio è dotato, al suo interno, di una palestra, di alcune piscine e di strumenti un tempo all’avanguardia (e ora lasciati marcire tra ruggine e infiltrazioni d’acqua). Yes, We Can. Diceva una campagna elettorale di qualche anno fa. Basta volerlo e riuscire, per una volta ad anteporre gli interessi della collettività a quelli dei singoli. Ne va dello sviluppo culturale della Capitale d’Italia. Un discorso ben più grande dello stadio Flaminio. Ma che all’interno delle sue gradinate riflette tutta l’inefficienza e il degrado dei padroni del vapore.

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5 Commenti

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  1. Ugo

    marzo 1, 2016 at 9:41 am

    Utopia. la proprietà intellettuale e i diritti morali dell’impianto sono di proprietà della fondazione don luigi nervi, che da sempre si oppone ai piani di ristrutturazione del comune di roma. Inoltre lo stesso flaminio è un bene artistico e storico sotto tutela in base all’articolo 10 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

  2. Leonardo

    marzo 1, 2016 at 11:47 am

    Mi perdoni Sign. MELONI, ho appena finito di leggere il suo interessante articolo, mi pongo e le pongo alcune domande, quando mai Lotito ha proposto di… “Acquistare il Flaminio e farlo diventare la nuova casa della Lazio”? piuttosto da alcune intercettazioni telefoniche lo ha definito un luogo valido solo per “espletare alcune nostre funzioni corporee”, inoltre alcuni anni fa un gruppo di tifosi laziali lanciò una petizione per la raccolta delle firme per l’assegnazione alla Lazio del Flaminio, ma l’opinione del latinista è stata quella di cui sopra, una nuova raccolta firme online è partita nuovamente poco tempo fa. Inoltre mi permetta di farle notare che la storia non và dimenticata, il fascino di uno Stadio della Lazio al Flaminio, è equivalente di uno stadio della Roma a Testaccio e non viceversa. Cordialmente la saluto Leonardo

  3. Gino

    marzo 1, 2016 at 12:43 pm

    Veramente un argomento di interesse nazionale……

  4. syd

    marzo 1, 2016 at 2:41 pm

    Il recupero urbanistico ed architettonico di aree, siti ed opere di interesse storico-artisctico è una gran cosa, ma non sempre è fattibile.
    Per ristrutturare uno stadio così e renderlo fruibile secondo le norme di sicurezza in vigore è quasi impossibile, e comunque assolutamente non ecenomico. A parte il fatto che è piccolissimo per il bacino di utenza di una squadra come la Roma, la costuzione ex-novo di uno stadio di proprietà costerbbe meno della ristrutturazione del Flaminio.
    Mi domando spesso perchè i giornalisti scrivono di argomenti di cui non sanno praticamente nulla

  5. PrimoLuk

    marzo 1, 2016 at 5:49 pm

    Ancora con questo FLaminio. Lo stadio (rudere) è vincolato. Lo volete capire o no?
    Non è possibile intervenire in nessun modo, soprattutto nei modi che richiede il calcio o qualunque altro sport moderno.
    Lo stadio, per rispondere alle norme vigenti, necessiterebbe di pesanti ristrutturazioni.
    Lo voleva utilizzare la Federazione rugby, ma gli hanno risposto picche. Per la AS Roma è troppo piccolo, per la Lazio andrebbe bene, ma Lotito non lo vuole.

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Calcio

L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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Giochi di palazzo

Luglio 2007: quando la Formula Uno si trasformò in una Spy Story

Luigi Pellicone

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Di questi tempi, nel 2007, la Formula Uno veniva scossa da eventi che cambiarono per sempre il dorato mondo dell’automobilismo. Accadde di tutto e nulla fu come prima. Vi raccontiamo questa incredibile spystory.

12 luglio. Una data che segna lo spartiacque nel mondo della F1.  11 anni fa, la McLaren è convocata dalla FIA. L’accusa è pesante: spionaggio industriale. Inizia la Spy-Story, a meta fra un romanzo noir e una storia da 007.

CAPITOLO I – TELEFONATE NOTTURNE FRA AMICI DELUSI

Tutto ha inizio a Maranello: inverno 2006,  grande Freddo in casa Ferrari. Jean Todt è prossimo a lasciare la gestione sportiva. Un ruolo ambitissimo: per prestigio, storia, stipendio. Fra gli aspiranti alla poltrona c’è Nigel Stepney. Coordinatore della squadra meccanici, nonché collante fra la dirigenza modenese e il reparto corse. Nigel è in Ferrari da anni: Todt ha cieca fiducia in lui, ma come organizzatore. Non da dirigente. Non a caso, il francese sceglie come successore Stefano Domenicali. Stepney è deluso, protesta. Richieste respinte al mittente con perdita.

Ricusato, non la digerisce. Accumula frustrazione. Ci vorrebbe un amico. Chi? Ma si, Mike. Meglio sentirlo…

Mike è Mike Coughlan, amico e collega di Nigel  ai tempi della Tyrrel, anni ’90. Adesso lui lavora alla McLaren e fa il progettista. I contatti fra i due si infittiscono. Arriva la primavera, dopo un inverno passato al telefono e qualche parola di troppo. Controprova, il GP d’Australia

In quel di Melbourne, Kimi Raikkonen centra la pole position. E però, c’è qualcosa di strano: i commissari di corsa girano intorno la Ferrari come api intorno all’alveare. Evidentemente, cercano qualcosa. Ma cosa? Ispezione. Negativo. La Ferrari è in regola, sebbene  “qualcosa” di non meglio specificato sia al limite delle regole, pur non violandole. Però qualcosa sotto c’è. Eh già, proprio sotto. La McLaren chiede chiarimenti sulla regolamentazione delle zavorre a bordo delle monoposto.  Che cooooosa? Insinuate che la rossa vinca grazie a un sistema che garantisca un assetto perfetto sia in accelerazione che in frenata? Ma come vi permettete? E, sopratutto, come sapete queste cose?

CAPITOLO II – CHI E’ LA TALPA?

Allarme rosso. Qualcuno ha spifferato. Todt e Domenicali ne sono certi. E ne hanno ben donde. Il sistema progettato per le monoposto di f1 è INVISIBILE a occhio nudo e alle verifiche tecniche, che hanno il compito di misurare l’altezza del fondo piatto dall’asfalto e la eventuale flessibilità. Chi ha parlato? Chi poteva sapere? Vuoi vedere che Nigel…

Stepney da qualche tempo non bazzica i circuiti. E non è felice. Vuole un ruolo importante, in pista, laddove si sfida la fisica e l’aerodinamica. E allora cosa fa? Alza il telefono e chiama Mike. Hai visto mai se in McLaren c’è posto per un vecchio amico…

Una telefonata di troppo, questa volta dall’ufficio.

Errore fatale. Todt e Domenicali, insospettiti, avevano predisposto un sistema di controllo delle chiamate in entrata e uscita. Mail comprese. Nigel era già sospettato, dopo l’Australia. Però un indizio è solo un indizio. La telefonata, il secondo, è una coincidenza. La terza, però, è la prova: la McLaren, in particolare Coughlan, è in possesso di mail che indicano tutti gli standard utili per apprezzare l’efficienza di una monoposto in gara. Quanta roba. Troppa per resistere alla tentazione. Coughlan chiama Jonathan. Jonathan è Jonathan Neal. Gli sottopone i documenti. Le informazioni passano ai piloti. In McLaren, accanto a un giovanissimo Hamilton, c’è Fernando Alonso. Uno che, al contrario di Nigel, sogna il percorso inverso. Vuole la Ferrari: in McLaren, alle prese, con quel ragazzino così arrogante, non si trova proprio a suo agio. Intanto Coughlan recita la parte dell’amico del cuore: sponsorizza Stepney a Ron. Ron è Ron Dennis, boss di Woking. Bene, il grande capo McLaren non stima Nigel. Anzi, non lo vuole vedere neanche in fotografia. L’astio affonda le radici in un tradimento (vabbè allora è un vizio): Stepney era amico di Barnard, simpatico a Dennis quanto la criptonite a Superman..

CAPITOLO III – LA FUGA DI NOTIZIE

Intanto il circus è a Montecarlo, dove accade qualcosa di insolito. I meccanici come consuetudine, passano al setaccio le Ferrari ai box. Cosa c’è li, vicino al serbatoio? Fertilizzante. E chi diavolo ha messo quel fertilizzante? Domenicali ordina di smontare la monoposto. Tutti a rapporto tranne uno. Nigel, che cavolo c’è nel tuo armadietto? E perché quella polverina è cosi simile a quella trovata ai box? No, non è simile, è proprio identica.

SABOTAGGIO. NIGEL, SEI LICENZIATO.  Dalle verifiche effettuate sul computer dell’ormai ex dipendente, emerge la verità: scambio di mail fra Stepney e Coughlan. Non contento, Nigel, accecato dalla rabbia, cosa fa? In barca, mentre si corre il GP di Barcellona, consegna, così come sono, i progetti della Ferrari. Coughlan ha del materiale che scotta. Per raffreddarlo, si confina in una copisteria di bassissima lega in Inghilterra. Sfortunatamente, il gestore del negozio è un tifoso della Ferrari. Oltre alle copie richiesta dal cliente, ne tiene qualcuna per se. E dove le invia? Esatto. A Maranello. Boom.

CAPITOLO IV – L’AUTODISTRUZIONE

La Ferrari ha le prove. Ed è anche incazzata visto che il Mondiale sta prendendo una brutta piega. Todt chiama i legali a rapporto. Ci sono gli estremi per lo spionaggio industriale? Sissignore, che ci sono.Quanto basta per inchiodare la McLaren in Italia e in Inghilterra. Semaforo verde alla carta bollata. Detto, fatto. La vicenda si conclude. L’8 settembre, quando si corre a Monza, la Mc Laren è raggiunta da avviso di garanzia. Una settimana dopo è squalificata dal mondiale costruttori e condannata a 100 milioni di dollari di risarcimento. Coughlan sospeso, Stepney depennato dalla F1.

E dal lato sportivo? Beh, anche qui, c’è una bella storia da raccontare: Hamilton, a due gare dal termine è in vantaggio su Raikkonen di ben 17 punti. E ne ha anche 10 su Alonso. In Cina, però, si ritira. Vince il finlandese che si porta a -7.  Ultima GP. In Brasile la McLaren si presenta con due piloti in testa al Mondiale. E riesce a perderlo: il cambio tradisce l’inglese che non va oltre il settimo posto finale. L’iride è a portata di mano di Alonso, che è terzo, e lì rimane, dietro le due Ferrari in fuga. Vince la Ferrari. Evviva la Ferrari campione del mondo: 110 punti Raikkonen, 109 Alonso ed Hamilton. A pensare male ci si chiede: Alonso che passerà in Ferrari non ha attaccato volutamente? In realtà quel pomeriggio la monoposto dello spagnolo non andava proprio anche perché superando Massa secondo avrebbe vinto il Mondiale. Si vociferò inoltre che il distacco dalla Rossa fosse frutto di un sabotaggio tecnico della McLaren che, pur di sfavorirlo (Hamilton da sempre il prediletto di Dennis), gli avrebbe manomesso l’assetto se non addirittura montato pneumatici già consumati. Ma queste sono solo voci e tali resteranno. C’è poi una seconda teoria che apre ad una domanda: è mai possibile che una squadra squalificata per la spy story portasse uno dei suoi piloti al titolo Mondiale? Chissà.

E Nigel? Cerca di ricostruirsi una verginità scrivendo un libro: Red Mist. Nebbia Rossa. Pagine dal contenuto così forte che nessuna casa editrice trova la forza o la voglia di pubblicarlo. Del resto, le querele costano. E andare in guerra con Ferrari o McLaren non è igienico. Rischi di sporcarti. E allora? Nel dubbio che quanto scritto fosse solo ricerca di vendetta, il manoscritto resta nel cassetto. O nei file. E la verità? Chiedetela al destino. Il 2 maggio 2014 Nigel scende dalla sua auto ed è travolto e ucciso e porta con sé tutti i segreti di questa vicenda.

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Calcio

Calcio tedesco: nonostante il Mondiale, un modello da seguire

Massimiliano Guerra

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Un fallimento. Inutile girarci attorno ma quella della Germania in Russia per i Campionati del Mondo è stato un totale fallimento. Una brutta figura perché la nazionale tedesca da Campione del Mondo in carica si è fatta eliminare in un girone abbastanza agevole, arrivando addirittura ultima, battuta nell’ultimo match da una Corea del Sud che non aveva nulla da chiedere. Molti si sono affrettati a parlare di crisi del calcio tedesco o della dimostrazione che il modello di calcio fatto in Germania non è più valido.

Una tesi però non corretta perché a differenza di quello che sta accadendo in Italia o in Olanda, per citare due tra le grandi escluse e deluse dell’ultimo Mondiale, il fallimento della nazionale tedesca non è stato causato da una crisi sistemica, ma da una serie di fattori che hanno inciso in maniera negativamente decisiva: scelte sbagliate di Low, tanti giocatori sazi che non sono riusciti a dare il 100%, un po’ (tanta) presunzione che è stata fatale nelle tre partite del girone. Detto questo il calcio tedesco rimane comunque uno dei sistemi e di modelli più all’avanguardia del calcio europeo e mondiale. Ecco perché.

Gioventù: Partiamo dal Mondiale. La Nazionale tedesca era sesta squadra più giovane della competizione iridata, terza se vogliamo considerare solo chi ha già vinto la Coppa del Mondo, dietro sola Francia e Inghilterra. Un dato molto importante dato che la Germania si presentava in Russia con i galloni di Campione e soprattutto una rosa di altissima qualità. Il fallimento poi è stato inaspettato quanto rispettoso di una “tradizione” che vede i campioni del mondo uscire al primo turno nella successiva edizione.  Passiamo poi a quello che succede in Bundesliga. Il campionato tedesco dei cinque maggiori europei è quello che ha l’età media più bassa. Le società tedesche puntano sui giovani e lo fanno realmente: nella classifica dei campionati e delle squadre più giovani del continente, stilata dal Cies, la Germania è al 12° posto, prima tra i top campionati europei, seguita dalla Francia al 17°, dalla Spagna al 20° e dall’Inghilterra addirittura 29°. Non benissimo l’Italia in 24° posizione, in virtù dei 27,37 anni in media dei calciatori impiegati. E nella massima serie teutonica le prime due classificate sono il Lipsia con 23.2 di media e il Bayer Leverkusen con 23.8.

Nella classifica dei club, tra i  primi 100 più giovani, la Germania può vantare ben 8 club. Nessuno come lei. Dati importanti che se sommati all’alta specializzazione che i tecnici tedeschi stanno portando avanti fa si che il calcio tedesco sia sempre più all’avanguardia. I cosi detti Laptop trainer, di cui abbiamo già ampiamente parlato, come Thomas Tuchel (ex Borussia Dortmund, ora al PSG) a Roger Schmidt (Bayer Leverkusen), da André Schubert (Borussia Mönchengladbach) a Julian Nagelsmann (Hoffenheim), dallo svizzero-tedesco Martin Schimdt (Mainz) a Christian Streich (Friburgo) hanno sfruttato gli imponenti investimenti della Federazione tedesca dopo la sconfitta nei Mondiali del 2006 e hanno totalmente stravolto il ruolo dell’allenatore. Di conseguenza anche lo sviluppo dei giocatori giovani è stato modificato regalando alla Germania una serie sterminata di giovani talenti.

Tirando le somme il calcio tedesco, al netto della brutta figura in Russia, rimane di gran lunga il modello da seguire per ambire ad uno sviluppo innovativo e moderno del calcio, lontano da alcune vecchie considerazioni che stanno bloccando la crescita del movimento calcistico nel nostro paese.

 

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