Il “nuovo” caso di doping che ha visto coinvolta Maria Sharapova ha sconvolto il mondo dello sport. Non solo gli sponsor (Nike e tanti altri) ci sono rimasti di stucco ma anche tanti sportivi e tanti appassionati che vedevano in Masha una dea.

La sostanza (il Meldonium) che ha incastrato la Sharapova è stata inserita nella lista delle sostanze vietate con l’anno nuovo (2016). I giornali hanno riportato i dati di uno studio apparso sul British Jornal Sport Medicine che dimostrano come questo farmaco sarebbe stato usato da 490 atleti su 5632 partecipanti ai Giochi Europei di Baku. Nei 762 contro effettuati, in 66 (8,7 %) casi fu trovato il meldonium. Tutti “malati” e bisognosi di questo farmaco che in Spagna dicono sia “il prodotto che cura tutto”?

Il mondo del tennis ha subìto un bel colpo. Le sue avversarie sono rimaste spiazzate e a turno hanno detto la loro. Serena Williams, la numero 1 del ranking e autentica bestia nera della russa (19-2 lo score a favore dell’americana) ha detto a riguardo: «Ha sempre mostrato cuore e coraggio in campo e lo ha dimostrato anche in questa situazione. Spero il meglio per lei».

Senz’altro meno buona è stata Jennifer Capriati, che nelle sue dichiarazioni su twitter ha riversato parecchio pepe nei confronti della russa:  «Ci ho rimesso la carriera, ma non ho mai scelto di imbrogliare e non ho mai avuto un team di medici pagato a peso d’oro per trovare un modo di aggirare le regole. Se tutto questo dovesse essere provato, dovrebbe essere privata di tutti i suoi titoli». La Capriati, per un infortunio alla schiena dovette interrompere la sua attività agonistica nel 2004 (entrò nella Top10 a 14 anni, la più giovane di sempre e fu campionessa olimpica a Barcellona 1992).

Le dichiarazioni di Jennifer, scoperchiano un calderone (che non riguarda solo il tennis ma anche molti altri sport) che rimane da troppo tempo acceso e che nessuno, al giorno d’oggi, è ancora riuscito a spegnere. L’americana espone riflessioni importanti che nel suo caso gli sono costate la rinuncia all’attività agonistica: trasgredire le regole cercando di farla franca finché si può o lavorare con umiltà per raggiungere i risultati senza aiutini? Un campione, senza conclamati problemi di salute, super controllato e super allenato, perché deve avere bisogno di sostanze che migliorino la prestazione? Per comodità, per eccessivo ego o per soldi? E perché assumere sostanze (di cui non si sanno gli effetti collaterali su sportivi agonisti) di cui non si ha effettivamente bisogno? Sono questi i campioni? Ci sono persone che hanno malattie che li costringono ad assumere farmaci per tutta la vita. Farmaci fondamentali che gli permettono di rimanere in vita o almeno che gli permettono di vivere una vita dignitosa. Quest’ultime credo ne farebbero volentieri a meno, se potessero. Vorrebbero riacquistare la salute, senza dubbi. E i campioni? Questi esempi si possono definire tali?

Forse, riavvolgendo il nastro, è opportuno rivedere un po’ in cosa si è trasformato lo sport professionistico. Vince il più bravo o il più dopato? Difficile dirlo ma sempre di più questa domanda credo sia entrata nella testa di molti sportivi che avranno sicuramente cominciano a pensare che anche lo sport non sia più credibile.

Marco Pantani riguardo al doping disse: «Il doping è un problema etico: è come convincere tutti a pagare le tasse quando non le paga nessuno». Se è davvero cosi, in molti casi non è più possibile parlare di sport e di campioni sportivi (magari occorre coniare nuovi termini come fanta-sport e campioni di plastica).

Pierre de Coubertin disse: «L’onestà è un lusso che i ricchi non possono permettersi». Forse, diventando un po’ più poveri dentro, interiormente, riusciamo a trovare la chiave per riportare lo sport ad essere un alimento che nutre emozioni e gioie uniche.

«Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare. Esso ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose fanno. Parla ai giovani in una lingua che comprendono. Lo sport può portare speranza dove una volta c’era solo disperazione».
(Nelson Mandela)

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