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Tennis

Fabio Fognini e la Sindrome del Dottor Jekyll e Mister Hyde

Lorenzo Martini

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Anche stavolta ci siamo cascati. Anche stavolta pensavamo fosse la volta buona per la definitiva consacrazione, e invece siamo stati smentiti. Anche stavolta il nostro Fabio Fognini ha “tradito” la nostra fiducia, dopo l’incredibile match con cui aveva estromesso Andy Murray, numero 1 al mondo.

E’ un vero peccato, ma dobbiamo prenderne atto: il “Fogna” è fuori dal torneo, battuto da un Alexander Zverev in ottimo stato, ormai diventato una certezza nel circuito. Ma al di là della sconfitta – un doppio 6-3 che non lascia spazio a molti alibi -, è stato come al solito l’atteggiamento del ligure a far storcere il naso. Non solo è mancata la cattiveria agonistica, messa in mostra più volte contro Murray, ma sono emersi il nervosismo e la tensione,  poi scaturiti nelle più classiche delle fogninate: un paio di racchette lanciate a terra, un calcio dato alla sedia di un giudice di linea, uno smash –sbagliato – tirato addosso al suo avversario, con tanto di fischi da parte del pubblico.

E poi, last but non least, il suo comportamento nei confronti del giudice di sedia. Secondo set, Fognini è già sotto di un break con ha una chance di contro-break, ma sulla prima di servizio chiamata out da un giudice di linea interviene Lahyani, affermando che la palla è buona e che Zverev deve ripetere la prima. Non l’avesse mai fatto: Fognini inizia il suo show, dando a Lahyani del quaquaraqua, del pagliaccio e, a fine match, del “fottuto arrogante”. Un atteggiamento inqualificabile e, per giunta, totalmente immotivato, visto che la chiamata era corretta, come ha poi dimostrato anche hawk eye.

Il “Fogna” ha continuato con le lamentele anche nel post-gara: se da un lato ha fatto i complimenti a Sasha, definendolo un “futuro numero 1”, dall’altro si è scagliato contro gli organizzatori del torneo, rei di avergli imposto di giocare a mezzogiorno – orario in cui le condizioni del campo gli erano sfavorevoli -, senza ascoltare le sue richieste.

Dispiace davvero che il torneo del sanremese sia finito in questo modo, tra polemiche e frasi al vetriolo. Un finale che ha letteralmente oscurato quanto visto di buono nel match contro Murray. Perché, sebbene lo scozzese da mesi non sia in forma smagliante, Fabio aveva giocato un tennis splendido, mettendo in mostra tutto il suo infinito repertorio.

Ma del resto, non è la prima volta nella sua carriera che Fognini riesce in grandi imprese, per poi sciogliersi sul più bello, magari con giocatori non irresistibili. Basti pensare alla semifinale del Rio Open 2015, quando batté Nadal recuperando un set di svantaggio, per poi venir surclassato da Ferrer in finale. Oppure all’ottavo di finale degli US Open 2015, quando divenne l’unico tennista ad aver sconfitto Nadal dopo aver perso i primi due set: in quel match raggiunse un livello di gioco mostruoso, che poi però scomparve all’improvviso nell’incontro successivo, con un tutt’altro che invincibile Feliciano Lopez che ne approfittò vincendo in 3 set.

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Ma tralasciando queste occasioni mancate, è difficile inquadrare l’altalenante carriera del “Fogna”.  E probabilmente le difficoltà vengono accentuate a causa di un modus tifandi” tutto italiano. Perché va detto, dopo la strepitosa vittoria contro Murray, in molti non avevano fatto altro che incensare Fognini, rasentando l’idolatria e innalzandolo a papabile top-5 al mondo. Al contrario, dopo la deludente sconfitta contro Zverev, “dagli all’untore”:  tutt’a un tratto Fabio è diventato un giocatore mediocre, scarso, vergognoso. Il suo atteggiamento borioso e riprovevole certo non ha aiutato nei giudizi, ma bisognerebbe sempre saper distinguere il tennista dalla persona, almeno quando si parla puramente di tennis giocato.

La verità è che la sconfitta con Zverev andava messa in conto. Non solo perché lo dice il ranking mondiale, ma anche perché il teutonico, malgrado la giovane età, non è l’ultimo dei fessi e sta vivendo un gran momento di crescita. Ma, contro ogni logica, dopo la vittoria con Murray non si è fatto che osannare il ligure – già di per sé incline a pavoneggiarsi –  e a ingigantire il suo status. Il che ha poi causato una repentina crescita di aspettative, con un conseguente aumento di pressione sulle spalle, di nervosismo, che hanno poi provocato l’inevitabile capitombolo. E le successive critiche.

Critiche che, però, andrebbero quantomeno ridimensionate. Perché se sul comportamento del “Fogna” non si può far altro che condannarlo, sul suo gioco pieno di blackout e sulla sua incostanza è davvero inutile continuare a tartassarlo. Perché aspettarsi da lui una maturità da top10 al mondo? Perché chiedergli quel definitivo salto di qualità che non ha mai dimostrato tra le sue corde? Fabio Fognini è questo, che ci piaccia o no. Un giocatore forte, divertente in campo, ma con dei limiti evidenti che vanno accettati. Ora come ora, sulla soglia dei trent’anni, è difficile che cambi.

Anche se una minima speranza c’è, in ciò che Fognini stesso ha definito “il trofeo più importante”. Quel figlio che è appena nato che lo ha reso genitore insieme alla sua amata Flavia Pennetta. E chissà che forse, con un bebè in braccio, Fabio non raggiunga la giusta maturità.

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Giochi di palazzo

Coppa Davis, analisi di una sconfitta tutt’altro che imprevedibile

Lorenzo Martini

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A qualche giorno di distanza, proviamo a fare un’analisi più lucida sulla sconfitta dell’Italtennis contro la Francia. Un 3 a 1 maturato dopo una tre giorni di tennis di buon livello, culminata con lo scontro tra i due numeri uno delle due nazioni, nel quale ha prevalso Lucas Pouille. Ma andiamo con ordine.

Alla vigilia non eravamo di certo i favoriti. Alla Francia mancavano sì tennisti del calibro di Tsonga, Monfils e Gasquet, ma comunque il capitano Yannick Noah poteva contare su dei singolaristi talentuosi e imprevedibili come Chardy e Pouille, oltre che su due doppisti affermati come Mahut e Hebert. Per l’Italia invece nessuna defezione, Fognini, Seppi, Lorenzi e Bolelli tutti a disposizione e in buone condizioni. Il che metteva in secondo piano i favori del pronostico, lasciando ampio spazio alle speranze di passare il turno. Sembrava una sfida all’insegna dell’equilibrio.

 E la prima giornata non ha fatto altro che accentuare questa sensazione di totale equilibrio e incertezza. Pouille vince il primo incontro contro Seppi, con qualche patema d’animo in più del previsto, visto che l’altoatesino aveva lo costringe al quinto set dopo una rimonta incredibile. Ma a ristabilire la parità ci pensa il Fogna, che porta il match a casa contro Chardy in quattro set.

Ma dalla seconda giornata di gioco, il declino. Nel doppio ci si aspettava una partita combattuta, visto che Bolelli e Fognini hanno sempre dimostrato di saperci fare in coppia. Ma Herbert e Mahut li hanno letteralmente annichiliti, con un gioco d’attacco che non ha lasciato loro scampo. 3 set a 0 e match mai in discussione.

 Infine, la vittoria di Pouille ai danni di Fognini. Un match strano, in cui il ligure è partito fortissimo vincendo il primo set in scioltezza, per poi sciogliersi come la neve al sole nel successivo. Il terzo ha rappresentato la svolta: una battaglia in cui Fabio è stato più volte avanti, ma non ha saputo sfruttare ben 3 set point per poi perdere il tie-break. E sulle ali dell’entusiasmo il francese è riuscito poi a portarsi a casa anche il quarto set, regalando alla sua nazione il punto decisivo.

Ovviamente nel post-gara le critiche verso Fognini si sono sprecate. In molti lo hanno biasimato per la sua indolenza, per la sua mancanza di grinta, per la sua inconsistenza nei momenti chiavi. Tutti rimproveri con un fondo di verità, ma piuttosto esagerati. Ovviamente, giocando in casa e su terra rossa ci si aspettava di più. Il Fogna su terra ci aveva abituato in passato a vittorie epiche, come ad esempio l’impresa di 4 anni fa contro Murray in Coppa Davis. Però non dobbiamo scordarci che stava giocando contro il numero 11 al mondo, nonché il tennista di punta del movimento francese. Uno a cui il talento non manca. La sconfitta andava quindi messa in conto. Il ligure poteva fare di più? Ovviamente sì. Però il match giocato non è stato scandaloso, anzi, il livello di gioco è stato piuttosto alto. Resta il rammarico per l’occasione sfumata, ma il tennis è anche questo.

 Dispiace anche per il calore del pubblico, che non sempre (soprattutto il primo giorno) è stato coinvolgente come avrebbe dovuto. Va però detto che la gestione dell’evento in sé ha lasciato un po’ a desiderare: tralasciando la scarsissima pubblicizzazione dell’evento, organizzare un match di Davis di tale portata vicino a Genova, a due passi dalla Francia, non è stata la scelta più azzeccata. L’esatto opposto di quanto fatto in Spagna per la sfida contro la Germania, per la quale hanno allestito uno spettacolo meraviglioso a Valencia, coinvolgendo il pubblico come non mai. E forse anche questo è risultato determinante nella vittoria di Ferrer (nato proprio a Valencia), che è riuscito ad imporsi nell’incontro decisivo contro Kohlschereiber dopo 5 estenuanti set.

Che conclusioni possiamo trarne? Guardando il bicchiere mezzo pieno, possiamo dire di avere una squadra competitiva. Ormai da 4-5 anni possiamo contare su un nucleo di giocatori molto legati tra loro, solido, che sa battersi alla pari contro chiunque. Il che non è affatto scontato, tenendo conto dei lunghi periodi di magra che ha vissuto in passato il nostro movimento. Ma dall’altro lato della medaglia, i limiti sono evidenti. Anzitutto non abbiamo un vero trascinatore, capace di regalarci vittorie facili. E soprattutto, l’età inizia a farsi sentire. Seppi e Lorenzi sono giocatori che stanno rendendo tantissimo negli ultimi anni, ma sono entrambi ben oltre i trent’anni e verosimilmente potranno essere al top ancora per poco. Lo stesso Fognini è un over-30, mentre i giovani (Berrettini, Sonego, Quinzi e tanti altri) per quanto promettenti non sembrano ancora pronti a prendersi sulle spalle la Nazionale.

 Per ora non ci resta che goderci un gruppo che, nel bene o nel male, sta ottenendo comunque risultati importanti. Il rammarico c’è, perché le occasioni sciupate sono tante e quella con la Francia ne è solo l’ultimo esempio. Ma considerando le incertezze che traspaiono dal futuro, teniamoci stretto questo nucleo di giocatori, senza lasciarci trascinare in critiche spropositate. Sperando che i risultati, prima o poi, arrivino.

 

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Storie dell'altro mondo

Naomi Osaka, il Sol Levante del Tennis femminile

Matteo Zanon

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-Naomi Osaka, il Sol Levante del Tennis femminile-

La finale femminile di Indian Wells ha messo davanti due giovani ragazze del 1997. Che ci sia aria di cambiamento per il movimento femminile? A vedere il livello dimostrato dalle due ventenni, possiamo stare certi che il futuro riserverà delle piacevoli sorprese.

A vincere in poco più di un’ora è stata Naomi Osaka, 1.80 per 69 kg che ha rotto il ghiaccio, conquistando il suo primo titolo in carriera. La giapponese ha regalato al suo paese un successo storico, oltre ad aver dimostrato nonostante la giovane età un coraggio e una sfrontatezza da top 10. La Osaka si è guadagnata la finale passo dopo passo, mettendo al tappeto giocatrice del calibro di Sharapova, Radwanska, Pliskova e in semifinale la numero uno Halep (dopo le finali perse con Ostapenko a Parigi e Wozniaki in Australia perde un’altra occasione per poter arricchire il palmarès e mettere al sicuro il primo posto). La nipponica è stata paragonata più volte a Serena Williams, sia per la somiglianza fisica ma soprattutto per le potenzialità che mette in mostra sul campo (non sarà un caso che ha come allenatore l’ex di Serena). Con i suoi punti di forza, servizio e dritto ha conquistato la finale, lasciando poco o nulla all’altra rivelazione del torneo, la russa Kasatkina (6-3 6-2 il punteggio finale).

“Ero veramente agitata – ha spiegato in conferenza stampa – e molto nervosa prima di scendere in campo ma ho cercato di nascondere questo disagio il più possibile, in modo che la mia avversaria non se ne accorgesse e non approfittasse della situazione. Sapevo solamente di dover combattere per ogni punto come se fosse l’ultimo, quindi non potevo assolutamente permettermi di perdere punti a causa dei miei nervi. Dovevo semplicemente continuare a prendere le decisioni giuste come ero riuscita a fare per tutto il torneo”. La vittoria del titolo gli consente di fare un notevole balzo in classifica, passando dalla 44esima posizione alle 22esima (la russa finalista ora à 11esima). “Sono molto felice di aver vinto il mio primo titolo ed è molto bello che sia successo qui ad Indian Wells. Volevo davvero vincere questo torneo, ma allo stesso tempo ho cercato di pensare che fosse una semplice partita di primo turno, in modo da non agitarmi troppo. Non riesco davvero a credere a quello che mi è successo. Mi sento come se avessi un’altra partita da giocare domani, ma non è così. È veramente speciale riuscire a vincere qui ad Indian Wells e giocare in finale contro una giocatrice come Kasatkina”, ha concluso Osaka.

Se queste giovani promesse continueranno di questo passo, per le regine del tennis (Halep, Muguruza, Wozniaki, Williams, Sharapova…) ci sarà da sudare, più delle fatidiche sette camicie.

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Giochi di palazzo

Eugenie Bouchard ha vinto la Guerra contro l’America del Tennis

Lorenzo Martini

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 Il 20 febbraio 2018 la Corte Federale degli Stati Uniti ha dato ragione a Eugenie Bouchard che aveva chiamato in giudizio la USTA, la Federtennis statunitense. Da un lato c’era la giovane tennista canadese, da tempo alla ricerca di sé stessa, dall’altro una delle federazioni più potenti e influenti al mondo. Uno scontro giudiziario alquanto sui generis. Ma qual è il motivo di questa disputa?

 Tutto ruota attorno a quanto accaduto nell’edizione degli Us Open del 2015: Eugenie ha da poco concluso il suo match di doppio misto in coppia con Nick Kyrgios, è appena entrata nella sala di fisioterapia per rilassarsi quando cade a terra a causa del pavimento scivoloso. Conseguenze? Lieve commozione cerebrale e l’obbligo di rinunciare non solo al match di ottavi contro Roberta Vinci, ma anche ad alcuni tornei successivi.


Per quanto avvenuto, la canadese, che si è rivolta al prestigioso studio legale Morelli, ha chiesto un sostanzioso risarcimento per le spese mediche e per i danni riportati a livello fisico e economico. Infatti, le mancate partecipazioni agli altri tornei non solo hanno danneggiato la sua classifica, ma le hanno negato potenziali vittorie e conseguenti guadagni. Di contro, la difesa si è appellata al fatto che la Bouchard era consapevole che i locali dell’incidente erano momentaneamente chiusi, addebitando quindi tutte le colpe all’inavvedutezza della tennista.

In una vicenda simile la domanda viene spontanea: perché le due parti non hanno trovato un accordo invece di procedere per vie legali? La risposta è semplice: nonostante i tentativi, tutte le mediazioni in questi mesi sono andate in fumo. Per giunta, l’entourage della canadese  si è parecchio risentito dopo che la USTA ha cancellato materiale a suo dire molto rilevante. Infatti, dopo aver consegnato tutta la documentazione richiesta, la Federtennis americana ha lecitamente distrutto il materiale restante, seguendo la normale procedura che ne permette la cancellazione dopo 160 giorni. Atteggiamento che, per quanto legittimo, non è andato giù alla Bouchard al punto da spingerla alle vie processuali.

Una scelta che potrebbe essere stata motivata anche da un senso di rivalsa: di fatto la carriera della canadese ha subìto uno stop improvviso proprio a partire quell’incidente, tant’è l’ultima qualificazione a un ottavo Slam risale proprio a quell’edizione degli US Open. Ovviamente il suo evidente calo di rendimento non può essere addebitato solo a quanto accaduto a Flushing Meadows, visto che è da anni che si lascia trasportare da parecchie distrazioni extra-sportive, mostrando spesso di tenere più alla sua immagine di star mediatica che non alla sua carriera tennistica. Ma una vittoria di questo tipo in una sede giuridica, con il conseguente riconoscimento dei danni subìti, potrebbe regalarle nuovi stimoli per la sua finora sgangherata carriera.

Ora si attende solo la prossima settimana nella quale la giuria dovrà stabilire l’entità del risarcimento che la Federtennis americana dovrà versare alla canadese, per porre fine ad una storia che dura ormai da 2 anni e mezzo e che, francamente, ci saremmo risparmiati volentieri.

 

 

 

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