Sono trascorsi dieci anni dall’ultimo titolo mondiale di un pilota della Ferrari. Accadde proprio in Brasile, a Interlagos, con Kimi Raikkonen iridato al debutto in “Rosso” per un punto sul duo McLaren Hamilton-Alonso. Sembrava potesse iniziare una nuova era di successi dopo i fasti di Schumacher, invece da quel 21 ottobre 2007 per i tifosi del Cavallino Rampante è cominciata una stagione di amarezze purtroppo ancora aperta.

2008 – Il “Maracanazo” dei motori. Felipe Massa ha tutto per vincere il suo primo titolo mondiale. La macchina più prestante – la F2008 – e uno stato di forma invidiabile – sei pole-position e sei vittorie (sarà il più vincente del campionato) in diciotto gare. Ma a Maranello inciampano più volte. A Sepang, forse innervosito dal sorpasso di Raikkonen al pit-stop, Massa si ritira per un testacoda solitario quando era secondo dietro al compagno di squadra. In Ungheria, Felipe come il Ronaldo di Gigi Simoni: inarrestabile. Da 3° a 1° al via, domina il gran premio, ma una biella arrostisce motore e successo a tre giri dalla bandiera a scacchi. Infine, Singapore. Dove al pit-stop i meccanici rimandano in pista col bocchettone del rifornimento ancora inserito la Ferrari “numero 2” in quel momento leader. Chiuderà 13°. Ripartiti equamente tra pilota, squadra e vettura, agli errori si aggiunge il caso. All’atto finale, a Interlagos, Massa è a -7 da Hamilton. Impera la corsa. Ad aiutarlo, non bastano Alonso (2°) e Raikkonen (3°). Così ecco la pioggia a sei giri dalla fine. Hamilton scivola al 6° posto. Intanto la pioggia se ne va, ritorna il sole. Massa taglia il traguardo da campione del mondo. Delirio al box e sugli spalti. Ma è un’illusione. A poche curve dalla fine, Hamilton passa la Toyota di Glock, rimasto con le slick sulla pista bagnata, ed è campione del mondo per un punto. La Ferrari si aggiudica il titolo Costruttori, il sedicesimo della storia e l’ultimo a oggi, foriero però di più d’un rimpianto, perché lascia intravedere quale fosse il potenziale tecnico della vettura.

2009 – In un campionato segnato dalle polemiche sul doppio diffusore che fa la fortuna della Brawn GP, la Ferrari, un punto nelle prime tre gare, interrompe lo sviluppo della vettura a primavera. Luca Baldisseri, il responsabile delle operazioni in pista, dopo la Malesia è spostato di ruolo. Poi gira sempre più la voce che nel 2010 Alonso prenderà il posto di Raikkonen. Proprio dal finnico arrivano però le principali soddisfazioni. L’unica vittoria (Spa) e altri quattro podi (Montecarlo, Valencia, Hungaroring e Monza). Non bastano per il terzo posto nel Costruttori, ceduto alla McLaren per un punto, complice anche l’infortunio di Massa, che in Ungheria chiude anzitempo la stagione per un incidente in prova, dove rischia la vita dopo esser stato colpito da una molla staccatasi dalla Brawn di Barrichello.



2010 – Parafrasando Max Pezzali, “La rossa, il sogno e il grande incubo”. Perché una gara, l’ultima, ad Abu Dhabi, trasforma una pagina di sport da straordinaria a drammatica. In una Formula-1 nuova d’aspetto – scomparsa dei test privati per le esercitazioni al simulatore – a Maranello inizia l’“era Alonso”, che vuole il terzo titolo della carriera. Vince subito in Bahrain, ma fino a metà stagione sembra un episodio. Red Bull e McLaren sono più competitive, dopo Silverstone la vetta è a -47. Ma dal successivo Gran Premio di Germania, qualcosa cambia sulla vettura progettata da Aldo Costa (un passato in Minardi, un presente in Mercedes). In pista, la F10 vola. C’è Massa davanti, poi un team radio – “Fernando is faster than you” – dice molto, se non tutto, sui ruoli interni. Comunque rispecchiati dai fatti. Perché Alonso, dopo il trionfo di Hockenheim, chiude 2° in Ungheria e vince a Monza e a Singapore, portandosi a -11 dal vertice. Gli avversari hanno sempre qualcosa in più, specie in qualifica, ma lo spagnolo è il valore aggiunto della Ferrari. E in Corea, nell’ultima occasione per coltivare speranze iridate, sotto la pioggia, in un gran premio iniziato, interrotto, ripreso e terminato col buio, resiste alla pressione e vince mentre il leader della classifica Webber va a muro e l’altra Red Bull, quella di Vettel, a fuoco. “Avanti Fer, avanti!” gli urla Domenicali in radio dopo il traguardo. A due gare dalla fine, “Nando” ha +11 su Webber, +21 su Hamilton, +25 su Vettel e +42 su Button.

In Brasile, è 3°, dietro Vettel e Webber sui quali all’ultimo atto si presenta, rispettivamente, con +15 e +8. Per la matematica, ci sarebbe anche Hamilton in corsa (-24), ma poco importa: all’asturiano basta un 4° posto, ma anche un 5° potrebbe andar bene, per laurearsi campione. In poche parole, occorre rimanere concentrati su se stessi e fare la propria gara senza strafare, pensando a portare la macchina in fondo. Invece dopo il via accade l’irreparabile. Mentre Vettel è in testa, la Ferrari fa la corsa su Webber, marcandolo a uomo in tutto e per tutto. Anche quando rifornisce anticipatamente al 12° giro. Alonso, in quel momento stabilmente 4°, retrocede 12°, dietro la Renault di Petrov, già rientrato al pit-stop a causa di una safety-car. Non riuscirà mai a sorpassarlo e chiuderà 7°. Sì davanti a Webber, ma mentre Vettel in un sol colpo fa sua la vittoria e la corona mondiale. Cento minuti si portano via l’idea, e il sogno, di veder primeggiare l’uomo sulla macchina, lasciando aperto il campo all’amarezza e a una notte mai così profonda come a Yas Marina quel 14 novembre.

 

 

 

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