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Evani e la giovane Italia: “Finalmente più spazio ai ragazzi. Bisogna lavorare sull’aspetto umano”

Massimiliano Guerra

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Mai l’Italia under 20 era riuscita ad arrivare sul podio del Mondiale di categoria. Alberigo Evani, con la sua squadra, è riuscito a conquistare un terzo posto tra mille difficoltà e tante partite tiratissime che hanno trasformato l’avventura in Corea in una vera e propria impresa. Oggi Evani ci racconta questo grande traguardo, ma anche tutto il percorso e il lavoro che c’è stato per raggiungere questo straordinario obiettivo.

Mister, non possiamo non partire dallo splendido terzo posto raggiungo dall’Italia al Mondiale Under 20. Le sue considerazioni?

I ragazzi sono stati fantastici perché hanno fatto delle cose straordinarie date le tante difficoltà di organico. Le date del Mondiale coincidevano con la parte finale della stagione di Serie A e Serie B e quindi molti ragazzi era normale potessero pensare a i loro interessi. Abbiamo avuto anche giocatori importanti come Locatelli e Chiesa che sono stati aggregati con l’Under 21 e quindi non sono potuti partire con noi in Corea. C’era quindi il rischio di non riuscire a fare le cose per bene. I ragazzi invece hanno recepito e proposto in campo le indicazioni tattiche, mostrando anche uno spirito di squadra fantastico.

C’è più rammarico per non aver centrato la finale oppure più soddisfazione per aver centrato un risultato storico per l’Italia, che mai nei mondiali Under 20, era arrivata sul podio?

Prima di tutto c’è soddisfazione per aver fatto qualcosa che prima nessuno era riuscito a fare. Anche il modo in cui siamo arrivati a questo traguardo ci ha riempito d’orgoglio. Certo con l’Inghilterra vincevamo 1-0 a 20’ dalla fine e la Finale sembrava essere a portata di mano. Va detto però che nel secondo tempo gli inglesi ci sono stati superiori, anche perché nel turno prima abbiamo dovuto consumare tanta energia. Non credo però sia solo quello perché nella ripresa ci è venuto il classico “braccino”, ma tutto questo fa parte del percorso di crescita dei ragazzi.

Probabilmente in questa avventura la partita più bella ed emozionante è stata quella con lo Zambia. Quale è stato il momento più bello ed intenso di questo Mondiale?

Sì, è stato il momento più emozionante perché si vedevano i ragazzi che in campo gettavano il cuore oltre l’ostacolo. E’ stata una partita veramente emozionante anche perché gli episodi erano girati tutti contro di noi e siamo riusciti a portarli dalla nostra parte. In genere io sono uno che contiene sempre le mie emozioni, soprattutto nei momenti di entusiasmo, ma in questa situazione mi sono fatto trasportare e i ragazzi mi hanno fatto fare cose che non ho mai fatto.

Escludendo ovviamente l’Italia e i suoi ragazzi, quale nazionale l’ha più impressionata durante questa competizione?

La squadra che reputavo più forte era la Francia. In quell’occasione siamo stati bravissimi nell’imbrigliarli riuscendo a limitare la loro maggiore forza fisica. Anche l’Inghilterra, che alla fine ha vinto il Mondiale, ha dimostrato di essere di una categoria superiore e di essere una squadra già pronta rispetto a noi. Sono di un’altra cilindrata. Anche l’Uruguay ha messo in evidenza alcune individualità come Bentancur, Valverde e De la Cruz che giocano in realtà importanti e sono abituati a palcoscenici importanti.

L’Italia storicamente ha sempre fatto fatica in questa competizione, pur essendo una Nazionale di grande tradizione. Come si spiega questo?

Me lo spiego che a livello fisico e caratteriale a nelle squadre giovanili siamo un po’ più in ritardo rispetto alle altre nazioni. Ci arriviamo un pochino dopo, tant’è che poi a livello di Under 21 e Nazionali A siamo sempre al top. A livello fisico soprattutto paghiamo molto rispetto alle altre nazionali ma poi crescendo diventiamo superiori. Lo dico sempre ai miei ragazzi che quando ci mettiamo a fare le cose per bene, con le giuste motivazioni, siamo sempre superiori. Non sempre però ce ne ricordiamo, ma questo fa parte del percorso di crescita. Non si può nascere già pronti.

A margine della partita, Maurizio Viscidi e Giorgio Bottaro hanno voluto sottolineare come questo risultato parta da molto lontano. Tranne Orsolini, questi ragazzi hanno giocato 30-40 partite insieme. Quanto è stato importante questo?

Da sette anni con l’arrivo mio, di Mister Sacchi e Maurizio Viscidi c’è stato un cambiamento di strategia. Ogni squadra è collegata all’altra. Partendo dall’Under 15 arrivando all’Under 21 ogni allenatore trova la strada spianata. Ogni allenatore ci mette del suo ma non cambiamo i principi tattici, la filosofia. Anche la selezione dei ragazzi e dei calciatori viene fatta in funzione di questo. Un lavoro indispensabile, perché ogni anno ci si troverebbe a ricominciare da capo. Facendo così i ragazzi ogni stagione, acquisiscono nuove conoscenze e crescono con noi.

Un percorso lungo quindi anche a livello Federale. Come si svolge questo lavoro?

In primo luogo scegliamo giocatori adatti al tipo di calcio che vogliamo fare. Come dice Sacchi va bene il talento, purché sia in funzione della squadra. Prima vediamo la persona, il ragazzo e poi il calciatore. Vogliamo ragazzi che sappiano cosa voglia dire venire in Nazionale e dare tutto per la maglia azzurra. Dopo si cerca di dare un gioco alla squadra. Ogni allenatore cerca di metterci del proprio ma in sostanza ogni Ct chiede le stesse cose ai ragazzi. Mi ricordo i primi anni delle sfide impossibili contro Francia, Inghilterra e Spagna. Con questo lavoro, invece, le distanze a livello giovanile si sono accorciate. Anche a livello individuale i calciatori sono cresciuti molto: Rispetto a prima parecchi giocatori dell’Under 21 sono titolari nelle loro squadre, cosa che prima era molto difficile. Molti sarebbero anche pronti per il salto tra i grandi. Se andiamo a vedere è cambiata anche la funzione del Ct. Ora non siamo più semplici selezionatori ma siamo allenatori a tutti gli effetti, che cercano di dare un gioco alle loro squadre.

Lei si è specializzato nel calcio giovanile. Uno Scudetto con gli Allievi del Milan e poi tutta la trafila delle Nazionali fino ad arrivare all’Under 20. Quali sono le maggiori difficoltà che un allenatore di giovani calciatori può incontrare o che a Lei è capitato di incontrare?

Sono stato 10 anni al Milan e ho fatto tutte le categorie. Ogni categoria ha le sue problematiche e le sue difficoltà. Ai ragazzi ho sempre provato a trasferire la passione per questo sport e la voglia di migliorarsi in ogni allenamento. Tra le difficoltà c’è senza dubbio la comunicazione. Una volta era più facile poter comunicare con i ragazzi perché c’era solo il pallone, mentre ora hanno molti più interessi e distrazioni. Alla fine conta molto l’educazione che hanno avuto dalla famiglia. Delle volte affronti delle problematiche particolari famigliari e li devi essere bravo ad essere d’aiuto ai ragazzi.

E’ nei suoi programmi in futuro il salto nel calcio dei “grandi” oppure vorrebbe seguire l’esempio di un tecnico come Alberto De Rossi che non ha mai voluto passare nel mondo delle prime squadre?

Non chiudo la porta a nulla. Non so uno che dice voglio fare solo questo. In passato ho già allenato una squadra di “grandi” a San Marino, un’esperienza che mi è servita molto. In ogni caso dovranno essere i “grandi” a chiamarmi per allenarli, di certo non posso dirlo io.

Per ciò che riguarda il calcio giovanile si discute sempre sul ruolo che deve avere un allenatore: Il mister deve essere più un istruttore oppure soprattutto un educatore ?

Per come sono fatto io, prima di fare richieste a livello tecnico cerco di lavorare sul livello umano. Io per i ragazzi cerco di essere come un padre, un punto di riferimento sempre pronto ad aiutarli. Ho sempre detto ai miei ragazzi che se mi dovessero giudicare per quanto li faccio giocare potrei rischiare di essere un asino per alcuni e un grande per altri. Purtroppo in campo ci si va in undici. Io cerco sempre di dare spazio a tutti quelli che lo meritano, tant’è che nel Mondiale, tranne il terzo portiere, tutti hanno avuto una chance. Il gruppo viene sempre prima di tutto perché tutti si lavora nella stessa direzione e tutti devono avere un riconoscimento seppur minimo.

Un importante dirigente come Sabatini, circa un anno fa, disse che tranne Bernardeschi e Romagnoli, non ci sono giovani calciatori italiani di valore. Il Mondiale Under 20 e la Rosa a disposizione di Gigi Di Biagio negli Europei Under 21 sembrano però dire il contrario. Cosa ne pensa?

Negli ultimi anni i nostri ragazzi sono cambiati, basta vedere il minutaggio che hanno avuto nelle loro società. Proprio questa crescita fa diventare le società più coraggiose e concedono più spazio ai giovani. Piano piano vengono fuori i reali lavori. Se un anno fa c’ erano solo Bernardeschi e Romagnoli, credo che questa lista debba essere notevolmente allungata ed il mercato dimostra quanta attenzione ci sia sui giovani italiani.

Pensa che gli allenatori italiani dovrebbero avere un po’ più di coraggio e buttare più spesso i giovani nella mischia, oppure reputa il loro impiego giusto?

Come ho detto prima le cose sono nettamente migliorate rispetto a prima. I ragazzi stranieri a 17-18 anni sono già pronti, mentre i nostri vanno un po’ più aspettati ma poi diventano più forti. Non dobbiamo avere fretta con loro perché poi ci danno grandi soddisfazioni.

Lei è un uomo di campo. Nel corso della prima partita contro l’Uruguay, l’Italia ha subito un calcio di rigore grazie alla VAR. Cosa pensa di questa novità avendola ,suo malgrado, vissuta sulla sua pelle?

Con la Var non siamo stati molto fortunati, sinceramente. Abbiamo subito un rigore e un’espulsione ingiusta. Nonostante questo sono favorevole a questa nuova tecnologia perché può limitare l’errore umano. Quello che dico io è che bisogna solo trovare una giusta applicazione ed essere chiari di quando viene usata la Var. Con l’Uruguay eravamo già dalla parte opposta e si è tornati indietro di parecchio. Cosi facendo però si rischia che la gente allo stadio non capisca quello che stia succedendo. Durante le partite giovanili non accade nulla, ma non oso immaginare cosa possa succedere durante una partita di campionato molto tirata. L’ importante è che vengano anche educati ed informati i tifosi di come verrà applicata la Var.

Archiviata questa bella avventura conclusasi con questo splendido risultato, quali sono ora i progetti futuri per quanto riguarda le nazionali giovanili?

Tutte le nostre nazionali hanno ottenuto ottimi risultati contribuendo alla crescita dei calciatori. Molti finiranno il biennio Under 21 mentre ad Agosto partirà il biennio 96-97. I 97 che hanno partecipato ai Mondiali hanno dimostrato di poter già essere pronti per l’Under 21 mentre altri come Cerri e Pellegrini possono continuare tranquillamente, magari affacciandosi in prima squadra come ha già fatto Lorenzo. Le prospettive sono ottime e la strada imboccata è sicuramente quella giusta. 

 

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Santiago Ascacibar, un “russo” in Germania per la rinascita dell’Argentina

Massimiliano Guerra

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Uno  dei migliori centrocampisti della scorsa stagione, una delle possibili stella della prossima Bundesliga. Di chi parliamo? Del mediano dello Stoccarda Santiago Ascacíbar. Classe 1997 nato a La Plata, Ascacibar muove i suoi primi passi nell’Estudiantes, sua squadre del cuore. Mediano dal cuore d’acciaio Ascacibar arriva poi allo Stoccarda quasi a sorpresa la scorsa estate, perché tanti club europei avevano messo gli occhi su questo giovane argentino.

 

Ascacibar è diventato così la scorsa estate il 44esimo argentino a giocare nella Bundesliga. Un bel salto nel buio per un giocatore cosi giovane, arrivare in Europa in una realtà diametralmente opposta rispetto a quella in cui ha vissuto sempre. Eppure Ascacibar si è ambientato subito diventando un perno insostituibile del centrocampo dello Stoccarda con il quale ha collezionato 29 presenze (senza mai segnare) portando la sua squadra ad un tranquilla salvezza. El Ruso, per il suo colore di capelli molto chiaro, è il classico  volante argentino, il centrocampista che deve sia impostare che difendere ed è fondamentale nelle tattiche sudamericane. Ovviamente una volta arrivato in Germania ha dovuto adattare il suo gioco alla realtà europea. Un passaggio avvenuto velocemente senza grossi traumi. Ascacibar è un giocatore giovane ma dalla maturità impressionante. Quando lo si vede in campo sembra un veterano, non un giovane ragazzo argentino sbarcato in Europa da meno di un anno. Che il Ruso fosse comunque un giocatore diverso dagli altri lo si vedeva già dai primi passi calcistici: ”Già da bambino era un fanatico dell’allenamento, ossessionato sin da piccolo nel migliorare la sua tecnica e svolgere gli allenamenti giornalieri”, parla così di lui Omar Rulli, suo allenatore nelle giovanili dell’Estudiantes  (inoltre padre di Geronimo, futuro portiere di Estudiantes e Real Sociedad) che convinse la dirigenza del club a puntare su questo ragazzino  che a 9 anni aveva già la grinta e la tenacia dei grandi campioni.

Da quel momento Ascacibar non deluse mai le aspettative e scalò mano a mano tutte le squadre giovanili fino ad arrivare alla prima squadra dove strega letteralmente l’allenatore el pincha Nelson Vivas che lo definisce “Un giovane con la testa da vecchio”. Sì perché Ascacibar non pensa solo al calcio ma mentre arriva nel calcio dei grandi riesce anche a intraprendere gli studi di antropologia all’Università. Un segno questo che fa capire come sia diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei che arrivano alle luci della ribalta. L’8 febbraio del 2016 contro il Lanus, Ascabibar fa il suo esordio tra i grandi e si conquista con grande rapidità la maglia da titolare: in tutto, sono 50 le presenze del Ruso in un anno e mezzo, senza neanche segnare un gol. Perchè segnare non è il compito del volante argentino, che è riuscito in 18 mesi a trasformarsi, da giovane delle filiales che era, in leader del centrocampo. La garra del Ruso, si fa notare sia nell’Olimpica argentina (3 presenze a Rio 2016, da giocatore tremendamente sottoetà in un torneo U23), sia nella Nazionale U20, della quale è diventato subito il capitano: nella piccola Albiceleste Ascacibar ha giocato 11 gare, segnando una rete e guidando i suoi compagni sia nel Sudamericano Sub-20 che nel  Mondiale di categoria.

Una crescita repentina che lo ha portato poi in Germania. Lo Stoccarda nella scorsa estate ha sborsato 8,5 milioni di euro per averlo, sfruttando l’indecisione dello Zenit, allora guidato da Roberto Mancini. Un affare per il club tedesco dato che ora il valore dell’argentino è praticamente raddoppiato e tutto fa pensare che nella prossima stagione possa aumentare ancora. A Stoccarda lo sperano tutti.

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Se non fosse ancora chiaro

Ettore zanca

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Bisogna essere precisi. Se si dicono le cose vanno dette con estrema chiarezza.
C’è per ora la querelle (giusto per restare in tema Francia) che i giocatori della nazionale francese che hanno vinto il mondiale siano in gran parte di origine africana.
A nulla è servito dire più volte che tutti i giocatori sono nati in Francia. Per cui sono francesi. A questo punto almeno, cerchiamo di essere dettagliati. Lo hanno vinto gli africani? No, non solo.

Hugo Lloris, portiere, ha origini catalane.
Olivier Giroud, attaccante è per parte italiano, la nonna è nata in Italia.
Alphonse Areola, portiere di riserva ha origini Filippine.
Raphael Varane è originario della Martinica.
E…udite udite, Antoine Griezmann non è francese purosangue. Il nonno, Amaro Lopes è portoghese. Ex calciatore anche lui.
Non vi basta?

Nel 1998, quando Facebook non c’era, la Francia vinse il mondiale con Zidane, origini algerine, Karembeu, Nuova Caledonia, Thuram, Guadalupa, e infine Djorkaeff. Armeno per parte di madre e russo di Calmucchia per parte di padre.
Dimenticavo. Tralasciamo i mondiali italiani vinti con gli oriundi, ovvero coloro che hanno avuto parenti in Italia ma non ci sono nati. 4 nel 1934, 1 nel 1938, altri 4 nel 1962 (dove abbiamo fatto pena) e uno determinante nel 2006.

Non parliamo di Svizzera, che conta tre kosovari e molto altro. Oppure Russia, che ha schierato un brasiliano.

Quindi le strade sono due. O non diciamo più che il mondiale lo ha vinto l’Africa, perché sono francesi e orgogliosi di esserlo, oppure, per la vis polemica che non smette mai, almeno aggiornate la cartina. Il mondiale lo hanno vinto: Africa, Catalogna, Portogallo, Filippine e anche un po’ d’Italia. E che diamine. Almeno siamo campioni del mondo grazie alla nonna di Giroud.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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