Mai l’Italia under 20 era riuscita ad arrivare sul podio del Mondiale di categoria. Alberigo Evani, con la sua squadra, è riuscito a conquistare un terzo posto tra mille difficoltà e tante partite tiratissime che hanno trasformato l’avventura in Corea in una vera e propria impresa. Oggi Evani ci racconta questo grande traguardo, ma anche tutto il percorso e il lavoro che c’è stato per raggiungere questo straordinario obiettivo.

Mister, non possiamo non partire dallo splendido terzo posto raggiungo dall’Italia al Mondiale Under 20. Le sue considerazioni?

I ragazzi sono stati fantastici perché hanno fatto delle cose straordinarie date le tante difficoltà di organico. Le date del Mondiale coincidevano con la parte finale della stagione di Serie A e Serie B e quindi molti ragazzi era normale potessero pensare a i loro interessi. Abbiamo avuto anche giocatori importanti come Locatelli e Chiesa che sono stati aggregati con l’Under 21 e quindi non sono potuti partire con noi in Corea. C’era quindi il rischio di non riuscire a fare le cose per bene. I ragazzi invece hanno recepito e proposto in campo le indicazioni tattiche, mostrando anche uno spirito di squadra fantastico.

C’è più rammarico per non aver centrato la finale oppure più soddisfazione per aver centrato un risultato storico per l’Italia, che mai nei mondiali Under 20, era arrivata sul podio?

Prima di tutto c’è soddisfazione per aver fatto qualcosa che prima nessuno era riuscito a fare. Anche il modo in cui siamo arrivati a questo traguardo ci ha riempito d’orgoglio. Certo con l’Inghilterra vincevamo 1-0 a 20’ dalla fine e la Finale sembrava essere a portata di mano. Va detto però che nel secondo tempo gli inglesi ci sono stati superiori, anche perché nel turno prima abbiamo dovuto consumare tanta energia. Non credo però sia solo quello perché nella ripresa ci è venuto il classico “braccino”, ma tutto questo fa parte del percorso di crescita dei ragazzi.

Probabilmente in questa avventura la partita più bella ed emozionante è stata quella con lo Zambia. Quale è stato il momento più bello ed intenso di questo Mondiale?

Sì, è stato il momento più emozionante perché si vedevano i ragazzi che in campo gettavano il cuore oltre l’ostacolo. E’ stata una partita veramente emozionante anche perché gli episodi erano girati tutti contro di noi e siamo riusciti a portarli dalla nostra parte. In genere io sono uno che contiene sempre le mie emozioni, soprattutto nei momenti di entusiasmo, ma in questa situazione mi sono fatto trasportare e i ragazzi mi hanno fatto fare cose che non ho mai fatto.

Escludendo ovviamente l’Italia e i suoi ragazzi, quale nazionale l’ha più impressionata durante questa competizione?

La squadra che reputavo più forte era la Francia. In quell’occasione siamo stati bravissimi nell’imbrigliarli riuscendo a limitare la loro maggiore forza fisica. Anche l’Inghilterra, che alla fine ha vinto il Mondiale, ha dimostrato di essere di una categoria superiore e di essere una squadra già pronta rispetto a noi. Sono di un’altra cilindrata. Anche l’Uruguay ha messo in evidenza alcune individualità come Bentancur, Valverde e De la Cruz che giocano in realtà importanti e sono abituati a palcoscenici importanti.

L’Italia storicamente ha sempre fatto fatica in questa competizione, pur essendo una Nazionale di grande tradizione. Come si spiega questo?

Me lo spiego che a livello fisico e caratteriale a nelle squadre giovanili siamo un po’ più in ritardo rispetto alle altre nazioni. Ci arriviamo un pochino dopo, tant’è che poi a livello di Under 21 e Nazionali A siamo sempre al top. A livello fisico soprattutto paghiamo molto rispetto alle altre nazionali ma poi crescendo diventiamo superiori. Lo dico sempre ai miei ragazzi che quando ci mettiamo a fare le cose per bene, con le giuste motivazioni, siamo sempre superiori. Non sempre però ce ne ricordiamo, ma questo fa parte del percorso di crescita. Non si può nascere già pronti.

A margine della partita, Maurizio Viscidi e Giorgio Bottaro hanno voluto sottolineare come questo risultato parta da molto lontano. Tranne Orsolini, questi ragazzi hanno giocato 30-40 partite insieme. Quanto è stato importante questo?

Da sette anni con l’arrivo mio, di Mister Sacchi e Maurizio Viscidi c’è stato un cambiamento di strategia. Ogni squadra è collegata all’altra. Partendo dall’Under 15 arrivando all’Under 21 ogni allenatore trova la strada spianata. Ogni allenatore ci mette del suo ma non cambiamo i principi tattici, la filosofia. Anche la selezione dei ragazzi e dei calciatori viene fatta in funzione di questo. Un lavoro indispensabile, perché ogni anno ci si troverebbe a ricominciare da capo. Facendo così i ragazzi ogni stagione, acquisiscono nuove conoscenze e crescono con noi.

Un percorso lungo quindi anche a livello Federale. Come si svolge questo lavoro?

In primo luogo scegliamo giocatori adatti al tipo di calcio che vogliamo fare. Come dice Sacchi va bene il talento, purché sia in funzione della squadra. Prima vediamo la persona, il ragazzo e poi il calciatore. Vogliamo ragazzi che sappiano cosa voglia dire venire in Nazionale e dare tutto per la maglia azzurra. Dopo si cerca di dare un gioco alla squadra. Ogni allenatore cerca di metterci del proprio ma in sostanza ogni Ct chiede le stesse cose ai ragazzi. Mi ricordo i primi anni delle sfide impossibili contro Francia, Inghilterra e Spagna. Con questo lavoro, invece, le distanze a livello giovanile si sono accorciate. Anche a livello individuale i calciatori sono cresciuti molto: Rispetto a prima parecchi giocatori dell’Under 21 sono titolari nelle loro squadre, cosa che prima era molto difficile. Molti sarebbero anche pronti per il salto tra i grandi. Se andiamo a vedere è cambiata anche la funzione del Ct. Ora non siamo più semplici selezionatori ma siamo allenatori a tutti gli effetti, che cercano di dare un gioco alle loro squadre.

Lei si è specializzato nel calcio giovanile. Uno Scudetto con gli Allievi del Milan e poi tutta la trafila delle Nazionali fino ad arrivare all’Under 20. Quali sono le maggiori difficoltà che un allenatore di giovani calciatori può incontrare o che a Lei è capitato di incontrare?

Sono stato 10 anni al Milan e ho fatto tutte le categorie. Ogni categoria ha le sue problematiche e le sue difficoltà. Ai ragazzi ho sempre provato a trasferire la passione per questo sport e la voglia di migliorarsi in ogni allenamento. Tra le difficoltà c’è senza dubbio la comunicazione. Una volta era più facile poter comunicare con i ragazzi perché c’era solo il pallone, mentre ora hanno molti più interessi e distrazioni. Alla fine conta molto l’educazione che hanno avuto dalla famiglia. Delle volte affronti delle problematiche particolari famigliari e li devi essere bravo ad essere d’aiuto ai ragazzi.

E’ nei suoi programmi in futuro il salto nel calcio dei “grandi” oppure vorrebbe seguire l’esempio di un tecnico come Alberto De Rossi che non ha mai voluto passare nel mondo delle prime squadre?

Non chiudo la porta a nulla. Non so uno che dice voglio fare solo questo. In passato ho già allenato una squadra di “grandi” a San Marino, un’esperienza che mi è servita molto. In ogni caso dovranno essere i “grandi” a chiamarmi per allenarli, di certo non posso dirlo io.

Per ciò che riguarda il calcio giovanile si discute sempre sul ruolo che deve avere un allenatore: Il mister deve essere più un istruttore oppure soprattutto un educatore ?

Per come sono fatto io, prima di fare richieste a livello tecnico cerco di lavorare sul livello umano. Io per i ragazzi cerco di essere come un padre, un punto di riferimento sempre pronto ad aiutarli. Ho sempre detto ai miei ragazzi che se mi dovessero giudicare per quanto li faccio giocare potrei rischiare di essere un asino per alcuni e un grande per altri. Purtroppo in campo ci si va in undici. Io cerco sempre di dare spazio a tutti quelli che lo meritano, tant’è che nel Mondiale, tranne il terzo portiere, tutti hanno avuto una chance. Il gruppo viene sempre prima di tutto perché tutti si lavora nella stessa direzione e tutti devono avere un riconoscimento seppur minimo.

Un importante dirigente come Sabatini, circa un anno fa, disse che tranne Bernardeschi e Romagnoli, non ci sono giovani calciatori italiani di valore. Il Mondiale Under 20 e la Rosa a disposizione di Gigi Di Biagio negli Europei Under 21 sembrano però dire il contrario. Cosa ne pensa?

Negli ultimi anni i nostri ragazzi sono cambiati, basta vedere il minutaggio che hanno avuto nelle loro società. Proprio questa crescita fa diventare le società più coraggiose e concedono più spazio ai giovani. Piano piano vengono fuori i reali lavori. Se un anno fa c’ erano solo Bernardeschi e Romagnoli, credo che questa lista debba essere notevolmente allungata ed il mercato dimostra quanta attenzione ci sia sui giovani italiani.

Pensa che gli allenatori italiani dovrebbero avere un po’ più di coraggio e buttare più spesso i giovani nella mischia, oppure reputa il loro impiego giusto?

Come ho detto prima le cose sono nettamente migliorate rispetto a prima. I ragazzi stranieri a 17-18 anni sono già pronti, mentre i nostri vanno un po’ più aspettati ma poi diventano più forti. Non dobbiamo avere fretta con loro perché poi ci danno grandi soddisfazioni.

Lei è un uomo di campo. Nel corso della prima partita contro l’Uruguay, l’Italia ha subito un calcio di rigore grazie alla VAR. Cosa pensa di questa novità avendola ,suo malgrado, vissuta sulla sua pelle?

Con la Var non siamo stati molto fortunati, sinceramente. Abbiamo subito un rigore e un’espulsione ingiusta. Nonostante questo sono favorevole a questa nuova tecnologia perché può limitare l’errore umano. Quello che dico io è che bisogna solo trovare una giusta applicazione ed essere chiari di quando viene usata la Var. Con l’Uruguay eravamo già dalla parte opposta e si è tornati indietro di parecchio. Cosi facendo però si rischia che la gente allo stadio non capisca quello che stia succedendo. Durante le partite giovanili non accade nulla, ma non oso immaginare cosa possa succedere durante una partita di campionato molto tirata. L’ importante è che vengano anche educati ed informati i tifosi di come verrà applicata la Var.

Archiviata questa bella avventura conclusasi con questo splendido risultato, quali sono ora i progetti futuri per quanto riguarda le nazionali giovanili?

Tutte le nostre nazionali hanno ottenuto ottimi risultati contribuendo alla crescita dei calciatori. Molti finiranno il biennio Under 21 mentre ad Agosto partirà il biennio 96-97. I 97 che hanno partecipato ai Mondiali hanno dimostrato di poter già essere pronti per l’Under 21 mentre altri come Cerri e Pellegrini possono continuare tranquillamente, magari affacciandosi in prima squadra come ha già fatto Lorenzo. Le prospettive sono ottime e la strada imboccata è sicuramente quella giusta. 

 

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