Europa e Sud America, due continenti quasi agli antipodi geograficamente, sono legati da innumerevoli fili e correlati l’uno all’altro da diversi secoli. Una relazione dapprima conflittuale, tarlata all’origine dal frutto avvelenato del colonialismo, è col tempo progredita sino a divenire un rapporto costante, dialettico e proficuo, che si sviluppa su diversi terreni condivisi tra i due continenti. Il Sud America ha accolto milioni di europei emigrati dalla miseria, dalla depressione e dalla fame in cerca di nuove fortune, di una propria Terra Promessa e di un luogo che potessero chiamare casa a cavallo tra l’ultima metà del XIX e la prima metà del XX secolo. Lo sappiamo bene noi italiani, che con la nostra diaspora abbiamo popolato le remote terre del Brasile, dell’Uruguay e dell’Argentina, dal Pernambuco alla Patagonia, contribuendo all’osmosi culturale verificatasi tra Europa e Sud America, che si è sempre accresciuta mano a mano che aumentavano i paragoni possibili tra le terre lontane. Garibaldi divenne Garibaldi combattendo nel Rio Grande del Sud; Bolivar scoprì la sua vocazione di Libertador meditando dinnanzi alle vestigia della Roma imperiale. Senza Kafka non avremmo avuto Borges; senza Borges non avremmo avuto Saramago. Europa e Sud America hanno guardato numerose volte l’una all’altra dal punto di vista culturale e sociale, e la diffusione planetaria della grande religione civile del calcio mondiale e globalizzato nel corso del XX secolo ha portato a questa relazione speciale e ricca di storia un componente che oramai è essenziale al suo mantenimento.

È infatti nel mondo del calcio che la complementarietà tra Europa e Sud America si può cogliere nel suo massimo grado; le nazionali appartenenti alle federazioni continentali UEFA e CONMEBOL hanno fatte loro tutte le edizioni della Coppa del Mondo disputatesi sino ad ora, e solo in due occasioni hanno permesso a selezioni provenienti da altri continenti la possibilità di arrampicarsi sino alle semifinali (Stati Uniti nel 1930 e Corea del Sud nel 2002). L’apporto dei calciatori sudamericani allo sviluppo del movimento europeo è sempre stato determinante, e per decenni le sfide internazionali tra nazionali europee e selezioni sudamericane riproponevano perennemente il dibattito su quale delle due concezioni del gioco del calcio fosse predominante tra l’interpretazione fantasiosa e passionale dei latinoamericani e la razionale organizzazione tattica privilegiata dalla scuola europea, in tutte le sue varie declinazioni. Le categorie di massima hanno conosciuto nel tempo note e famose sfumature, ma il risultato è stata una progressiva interazione che ha portato indubbi benefici alla celebrazione del calcio come sport di massa predominante su scala planetaria per tutto l’arco del XX secolo e gli albori del XXI. Le squadre di club hanno riproposto a partire dagli anni Sessanta il bipolarismo proponendo la Coppa Intercontinentale che opponeva il vincitore della Copa Libertadores e il conquistatore della Coppa dei Campioni in una doppia sfida trasformatasi poi, per ragioni di sponsorizzazione, in una partita secca giocata sul neutrale socio giapponese e, in seguito, nell’attuale Mondiale per Club che manca assolutamente del fascino antico del vecchio trofeo a causa dell’annacquamento della competitività e della riduzione saliente del livello tecnico. Non si tratta di snobbare la storia lunga, complessa e ricca di eventi degli altri movimenti calcistici continentali, ma di riconoscere l’oggettiva superiorità tecnica del calcio europeo e sudamericano su quello del resto del mondo, dilatatasi continuamente col passare degli anni proprio a causa del flusso continuo di relazioni e dell’influenza reciproca che ha contraddistinto la storia dei contatti delle due scuole calcistiche.

In tal senso, appare ammantata di fascino antico la proposta avanzata pochi giorni fa dal presidente paraguaiano della CONMEBOL Alejandro Dominguez, che ha sfidato ufficialmente l’UEFA proponendo l’organizzazione di una sfida tra il vincitore dell’Europeo e il campione della Copa America, che quest’anno si sono disputati in contemporanea per la prima volta nella storia, in modo tale da ravvivare la competizione e poter dichiarare in maniera più o meno ufficiale quale sia la squadra “più forte del mondo”. Nell’attesa della risposta dell’UEFA e di sapere se effettivamente in futuro una nazionale europea sfiderà il Cile reduce del bis continentale in un match carico di tanto prestigio, è bene analizzare le motivazioni che hanno spinto Rodriguez a lanciare una proposta tanto ardita. Egli mira presumibilmente a concedere alle nazionali sudamericane un terreno di confronto di modo tale da poter dimostrare di essere all’altezza delle controparti europee in una fase storica decisamente favorevole al Vecchio Continente, che ha conquistato gli ultimi tre Mondiali esprimendo cinque finaliste su sei e nove semifinaliste su dodici, e ad espandere le prospettive globali della CONMEBOL, che sta già attuando un significativo allargamento a nord. Ribaltando le tradizionali vie dell’espansionismo storico in suolo americano, infatti, nel mondo del calcio americano è il Sud che mira a fare della parte settentrionale e centrale del continente, dal Canada sino a Panama, il suo “cortile di casa”. L’organizzazione della Copa America Centenario in suolo statunitense è stata sicuramente un importante passo in avanti verso il raggiungimento di questo obiettivo, che potrebbe permettere di integrare col passare del tempo le diverse scuole latinoamericane, fungendo da mezzo propulsivo per lo sviluppo dei movimenti situati a nord del Canale di Panama in maniera simile a quanto successo con quello messicano, che ha tratto tanto giovamento dalla partecipazione della nazionale e dei suoi club alle competizioni CONMEBOL da giungere a egemonizzare le competizioni organizzate dal CONCACAF. Il panamericanismo calcistico rappresenta la naturale via di sviluppo necessaria alla CONMEBOL per ottenere un contrappeso adeguato allo strapotere economico del calcio europeo, che negli ultimi anni si è riflesso in un ampliamento del divario tecnico-agonistico, giunto a livelli intollerabili sul piano delle competizioni per club. La relazione tra il calcio europeo e quello sudamericano è sempre stata complessivamente paritaria, e la possibilità di organizzare una sfida vis-a-vis, un “derby dei due mondi” dal significativo contorno storico e dall’importante rilevanza morale testimonia la volontà della CONMEBOL di non voler rinunciare a questo presupposto di base. Oltre a testimoniare la vivacità e la tenacia del calcio latinoamericano, le parole di Dominguez potrebbero dunque aprire nuove prospettive. Il codominio euro-latinoamericano sul mondo del calcio non potrà che ottenere un’ulteriore, e probabilmente superflua, possibilità di rafforzamento se Nyon, sede dell’UEFA, risponderà affermativamente alla chiamata di Luque, città in cui si trovano gli uffici centrali della CONMEBOL. In attesa della riscossa del Terzo Mondo calcistico, da noi auspicata per far sì che la connotazione del calcio come sport veramente globale e patrimonio comune della società umana possa trovare definitiva consacrazione, è naturale che sia così; ancora più che risposta versione “Amarcord” ai nostalgici della vecchia Coppa Intercontinentale, l’organizzazione del “derby dei due mondi” fungerebbe infatti da veicolo per un messaggio chiaro ed esplicito: Europa e Sudamerica sono la Storia del calcio e, cosa ancora più importante, sono decisamente consce di rappresentarla.

Nelle ultime ore è arrivato l’ok da parte della UEFA e, quindi, la partita avrà luogo salvo complicazioni. Bisognerà decidere il luogo e la data per poter organizzare il match.

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