Gli attentati che hanno sconvolto la Francia nei giorni scorsi e la psicosi di paura e risentimento che ha inondato l’opinione pubblica attraverso tutti i canali di comunicazione ci deve far riflettere sul ruolo che il calcio e il suo seguito devono avere in questa situazione. Anche in questo caso, come in passato, il calcio ha fatto da sfondo a tragedie che sono manifesto incancellabile della fragilità umana. Sono freschissime le immagini dello sgomento e del panico fuori allo Stade de France in occasione dell’amichevole tra la Francia e la Germania, così come rimane indelebile nelle nostre menti e anime la marcia ordinata e unita degli spettatori sotto il tunnel al momento dell’uscita. Quella marsigliese urlata in silenzio, con rispetto e fierezza. Come un esercito che raccoglie i cocci della propria esistenza, appoggiandosi l’uno sull’altro, cercando quel calore, quell’odore che ti riporta a casa, anche quando casa è sinonimo di terrore ed espropriazione. Espropriazione dei bisogni più semplici, meno profondi, come andare a mangiare al ristorante, vedere un concerto o guardare una partita di calcio allo stadio. Espropriazione di una quotidianità stuprata da un nemico che non appartiene a noi comuni mortali, da un movimento alimentato dalla vendetta per azioni che a noi non ci riguardano. Colpire l’indifeso per dare un segnale a chi sa difendersi ed attaccare. Violentare la libertà nei momenti di una vita qualunque, seguendo il paradigma assurdo ed insano secondo il quale togliere le certezze alla moltitudine fa molto più rumore che distruggere i capisaldi dei singoli.  L’hanno fatto loro. L’abbiamo fatto noi. E allora il male serpeggia e compare come un fantasma tra gli scaffali dei supermercati, nelle metropolitane, dentro le aule dell’università. Deliri, falsi allarmi e facili allarmismi. Questo è quello che vogliono. Questo è quello che abbiamo costruito. Siamo in guerra. Questo non è terrorismo. Questa è una risposta. Inorridisce noi. Fomenta loro. E viceversa.

Venerdì, a Parigi, mentre i due kamikaze si facevano esplodere fuori dallo stadio, il calcio non si è fermato. I giocatori non si sono accorti di nulla. Così come le televisioni presenti e gli spettatori. Qualcuno aveva intuito, ma senza avere la certezza. Anche perché una cosa del genere ti lascia incosciente anche se la vedi davanti ai tuoi occhi, che provi a strizzare nel tentativo di mettere a fuoco qualcosa che non vorresti conoscere ma di cui hai piena consapevolezza. Non ci vuoi credere e non ti vuoi arrendere a farlo.

Quella sera di venerdì, il popolo francese ha ricominciato ad avere paura. E con lui tutta l’Europa. Il Mondo. Dopo Charlie Hebdo, i Parigini pensavano di aver “già dato”, di aver già pagato abbastanza lo scotto di rappresentare una Nazione presente ed attiva militarmente sui territori di guerra del Medio Oriente. Ma così non è stato. La Francia ha ricominciato a sanguinare. La gente a tremare.

La partita doveva essere sospesa? Chissà. Sarebbe cambiato qualcosa? Non credo. L’opinione al riguardo è spaccata: c’è chi cavalca lo solita e melensa critica verso il calcio e i suoi dogmi economici e approfittatori. C’è chi, invece, invoca l’interruzione dei campionati perché in un momento come questo sembrerebbe inadatto e irrispettoso fare finta di niente ed esultare come se il mondo si fosse fermato ad una settimana fa. Ma il mondo non si ferma e, banalmente, la vita continua. Così come deve essere. E allora sorgono interrogativi su quanto sia indicato far partire gli Europei del 2016 proprio in Francia. Per molti un ulteriore assist alle dormienti, ma neanche troppo, cellule insidiate nel territorio. D’altronde, non è difficile pensare che se ci sono riusciti questa volta, figuriamoci nell’arco di una manifestazione della durata di un mese su tutta l’area transalpina con un’affluenza di pubblico di migliaia e migliaia di persone. E’ un pensiero lecito e quanto mai condivisibile dalla moltitudine.

Ma non ci dobbiamo fare ingannare. Quello che è successo il 13 novembre non è l’inizio di una guerra. Noi in guerra contro il terrorismo (e attenti anche a chiamarlo così) ci siamo da molto, moltissimo tempo. Questo è solo l’ennesimo episodio tragico su uno scacchiere che vede vittime e carnefici su ambo i lati. Dove le vittime siamo noi, loro, il popolo. E i carnefici sono i potenti, i politici, i capi che ci vogliono e li vogliono rappresentare in un modo che non ci rappresenta. E parlano per noi. E uccidono per noi.

Ebbene, allora gli Europei di calcio in Francia nel 2016 devono essere giocati. E lo spettacolo deve continuare. Non per i soldi, che tanto continueranno a girare. Non per non darla vinta a coloro che combattono la guerra con la strategia del terrore. Bisogna continuare a giocare. E a vivere. Perché per noi gente normale, così lontani dalla verità, l’unico mezzo che abbiamo per far sentire la nostra voce è quello di vivere e partecipare alla vita insieme agli altri. Dobbiamo mostrare e dimostrare che ci siamo e ci saremo. Che la nostra voglia di ricominciare vola alta sulla falsità che ci stanno raccontando. Cordogli conditi da lacrime di coccodrillo di quelli che si meravigliano di ciò che sta succedendo. Riprendersi la propria libertà di essere superficiali. Di non dover pensare che un’uscita in compagnia possa essere sinonimo di morte. Giocare a calcio per non piegare la testa e vivere nella serenità di non aver fatto un torto a nessuno, se non quello di essere accomunato con qualcuno che ci rappresenta solo nei fatti ma non nelle intenzioni.

E il calcio continuerà ad essere una macchina di soldi. Ma a noi non interesserà. Faremo un gioco al contrario, agiremo per assurdo, come altri sono abituati a fare per il loro tornaconto: useremo il motivo economico per veicolare un messaggio di speranza e di pace, tolleranza e integrazione. Uniti e forti di fronte alla guerra. Saremo lì a migliaia a far vedere che un nuovo inizio è possibile. Un posto dove l’ingerenza dei potenti non avrà nessuna forza. Un luogo dove vedere una partita di pallone e tornare a casa sani e salvi è cosa normale e naturale.

Negli ultimi anni ci hanno raccontato di un calcio capace solo a dividere, ad odiare e a disprezzare. E le soluzioni che hanno proposto, altro non hanno fatto che dividere, odiare e disprezzare.

Questa è la nostra occasione: a giugno, proprio in Francia, la patria della rivoluzione, sfregiata dai fatti del 13 novembre, la gente avrà la possibilità di dimostrare quanto il calcio va ben oltre le squallide definizioni di chi lo sport non l’ha neanche mai assaggiato. Gli Europei 2016 possono e devono essere la testimonianza che la vita continua e può migliorare. Che le vittime di venerdì non ci stanno dicendo di scappare e nasconderci, ma di vivere senza paura, a testa alta e con la coscienza pulita. Perché quella non ce la possono insanguinare. Perché un altro mondo è possibile. Un mondo che tornerà a rotolare nel verso giusto. Come un pallone.

Vive le Monde.

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