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EURO 2016: Well done, Ulster! La vittoria di un’intera nazione

Lorenzo De Vidovich

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Anzitutto, devo scusarmi. Chiedo scusa al c.t. Michael O’Neill, a Conor Washington che fino a pochi anni fa era un postino, al portiere Michael McGovern, all’ex Palermo Kyle Lafferty che contribuì all’immediato ritorno dei rosanero in A, ai cannonieri Niall McGinn e Gareth McAuley, e a tutti i tifosi nord-irlandesi che per la prima volta vedono la loro nazionale ad una competizione internazionale (eccetto coloro che hanno visto le spedizioni mondiali del 1982 e 1986 e, per i più anziani, del 1958). Poche ore prima dell’inizio del secondo match dell’Irlanda del Nord nella sua storia agli Europei, mi ero sbilanciato chiacchierando con una collega: «sono in assoluto la squadra più scarsa di questo Europeo». Nemmeno un tiro in porta contro la Polonia più forte degli ultimi anni mi aveva fatto pensare ad una squadra troppo inferiore al livello di questo europeo francese, soprattutto dopo aver visto le prove delle altre esordienti: il coraggio dell’Islanda, il cuore dell’Albania, la voglia di farsi notare del Galles. C’è anche l’Irlanda del Nord, o Ulster, che scrive una bella storia in verde ottenendo i suoi primi tre punti contro un’Ucraina purgata ed eliminata dopo il buon 2-0 con cui aveva messo alle corde, pur uscendo comunque sconfitta, una Germania non proprio esaltante come quella del mondiale brasiliano. Ora la gara che sulla carta pare proibitiva contro la truppa di Löw, spetterà all’Irlanda del Nord, che la affronta però con una vittoria sulle spalle, che sicuramente darà il morale giusto per superare il timore reverenziale.

Devo scusarmi con l’Irlanda del Nord perché la vittoria contro l’Ucraina è meritata, dal primo all’ultimo metro di campo, dalla prima all’ultima verticalizzazione che ha trasformato una squadra che contro la Polonia non riusciva ad andare in porta. E invece, il postino che giocava nel gradino più basso della Non-League britannica (oggi al QPR) e Craig Catchart, del Watford che sarà di Mazzarri, si prendono gradualmente sulle spalle la Nord Irlanda che tiene il campo e non sfigura, con una squadra che schiera 5/11 di giocatori di Serie B (inglese). Poi il secondo tempo, punizione in area, il difensore del West Bromwich Albion, Gareth McAuley vola e insacca di testa il suo ottavo gol con la maglia dell’Ulster e il primo in un Europeo per la sua nazionale ed una nazione intera, che raddoppierà sul finale di tempo con un altro “Mc”, stavolta è McGinn, su respinta del portiere.

La Green & White Army festeggia una vittoria storica perché è forse quella che dà più unione ad un Paese tormentato, conteso ed enigmatico che, sebbene non sia lo sport in cui primeggia, con il calcio e con questa nazionale sta trovando una nuova forma d’unione ed unità. Una Nazionale lacerata dal diverbio che ha sempre alimentato le contee del paese, dal settarismo e dal confronto acceso tra unionisti ed indipendentisti, trovando più spesso il supporto nei primi, con i secondi più sbilanciati verso la Repubblica dell’Eire. Se il rugby, ad esempio, cerca di tenere sotto un’unica nazionale tutta l’Isola di smeraldo, nel calcio questo non accade. Un conto è l’Irlanda, ovvero l’Eire, nel girone con l’Italia, un altro contro è l’Ulster, e l’Ulster Banner, bandiera non ufficiale dell’Irlanda del Nord che sventola quando la nazionale di calcio scende in campo, da sempre connotata come il simbolo degli unionisti. In un paese che ha sfiorato la guerra civile tra gli anni Settanta ed Ottanta, trascinata da un periodo di tensioni durato sino all’Accordo del Venerdì Santo (Belfast, 10 Aprile 1998), l’ipotetico successo della nazionale a questi Europei con lo storico passaggio del turno, rappresenterebbe una ventata patriottica significativa. Prima c’è una Germania da affrontare, con cautela, ma per quel popolo che parla un inglese palesemente maccheronico e variopinto rispetto al british english, la seconda gara di Francia 2016 è già un motivo d’orgoglio, indipendentemente dal fatto che stavolta l’Ucraina fosse, bisogna ammetterlo, lontana parente della buona squadra del match d’esordio. La vittoria è arrivata sotto una pioggia battente che si è anche trasformata in grandine, tipico delle perturbazioni che da qualche settimana si agitano al di sotto dell’arco alpino. Una condizione climatica che l’Irlanda del Nord, per fare una battuta, conosce bene. Per giustizia divina, un meteo britannico avrà influito sulla vittoria? Il grande cuore e la voglia di vincere dopo un esordio faticoso, hanno fatto il resto. Scusami, Irlanda del Nord, non sei assolutamente la nazionale più scarsa di questo Europeo, anche nel caso dovessi essere eliminata.

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Calcio

My Way, analogie tra Frank Sinatra e i tifosi (come lui) del Genoa

Jacopo DAntuono

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Il 14 Maggio 1998 moriva Frank Sinatra, The Voice. Di origini italiane, lo ricordiamo con una passione inaspettata, quella per i colori del Genoa.

But more, much more than this i did it my way. Parole di Frank Sinatra. Il simbolo della musica, quella con la M maiuscola. Seppellito a Los Angeles il 14 maggio 1998 con la sua cravatta del Genoa. Un gesto d’amore nei confronti del club più antico di Italia e della mamma, nata a Lumarzo.

Mentre scrivo ascolto su YouTube i suoi capolavori e penso al suo amore per il grifone. Un’altra stella per il Genoa, oltre a quella di Faber. Due personaggi non da poco. La sua musica anestetizza la sconfitta del derby contro la Sampdoria. E in un certo senso in quelle note musicali così sentite e appassionate  sento un po’ di amore per il vecchio balordo, come amava definirlo la geniale penna di Brera. E tante analogie.

Frank Sinatra ha scritto la storia della musica, del cinema e della tv così come il Genoa ha scritto la storia del football in Italia.  Una squadra di calcio ultracentenaria, che in un lontano passato ha fatto la scorpacciata di titoli prestigiosi e oggi vince soprattutto sugli spalti. Almeno Ventimila cuori animano il Ferraris domenica dopo domenica, una passione che non viene a meno. In casa e in trasferta. Una passione che si rinsalda paradossalmente nelle sconfitte più dolorose. Lo sanno bene i tifosi del Genoa, dai più piccini a quelli coi capelli bianchi.

Ma in un mondo spesso troppo opaco, l’amore incondizionato per la propria squadra del cuore è la scintilla delle emozioni. E’ la scintilla che racconta una storia ricca di tragedie sportive e di grandi vittorie. La stessa scintilla che ha permesso a Frank Sinatra di sfornare degli autentici capolavori in ambito musicale. “Frank Sinatra era di fede genoana. Lo incontrai nel 1978 e mi disse: ‘I have only two faiths: Genova and Genoaha riferito tempo fa Giorgio Calabrese, celebre autore dei testi musicali per Mina. Il simbolo della musica, i tifosi della prima squadra di Italia uniti dalla stessa passione. Analogie non da poco. Che andrebbero celebrate, di tanto in tanto, sotto questa lanterna che vive di passioni sette giorni su sette, tutto l’anno.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire…e giocare

Emanuele Catone

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Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca


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Pugilato

East Coast Boxing Club: tra preghiere e guantoni, una speranza per l’Uganda

MariaJose Silva Vargas

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Articolo originale pubblicato sul sito http://cargocollective.com/MarijoSilvaPhotography

Pagina Facebook: East Coast Boxing Club

Entrando dal cancello non appena installato, nuovo di zecca, la piccola discesa di sassi e polvere scende non troppo dolce verso la casa di Hassan Khalil, il coach, “baaba” (padre in Luganda) nello slum di Naguru, nord-ovest di Kampala, capitale dell’Uganda. Attaccata alla casa, modesta, sorge la palestra, vecchia, modesta anch’essa, ma carica e piena di energia.

Hassan Khalil, “baaba”

Senti la corda sempre più veloce che falcia il vecchio parquet, con il legno che salta assieme all’atleta. Nassir fra i campioni ai National Open di Boxe (preludio alle Olimpiadi) salta sempre più veloce davanti allo specchio rotto che copre la parete nord della palestra.

Allenamento di Nassir

Il sudore lascia un tracciato brillante sui muscoli ben fatti e definiti di Mohammed, che allena i“bazungu” (i bianchi) pazzi per questo sport. Nel frattempo Miro, nipote di Hussein, gemello di Hassan, schianta veloci i suoi pugni contro uno dei sacchi consumati, che pendono dalla trave fissata con viti arrugginite vicino l’entrata alla palestra.

Miro

E Hakim, nel frattempo insegna i movimenti di base a tanti stranieri di Kampala, innamorati della boxe, della libertà e flessibilità dell’allenamento; qui regolarmente ogni settimana si allenano 40 non Ugandesi.

Uno dei ragazzi stranieri in un combattimento

Albert e Charles fanno sparring con altri ragazzi dello slum, mentre Farouk e Timo si alternano con Shadir, che schiva e colpisce velocissimo mentre si prepara alla prossima gara. Kassim, in fondo alla sala, con le sue braccia esili ma incredibilmente resistenti e ferme, tiene alti i pao mentre una ragazza canadese e una ugandese si alternano fra jeb e diretti.

Pugni al sacco

Da quattordici anni, la palestra serve come punto di riferimento per lo slum di Naguru, dove Hassan allena giovani e adulti, dove il più piccolo ha 7 anni e il più anziano va per i 60. Hassan stesso ha quasi 60 anni e più di 170 incontri alle spalle: “Non ho mai avuto paura in un incontro – se anche mi dicono di affrontare il campione del mondo, io mi butto, senza paura.

Giovani combattenti

Sulle panche di legno traballanti su cui gli atleti riposano tra un round e un altro, sotto lo sguardo sognante e attento del poster di un Muhammad Ali giovane, la mente del coach va indietro nel tempo e ripensa a quanto fosse pericoloso andare in giro la sera per le vie del quartiere.

Atleti in riposo

La “East Coast Naguru Boxing Club” è oggi più che un’istituzione nello slum (prova a chiedere informazioni a Naguru: “dove si trova la East Coast Boxing?” – te la indicano subito: proprio davanti la moschea”). E’ un punto fermo e una speranza. Hassan pensa ai miglioramenti che può apportare finalmente: servono 4 milioni di scellini Ugandesi (equivalenti approssimativamente a poco più di 1000 euro) per ingrandire la palestra, costruire una nuova entrata e avere uno spazio più ampio per il ring, dove ogni due mesi si organizzano incontri dilettantistici, che vogliono creare passione fra i ragazzi e le ragazze dello slum e raccogliere anche fondi per le attività della palestra.

Appassionati all’incontro

East Coast vs Police

Hassan guarda ai suoi atleti come ai suoi figli. Tra un allenamento e un altro, insegna ai più piccoli (e soprattutto ai ragazzi più grandi) su come ci si comporta, a convogliare le proprie energie nei guantoni anziché nelle violenze di strada e soprattutto insegna un lavoro a chi ha finito di studiare (o che non può studiare).

                                                                                                    Sparring

Infatti Hassan ha iniziato da qualche anno a coinvolgere professionisti in vari settori (come ad esempio falegnameria) e ha aggiunto alla palestra anche una sorta di istituto professionale, dove i giovani possono apprendere un mestiere. L’unico ostacolo è trovare maestri a sufficienza che possano supportare il progetto di Hassan. Ma “baaba” è un vulcano di iniziative: molte scuole di boxe professionistiche pescano tra i suoi atleti migliori ma Hassan non vuole limitarsi a essere una scuola di base e vuole le sue medaglie – ecco che nasce l’idea di costruire una palestra-scuola in cui poter crescere come piccoli professionisti e Hassan si avvia alla costruzione di una nuova palestra in zona Namboole, vicino allo stadio della nazionale di calcio.

Piccolo allievo

Tra preghiere e guantoni, la vita di Hassan gira proprio attorno a Naguru: quando chiedi “Ma perché fai tutto questo, coach?”, Hassan non esita un secondo: Qui c’è troppa povertà. Ho sempre vissuto qui, dove anche mio padre s’impegnava a dare speranza ai bambini dello slum. Per tutti era “baaba”, ma adesso “baaba” sono io, ho un dovere verso questi ragazzi. E i ragazzi rispondono pieni di sogni. Miro, Charles e Farouk (che hanno tutti meno di 23 anni) guardano al futuro e sognano di diventare professionisti fra una decina di anni.

Farouk

Albert, fra gli atleti più grandi (28 anni) scalpita e non vede l’ora di salire di categoria. Hakim, uno dei ragazzi più giovani fra coloro che allenano tutti i giorni, sogna di tornare a studiare. Tutti però sono d’accordo su una cosa: “Le lezioni di questi maestri sono preziosissime. La libertà e l’amore per lo sport che questa palestra esprime sono inestimabili”.

Pain is temporary, pride is forever

E tutti conoscono almeno una persona che è riuscita a uscire dal degrado e dalla delinquenza grazie agli insegnamenti dei fratelli Khalil. E c’è anche chi con la palestra ha riguadagnato fiducia nella vita dopo una tragedia: la storia di Bashir Ramathan, il boxer cieco, è anche finita sul New York Times qualche anno fa.

Charles

Preghiere e guantoni: Hassan, al mattino, chiama i fedeli alla preghiera dalla moschea di fronte casa sua, poi chiama tutti in palestra, a insegnare come si combatte fra sassi e polvere.

I gemelli Khalil

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