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Storie dell'altro mondo

EURO 2016: Islanda, Ungheria e l’arte della resilienza

Lorenzo De Vidovich

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Uscire dal declino, rinascere, reagire e ripristinarsi ripartendo gradualmente, con determinazione. Il termine resilienza deriva dalle scienze dei materiali, dove indica la proprietà di alcuni materiali di conservare la propria struttura o riacquisire la forma originaria dopo una deformazione. Con questa etimologia, nel linguaggio delle scienze sociali connota la capacità delle persone di far fronte ad un evento traumatico o ad una avversità, riorganizzandosi e reagendo alle difficoltà. Oggi può essere resiliente una città, una popolazione, un piccolo gruppo di persone o una nazione intera. Islanda e Ungheria, negli ultimi anni, sono due nazioni che hanno sperimentato fenomeni di questo tipo. I nordici in maniera quasi olistica, rigenerandosi dopo una crisi di governo senza precedenti, con importanti riscontri anche sul piano sportivo, l’Ungheria, forza del calcio europeo sino agli anni Cinquanta, si sta ricostituendo calcisticamente dopo un brutto (ma brusco) declino. Il passaggio agli ottavi di finale da parte delle due nazionali, poco accreditate per il superamento del turno, è un racconto di vera e propria resilienza.

ISLANDA – Dal 2008 al 2011 una crisi finanziaria ha portato al patatrac, generando la più grande crisi economica e di governo nella storia della nazione, coinvolgendo le tre banche nazionali e determinando il crollo del governo, incapace di risanare un debito enorme per un’isola di sole 320.000 anime. Fu un prestito dietro l’altro, da Scandinavia, Olanda, Inghilterra, Germania. Da settembre a ottobre 2008 nel debito pubblico islandese si crea una voragine, il rating che prima oscillava tra A e A- passa a BBB-, per quasi tutte le agenzie. La disoccupazione triplicò e nel paese regnò il caos per diverso tempo. La crisi terminerà solo nel 2011, con una rinascita veicolata da una ristrutturazione bancaria e da un piano salvataggio, ma fortemente sospinta dall’impeto popolare, che ha saputo unirsi (le dimensioni lo permettevano) per cacciare il governo, rifondare la Costituzione e ristabilire economia e Paese. In tutto questo, c’è stata anche una vera e propria rinascita dello sport, uscendo dall’anonimato del calcio, scoprendo che oltre alla pallamano e al glima c’è di più. E’ stato un percorso graduale, lento (ma non troppo), che ha portato al miracolo della prima qualificazione alla fase finale di una competizione internazionale: ne avevamo già palato con l’articolo di Mattia Zucchiatti. Ora, alla prima partecipazione, l’Islanda è agli ottavi di finale. I ragazzi di Lars Lagerbäck sono approdati agli Europei dopo il pareggio col Kazakistan al termine di un brillante girone di qualificazione. Il gruppo con Portogallo, Austria e Ungheria non era così proibitivo, ma il passaggio del turno è arrivato con un gioco niente male, che legittima la grande crescita dell’universo calcio in quella piccola isola vulcanica. Dalla resilienza post-crisi finanziaria, l’Islanda ha cominciato a insistere sul calcio, e sullo sport in generale, aumentando considerevolmente tutte le strutture sportive, sia indoor che outdoor. Oggi le piscine (con tanto di codice igienico molto rigido che prevede la doccia da denudati) sono numerosissime e i campi di calcio si trovano ovunque, anche nell’ostica zona dei fiordi dell’est, dove il KKF gioca all’ombra dell’Holmatindur, montagna che fa da cornice al centro sportivo, raccontava Zucchiatti nel nostro articolo di quasi due mesi fa. La resilienza islandese ha però radici che nascono nelle questioni sociali di un paese che, come buona parte del Nord del Mondo (non solo d’Europa) deve costantemente fronteggiarsi con i problemi dell’alcoolismo e del tabagismo che pervadono tra i giovani, obbligati ad uno svago che sia imponente durante gli inverni gelidi e bui. Per sottrarre i giovani dalla dipendenza da bottiglia e da fumo, l’Islanda decise ad inizio anni Duemila di investire nello sport. Un percorso che non si è arrestato con la grave crisi politico-economica, trovando i frutti in una qualificazione agevole, che ha spronato la Nazione intera. In Francia, l’Islanda ha raccolto due punti con due 1-1, col Portogallo nella gara d’esordio, e con l’Ungheria, poi la vittoria contro l’Austria, arrivata all’ultimo respiro, con un contropiede d’altri tempi, ma al termine di un girone giocato comunque bene quanto le qualificazioni. Poco importa se nel 2-1 c’è forse anche lo zampino del portiere austriaco Almer, che nell’opporsi accompagna in rete il pallone, colpito in scivolata dal classe 1993 Traustason, che dall’anno prossimo giocherà, guarda caso, al Rapid Vienna. La resilienza islandese si corona con gli ottavi di finale, per una gioia di un paese che per 1/3 della sua popolazione, si è trasferito momentaneamente in Francia, esplodendo in una gioia rappresentativa nella figura del suo cronista, che ha già fatto il giro del web (postato anche da noi di Io Gioco Pulito). L’eccessiva enfasi dopo il 2-1 è però costata il licenziamento al cronista islandese.

 

UNGHERIA – Diverso è invece il discorso per quanto riguarda l’Ungheria, paese reazionario dal punto di vista politico, tra i primi protagonisti dell’ondata euroscettica di destra, e con una (precaria?) stabilità dal punto di vista economico, come buona parte di tutto l’est Europa tra blocco sovietico e area balcanica. La nazionale magiara ha una grande, lunga tradizione, che solo ora si sta piano piano ricostruendo, anche se non è facile tornare agli antichi fasti di Ferenc Puskàs e dei due decenni d’oro tra gli anni Trenta (finalista mondiale nel 1938, k.o. contro l’Italia) e i gloriosi anni Cinquanta, con un’altra finale a Svizzera 1954 persa contro la Germania Ovest, nel mondiale del Miracolo di Berna. Dal 1945 al 1956 Puskàs è la stella di una Nazionale tra le più forti al mondo, oltre che Colonnello nell’esercito, e nel 2002 il Nepstadion di Budapest ha preso il suo nome. Il giorno 25 novembre 1953 l’Ungheria che ormai traina da tempo entra dritta nella storia con una vittoria incredibile a Wembley, contro l’Inghilterra. La nazionale è allenata da Gusztàv Sebes, scrupoloso stratega e sperimentatore del modulo MM, con la posizione – inedita per gli anni ’50 – del centravanti arretrato. Stanley Rous, presidente della federazione britannica, organizza un amichevole con la corazzata ungherese, che fa terra bruciata: finisce con uno storico 6-3 per l’Ungheria, il cui prestigio balza in testa alle cronache e consacra una nuova squadra, l’Aranycsapat, cioè “Squadra d’oro”, termine con cui viene apostrofata la più forte Ungheria di sempre, che l’anno dopo otterrà la seconda finale mondiale (dove si distinguerà un altro fuoriclasse, Sandro Kocsis), che verrà però persa, sancendo la fine della squadra d’oro ed inizia un lentissimo declino. Sebes, da abile coach diventa l’anello debole della squadra, non più brillante, e nel 1956 lo scoppiò della rivoluzione ungherese cambia completamente l’assetto calcistico della Nazione: molti giocatori della Honved Budapest, storica filiera di talenti, scappano scegliendo l’esilio dall’Ungheria, tra questi c’è anche Puskas. Il periodo post-rivoluzione porta la firma di Lajos Baròti in panchina, negli anni Sessanta la squadra non è più la stessa ma partecipa comunque ai mondiali, mentre dagli anni Settanta-Ottanta, concomitanti con il crollo del socialismo, il declino prende concretamente forma: eliminazioni al primo turno nelle edizioni di Mondiali ’78, ’82 e ’86, da qui, il ritorno ad una competizione europea viene atteso trent’anni: è l’Europeo 2016. Gli anni Novanta sono un susseguirsi dietro l’altro di avvicendamenti in panchina (addirittura otto!), e nel 1993 ci prova anche l’idolo Puskas a far risalire la china, ma non c’è verso, l’unica cosa degna di nota nell’Ungheria sino al 2010, sono i pantaloni della tuta di Gabor Kiraly. La rinascita parte dagli anni Duemiladieci: Euro 2012 viene sfiorato, ed è un risultato incoraggiante, il terzo posto nel girone di qualificazione non basterà, nemmeno per il mondiale brasiliano del 2014, ma l’idea è che si sia invertita la rotta del declino e che si possa guardare al futuro con qualche talento in più. L’esonero di Attila Pinter poco dopo l’inizio delle qualificazioni per Euro 2016, è forse la svolta: dopo il traghettamento di Pal Dardai arriva Bernd Storck, e in un girone abbordabile, ricordato anche per il flop della Grecia di Ranieri, ottiene il pass per gli europei francesi. Lo spareggio con la Norvegia è l’ultimo tassello del processo di resilienza che porta l’Ungheria ad Euro 2016, il resto è storia recente, ed ora ci sono gli ottavi di finale per un gruppo ferreo, che ha messo alle corde il Portogallo e dove si sta distinguendo un giocatore fra tutti: Balàsz Dzsudzsak, una freccia magiara come l’ha descritta Raffaele Campo in questo articolo per Pennadireve.com. Ma il ritorno dell’Ungheria, è la vittoria di un gruppo che ha capito che il vento è cambiato, e dopo trent’anni, è tempo di tornare nel calcio europeo, di cogliere i frutti di un lavoro resiliente, per una nazionale che era finita nell’archivio delle seconde linee europee e che con la particolare formula di Euro 2016, ha saputo invece far parlare di sé, non succedeva da trent’anni.

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Calcio

Bruno Neri, il calciatore partigiano simbolo della disobbedienza al Regime Fascista

Simone Nastasi

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Per la Festa della Liberazione, vi raccontiamo la storia di un giocatore simbolo della Resistenza al Regime Nazifascista, Bruno Neri, il calciatore partigiano.

Anche l’Italia ha avuto il suo Carlos Caszely. Il calciatore ribelle che non ha voluto accettare il corso della storia. Che non si è piegato al cambio di potere in atto all’interno del suo Paese, il Cile: fuori la democrazia e dentro la dittatura militare. Che ha sbagliato un calcio di rigore importante o si è fatto espellere in una partita dei Mondiali e soltanto, a quanto pare, per fare uno screzio al tiranno. Beccandosi perciò gli strali del generale Augusto Pinochet.

Molti anni prima di Carlos Caszely c’è stato chi ha voluto anticipare le sue gesta. Ribellandosi al potere governante e diventando un “eroe” popolare, ma non per quanto fatto vedere sul campo, ma fuori. E’ successo in Italia. Ai tempi del fascismo. Quando Bruno Neri vestiva la maglia della Fiorentina. Ancora oggi, lo ricordano come il “calciatore partigiano”. Per via di quella sua militanza antifascista che lo portò, una volta scoppiata la guerra, a decidere di imbracciare perfino le armi.

Ma il gesto che entrerà per sempre negli almanacchi della storia del calcio, accadrà in un giorno del 1931. Quando a Firenze si deve inaugurare il nuovo stadio progettato dall’architetto Pier Luigi Nervi. Un impianto voluto direttamente dal Duce, che infatti sarà progettato a forma di lettera “D”.  Si sarebbe chiamato “Giovanni Berta”, in onore del celebre squadrista fiorentino. Per poi negli anni successivi, diventare dapprima lo “Stadio Comunale” e poi successivamente (come si chiama oggi) “Artemio Franchi”.

La partita inaugurale è prevista il 13 settembre del 1931. Quel giorno è infatti in programma la sfida tra la squadra di casa la Fiorentina e la compagine austriaca dell’Admira Vienna. Sugli spalti gli spettatori presenti sono 12 mila. Lo stadio può contenerne molti di più ma i lavori non sono ancora stati terminati. Prima del fischio di inizio è previsto (come di norma) il saluto alle autorità presenti in tribuna. Per l’occasione, quel giorno, allo stadio “Berta” ci sono anche il podestà fiorentino Della Gherardesca e altri gerarchi fascisti . Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro per omaggiare i rappresentanti del regime. Tutti meno che uno. Lui, Bruno Neri il quale sarà l’unico di quella formazione a non rivolgere verso le autorità il consueto “saluto romano” (come fece, allo stesso modo, Matthias Sindelar in occasione di Germania-Austria). Nonostante sia ancora un calciatore,  Bruno Neri è già un convinto antifascista. Il quale, molti anni più tardi, dopo l’armistizio di Cassibile nel 1943, deciderà di arruolarsi nella Resistenza partigiana. Assumendo il ruolo di comandante del Battaglione Ravenna, con il nome di battaglia “Berni”.

La guerra, tuttavia, non gli impedisce di continuare a giocare a pallone. Con la maglia del Faenza, nel 1944, partecipa infatti al campionato Alta Italia. Sarà quello, l’ultimo campionato della sua vita. Morirà infatti, il 10 luglio del 1944 dopo uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi avvenuto ad Eremo di Gamogna, sulle montagne dell’Appenino tosco-Romagnolo. Da quel giorno, Bruno Neri detto “Berni” diventerà per tutti il calciatore partigiano.

 

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Calcio

Johan Cruijff, la dittatura argentina e il rifiuto ai Mondiali del ’78

Maria Scopece

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Avrebbe compiuto oggi 71 anni Johan Cruijff, il Profeta del Goal, massimo interprete del calcio totale olandese. Nella sua infinita carriera, ci fu un episodio che ancora oggi è avvolto nel mistero: il suo rifiuto a partecipare ai Mondiali del 1978 in Argentina. C’è chi parlò di boicottaggio, ma la verità sembra essere un’altra.

Il 24 marzo di 42 anni fa si insediava in Argentina uno dei regimi più sanguinari della storia del Sud America. Un colpo di stato guidato dal tenente generale Jorge Rafael Videla spodestò Isabel Peròn e instaurò una dittatura militare che produsse qualcosa come 30mila desaparecidos, una triste pagina sulla quale, ancora oggi, non è stata fatta piena luce.

La dittatura di Videla (conosciuto anche come “Hitler della Pampa”) durò dal 1976 al 1981, cinque anni sanguinari che videro però anche un momento di gloria. Fu il 1978 quando l’Argentina si trovò ad ospitare i mondiali di calcio e a vincerli in una storica finale contro l’Olanda. Gli Orange, dati da tutti per favoriti, erano a caccia della definitiva consacrazione perché, nonostante il bel gioco, non avevano ancora alzato alcun trofeo. Non l’alzarono nemmeno quella notte perché l’Argentina s’impose ai tempi supplementari per 3 reti ad uno. Per molti, tra commentatori e tifosi, la responsabilità di quella sconfitta e della mancata consacrazione di una generazione di calciatori, che non arriverà nemmeno successivamente, fu di Johan Cruijff che decise di non partecipare ai campionati mondiali.

Molte furono le ipotesi in merito a questo “gran rifiuto”. C’era chi parlava di questioni economiche e contrasti tra sponsor, chi delle pressioni della moglie Danny Coster e  chi, ricordando il suo “no” nel 1973 al Real Madrid, allora ritenuta la squadra del dittatore Francisco Franco, e il suo approdo sull’indipendentista sponda blaugrana a questioni di natura politica.

A dirimere la faccenda ci ha pensato lo stesso Cruijff, 30 anni dopo. In un’intervista a Radio Catalunya nel 2008 il campione orange rivelò che a farlo desistere fu un tentativo di rapimento, non andato a buon fine, a danno della sua famiglia. “Non andai in Olanda perché qualche mese prima subii un tentativo di rapimento che cambiò per sempre la visione della mia vita, e con essa quella del calcio.” – racconta Cruijff  – “Qualcuno entrò nella nostra casa e puntò un fucile in testa a me e mia moglie, davanti ai nostri figli nel nostro appartamento a Barcellona“. Dal racconto di Cruijff il rapimento si concluse in un nulla di fatto perché lui riuscì a liberarsi e i ladri – rapitori si diedero alla fuga. Se l’epilogo del crimine è fumoso, con molta chiarezza il campione orange ha raccontato che in seguito la sua vita cambiò in maniera radicale, i suoi figli furono sempre scortati dalla polizia e lui stesso si faceva accompagnare sempre da guardie del corpo anche agli allenamenti. Qualche anno dopo Cruijff lasciò l’Europa e concluse la carriera da calciatore negli Usa.

Inevitabilmente dopo le sue rivelazioni si fecero molte ipotesi sulle identità dei banditi. Senza lasciare la traccia politica si pensò a balordi mandati da Videla in persona o a franchisti dell’ultima ora. La faccenda non fu mai chiarita.

Cruijff, con tutte le sue complessità e contraddizioni, ha scritto per sempre il suo nome accanto a quelli di una generazione splendida, per certi versi perdente, ma forse per questo eroica.

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Basket

Tim Duncan: Il suono del silenzio

Born in the post

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Nel Gennaio 2016 “The Sound of Silence “, canzone dal grandioso potere evocativo che ha fatto la storia della musica, ha compiuto i 50 anni dall’uscita nella sua versione definitiva.
Negli anni non si contano neanche più il numero di cover e imitazioni varie del pezzo.
La più bella secondo me rimane quella realizzata durante l’arco di tutta la sua carriera da Tim Duncan, nato giusto 10 anni e qualche mese più tardi del magnifico singolo di Simon e Garfunkel.
Un uomo che nel silenzio ha costruito tutti i suoi successi e del silenzio si è rivestito corpo e anima come fosse una seconda pelle.
Detto, ridetto e ripetuto. E lo ridico ancora.
Provare a decriptare il basket restando nel recinto del parquet è un esercizio sterile, se non completamente inutile.
E non lo dico solo io.
Un tale che ne sa infinitamente più di me e di tutti voi lo ha ribadito a più riprese.
Se pensiamo che il basket sia solo basket non abbiamo capito niente di basket“.
E nemmeno della vita, ma questo lo aggiungo io.

Oggi Duncan compie 42 anni.

Ha vinto 5 anelli, 2 MVP, 3 premi di miglior giocatore delle finali e giocato 15 All Star Game.

Cercare di capire cosa si celi dietro i suoi silenzi e la sua enigmatica maschera facciale è impresa veramente ardua.
Capire quella sorta di autismo cestistico scolpito sul suo volto è un enigma che dura da 20 anni.
Per capire Duncan non basta più solo uscire dal rettangolo di gioco come spiegavo prima.
Per capire Duncan forse servirebbe Umberto Eco.
Bisogna sconfinare nella semiotica, la disciplina che studia i segni e il loro percorso verso la significazione, cioè il modo in cui questi acquisiscano un senso e vadano a costituire un concreto processo di comunicazione.
Capire Duncan potrebbe essere la chiave di lettura per capire il segreto dei San Antonio Spurs.
Per poi arrivare a capire cosa leghi lui, Popovich, Ginobili e Tony Parker.

Come facevano a comunicare tra loro spesso senza nemmeno aprire la bocca.
C’è un qualcosa nell’alchimia che questi quattro uomini hanno creato che trascende i confini dello sport. E’ un legame , inconosciuto, inconoscibile ed esclusivo che forse nasconde dentro di sé il senso stesso della vita.

Beh.. forse quello no ma di certo c’è il segreto del loro successo sportivo.

La faccia di Duncan è quella di Anton Chigurh , il killer spietato di “Non è un paese per vecchi“.

E’ la faccia spaventosa di Javier Bardem nel film dei Cohen.

Che si appresti a saltare per la palla a due di una partita di pre-season o che stia per tirare il libero della vittoria in gara 7 delle Finals, state certi che vedrete sempre la stessa espressione.
E la sconfitta o il successo saranno conditi con l’ingrediente di sempre.
Il Silenzio.

Arrivare per 19 volte consecutive alla post-season significa creare una falla nell’intera struttura dello sport americano.
Tutte le leghe sono pensate, organizzate e governate per poter produrre ed esprimere ciclicamente un cambiamento al vertice.
Il salary cap, che impedisce alle squadre forti di aggiungere “troppi” giocatori forti a quelli di cui già dispone, e il draft annuale, dove le squadre con le classifiche peggiori hanno le possibilità maggiori di accaparrarsi i giovani più validi ne sono le dimostrazioni più lampanti.
Che poi il fine ultimo di questa struttura magari non sia proprio quello di una maggiore circolazione dei talenti, nè di un ampliamento geografico delle passioni, ma di una maggiore e capillare raccolta di denari è un altro discorso.
San Antonio è andato oltre tutto questo.

Gli avversari si sono effettivamente rinnovati e interscambiati.

Golden State è un esempio di come un’ottima gestione manageriale e delle scelte al draft possa portarti dalle stalle alle stelle.

Loro no.

Loro son sempre stati sulle stelle.

Loro sono sempre stati lì a lottare per il titolo.

Duncan ha giocato 1392 partite in stagione regolare.
Ne ha vinte più di mille.
Questo significa che ha “terminato” l’avversario di turno praticamente sempre.
Un sicario determinato, silente e senza cuore. Proprio come Anton Chirurg.
In attacco ha messo a referto più di 26 mila punti.
Ma mai una volta che abbia urlato “Yeah”, o agitato i pugni, o sventolato un dito verso pubblico o avversari.
In difesa ha messo a referto più di 3 mila stoppate.
Ma mai una volta che abbia abbaiato contro l’avversario frasi come “Not in my house” o lo abbia schernito a gesti.
Lui no.
Lui agli avversari ha sempre lasciato solo e soltanto il suono del silenzio.

The Sound of Silence

E’ stato un dominatore del pitturato come non se ne vedevano dai tempi di Bill Russell.

Ha fermato tutti gli avversari che hanno osato entrare nella sua casa.
Li ha lasciati lì nella loro indeterminatezza più totale. Piccoli e indifesi contro un colosso senza volto. Dominati come da un Dio dell’Antico Testamento che ti piega al proprio volere.

Sempre.
Ho in mente alcuni frammenti dei duelli epici che fece con Kevin Garnett.

Uno contro uno. Faccia a faccia, con Garnett che dà sfogo al suo trash talking più feroce.

Roba che indurrebbe Gesù Cristo in persona a schiodarsi dalla croce per prenderlo a schiaffi.

Duncan non lo guarda mai, non risponde, muove le braccia, prende la sua posizione, manda un bacio al fidato tabellone e mette i due punti.

Poi torna nella sua metà campo come niente fosse. Come se il rognoso avversario neanche esistesse.

Lasciando al malandrino provocatore solo il suono del silenzio.

Ma anche a mettere insieme tutti i suoi numeri strabilianti, tutte le sue azioni di gioco da Bibbia del basket non si cava un ragno dal buco. Perchè questa non è un’equazione, o un documentario. Qui siamo ben sopra il livello della matematica o dell’indagine giornalistica, ed è inutile cercare di capire Duncan restando in questi campi. Se voi ci avete capito qualcosa scrivetemelo pure nei commenti.
Io son sincero, non ci ho capito niente.

A 34 anni aveva già vinto quello che doveva vincere o forse di più.

Non ho capito perché non ha mollato a 35 anni dopo un’eliminazione al primo turno.

Non ho capito perché non ha mollato a 36 anni dopo che l’impietoso gap fisico atletico contro gli Oklahoma di Durant gli aveva precluso un’altra finale.

Non ho capito perché non ha mollato a 37 anni dopo una finale persa anche per colpa sua.

Non ho capito perché non ha mollato a 38 con il quinto anello al dito.

Non ho capito perché non ha mollato a 39 dopo un’eliminazione bruciante al primo turno.

E allora tanto vale andare idealmente tutti insieme a non capire in Cile.
Sull’isola di Rapa Nui per la precisione.
Lì possiamo accovacciarci ad ammirare la migliore rappresentazione plastica di Tim Duncan mai realizzata.
I Moai.
I giganteschi monoliti in tufo vulcanico che custodiscono l’isola.
Impassibili e dominanti proprio come Tim Duncan.
E proprio come Tim Duncan custodi di un segreto inconoscibile su cui ci si interroga da più di un millennio senza lo straccio di una risposta convincente.
Accontentiamoci quindi di averli potuti ammirare e, ripensandoci, godiamoceli in religioso silenzio, consci di essere  stati davanti a qualcosa di più grande sia di noi che del luogo fisico che li ospita.
Godiamoci magari il suono stesso del silenzio, come piace a Tim, e sempre in silenzio, se mai fosse possibile, facciamogli i più sinceri auguri per i suoi primi 42 anni.

Se c’è un uomo che ha veramente giocato sempre pulito è lui.

The Sound of Silence.

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in the post

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