Uscire dal declino, rinascere, reagire e ripristinarsi ripartendo gradualmente, con determinazione. Il termine resilienza deriva dalle scienze dei materiali, dove indica la proprietà di alcuni materiali di conservare la propria struttura o riacquisire la forma originaria dopo una deformazione. Con questa etimologia, nel linguaggio delle scienze sociali connota la capacità delle persone di far fronte ad un evento traumatico o ad una avversità, riorganizzandosi e reagendo alle difficoltà. Oggi può essere resiliente una città, una popolazione, un piccolo gruppo di persone o una nazione intera. Islanda e Ungheria, negli ultimi anni, sono due nazioni che hanno sperimentato fenomeni di questo tipo. I nordici in maniera quasi olistica, rigenerandosi dopo una crisi di governo senza precedenti, con importanti riscontri anche sul piano sportivo, l’Ungheria, forza del calcio europeo sino agli anni Cinquanta, si sta ricostituendo calcisticamente dopo un brutto (ma brusco) declino. Il passaggio agli ottavi di finale da parte delle due nazionali, poco accreditate per il superamento del turno, è un racconto di vera e propria resilienza.

ISLANDA – Dal 2008 al 2011 una crisi finanziaria ha portato al patatrac, generando la più grande crisi economica e di governo nella storia della nazione, coinvolgendo le tre banche nazionali e determinando il crollo del governo, incapace di risanare un debito enorme per un’isola di sole 320.000 anime. Fu un prestito dietro l’altro, da Scandinavia, Olanda, Inghilterra, Germania. Da settembre a ottobre 2008 nel debito pubblico islandese si crea una voragine, il rating che prima oscillava tra A e A- passa a BBB-, per quasi tutte le agenzie. La disoccupazione triplicò e nel paese regnò il caos per diverso tempo. La crisi terminerà solo nel 2011, con una rinascita veicolata da una ristrutturazione bancaria e da un piano salvataggio, ma fortemente sospinta dall’impeto popolare, che ha saputo unirsi (le dimensioni lo permettevano) per cacciare il governo, rifondare la Costituzione e ristabilire economia e Paese. In tutto questo, c’è stata anche una vera e propria rinascita dello sport, uscendo dall’anonimato del calcio, scoprendo che oltre alla pallamano e al glima c’è di più. E’ stato un percorso graduale, lento (ma non troppo), che ha portato al miracolo della prima qualificazione alla fase finale di una competizione internazionale: ne avevamo già palato con l’articolo di Mattia Zucchiatti. Ora, alla prima partecipazione, l’Islanda è agli ottavi di finale. I ragazzi di Lars Lagerbäck sono approdati agli Europei dopo il pareggio col Kazakistan al termine di un brillante girone di qualificazione. Il gruppo con Portogallo, Austria e Ungheria non era così proibitivo, ma il passaggio del turno è arrivato con un gioco niente male, che legittima la grande crescita dell’universo calcio in quella piccola isola vulcanica. Dalla resilienza post-crisi finanziaria, l’Islanda ha cominciato a insistere sul calcio, e sullo sport in generale, aumentando considerevolmente tutte le strutture sportive, sia indoor che outdoor. Oggi le piscine (con tanto di codice igienico molto rigido che prevede la doccia da denudati) sono numerosissime e i campi di calcio si trovano ovunque, anche nell’ostica zona dei fiordi dell’est, dove il KKF gioca all’ombra dell’Holmatindur, montagna che fa da cornice al centro sportivo, raccontava Zucchiatti nel nostro articolo di quasi due mesi fa. La resilienza islandese ha però radici che nascono nelle questioni sociali di un paese che, come buona parte del Nord del Mondo (non solo d’Europa) deve costantemente fronteggiarsi con i problemi dell’alcoolismo e del tabagismo che pervadono tra i giovani, obbligati ad uno svago che sia imponente durante gli inverni gelidi e bui. Per sottrarre i giovani dalla dipendenza da bottiglia e da fumo, l’Islanda decise ad inizio anni Duemila di investire nello sport. Un percorso che non si è arrestato con la grave crisi politico-economica, trovando i frutti in una qualificazione agevole, che ha spronato la Nazione intera. In Francia, l’Islanda ha raccolto due punti con due 1-1, col Portogallo nella gara d’esordio, e con l’Ungheria, poi la vittoria contro l’Austria, arrivata all’ultimo respiro, con un contropiede d’altri tempi, ma al termine di un girone giocato comunque bene quanto le qualificazioni. Poco importa se nel 2-1 c’è forse anche lo zampino del portiere austriaco Almer, che nell’opporsi accompagna in rete il pallone, colpito in scivolata dal classe 1993 Traustason, che dall’anno prossimo giocherà, guarda caso, al Rapid Vienna. La resilienza islandese si corona con gli ottavi di finale, per una gioia di un paese che per 1/3 della sua popolazione, si è trasferito momentaneamente in Francia, esplodendo in una gioia rappresentativa nella figura del suo cronista, che ha già fatto il giro del web (postato anche da noi di Io Gioco Pulito). L’eccessiva enfasi dopo il 2-1 è però costata il licenziamento al cronista islandese.

 

UNGHERIA – Diverso è invece il discorso per quanto riguarda l’Ungheria, paese reazionario dal punto di vista politico, tra i primi protagonisti dell’ondata euroscettica di destra, e con una (precaria?) stabilità dal punto di vista economico, come buona parte di tutto l’est Europa tra blocco sovietico e area balcanica. La nazionale magiara ha una grande, lunga tradizione, che solo ora si sta piano piano ricostruendo, anche se non è facile tornare agli antichi fasti di Ferenc Puskàs e dei due decenni d’oro tra gli anni Trenta (finalista mondiale nel 1938, k.o. contro l’Italia) e i gloriosi anni Cinquanta, con un’altra finale a Svizzera 1954 persa contro la Germania Ovest, nel mondiale del Miracolo di Berna. Dal 1945 al 1956 Puskàs è la stella di una Nazionale tra le più forti al mondo, oltre che Colonnello nell’esercito, e nel 2002 il Nepstadion di Budapest ha preso il suo nome. Il giorno 25 novembre 1953 l’Ungheria che ormai traina da tempo entra dritta nella storia con una vittoria incredibile a Wembley, contro l’Inghilterra. La nazionale è allenata da Gusztàv Sebes, scrupoloso stratega e sperimentatore del modulo MM, con la posizione – inedita per gli anni ’50 – del centravanti arretrato. Stanley Rous, presidente della federazione britannica, organizza un amichevole con la corazzata ungherese, che fa terra bruciata: finisce con uno storico 6-3 per l’Ungheria, il cui prestigio balza in testa alle cronache e consacra una nuova squadra, l’Aranycsapat, cioè “Squadra d’oro”, termine con cui viene apostrofata la più forte Ungheria di sempre, che l’anno dopo otterrà la seconda finale mondiale (dove si distinguerà un altro fuoriclasse, Sandro Kocsis), che verrà però persa, sancendo la fine della squadra d’oro ed inizia un lentissimo declino. Sebes, da abile coach diventa l’anello debole della squadra, non più brillante, e nel 1956 lo scoppiò della rivoluzione ungherese cambia completamente l’assetto calcistico della Nazione: molti giocatori della Honved Budapest, storica filiera di talenti, scappano scegliendo l’esilio dall’Ungheria, tra questi c’è anche Puskas. Il periodo post-rivoluzione porta la firma di Lajos Baròti in panchina, negli anni Sessanta la squadra non è più la stessa ma partecipa comunque ai mondiali, mentre dagli anni Settanta-Ottanta, concomitanti con il crollo del socialismo, il declino prende concretamente forma: eliminazioni al primo turno nelle edizioni di Mondiali ’78, ’82 e ’86, da qui, il ritorno ad una competizione europea viene atteso trent’anni: è l’Europeo 2016. Gli anni Novanta sono un susseguirsi dietro l’altro di avvicendamenti in panchina (addirittura otto!), e nel 1993 ci prova anche l’idolo Puskas a far risalire la china, ma non c’è verso, l’unica cosa degna di nota nell’Ungheria sino al 2010, sono i pantaloni della tuta di Gabor Kiraly. La rinascita parte dagli anni Duemiladieci: Euro 2012 viene sfiorato, ed è un risultato incoraggiante, il terzo posto nel girone di qualificazione non basterà, nemmeno per il mondiale brasiliano del 2014, ma l’idea è che si sia invertita la rotta del declino e che si possa guardare al futuro con qualche talento in più. L’esonero di Attila Pinter poco dopo l’inizio delle qualificazioni per Euro 2016, è forse la svolta: dopo il traghettamento di Pal Dardai arriva Bernd Storck, e in un girone abbordabile, ricordato anche per il flop della Grecia di Ranieri, ottiene il pass per gli europei francesi. Lo spareggio con la Norvegia è l’ultimo tassello del processo di resilienza che porta l’Ungheria ad Euro 2016, il resto è storia recente, ed ora ci sono gli ottavi di finale per un gruppo ferreo, che ha messo alle corde il Portogallo e dove si sta distinguendo un giocatore fra tutti: Balàsz Dzsudzsak, una freccia magiara come l’ha descritta Raffaele Campo in questo articolo per Pennadireve.com. Ma il ritorno dell’Ungheria, è la vittoria di un gruppo che ha capito che il vento è cambiato, e dopo trent’anni, è tempo di tornare nel calcio europeo, di cogliere i frutti di un lavoro resiliente, per una nazionale che era finita nell’archivio delle seconde linee europee e che con la particolare formula di Euro 2016, ha saputo invece far parlare di sé, non succedeva da trent’anni.

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