Le paure della Brexit oltre a creare il panico sui mercati finanziari e negli accordi commerciali, ha messo in allarme e agitazione lo sterminato branco di lavoratori fuori porta europei che, nel corso degli anni, tanti oramai, ha scelto spesso e volentieri la Gran Bretagna come meta per cercare di cavalcare “il sogno inglese”, essendo La Manica meno faticosa di un Oceano Atlantico. Una nazione multiculturale che ha fatto del lavoro “emigrato” uno dei carburanti economici della sua crescita. Adesso il discorso potrebbe cambiare. E nel club degli impauriti ci siamo anche noi italiani, naturalmente presenti sui territori della Regina. E il biglietto di ritorno verso lo Stivale è un incubo ricorrente. Tra i tanti lavoratori, anche i calciatori. Non quelli da riflettore ma le persone che hanno scelto l’Inghilterra per iniziare una nuova vita nel mondo del calcio lontano dall’Italia e le sue macchie che sporcano questo sport.

Facciamo un passo indietro. Nella “lontana” Gran Bretagna e, più precisamente, in Inghilterra, già meta prediletta dal popolo tricolorato (ad oggi sono più di 650 mila gli italiani presenti sul territorio), a nord-est della capitale del business Londra, si spiega una regione fatta di distese verdi e ruscelli: l’Essex. Dove un tempo dominavano i Sassoni, provenienti dalla Germania del Nord, oggi, a farla da padrone sono gli Italiani con il calcio. Anzi il football, per dirla all’inglese.

A margine del grande campionato di calcio inglese, forse il migliore del mondo, la Premier League, rappresentata dalle corazzate di Londra come Chelsea e Arsenal e di Manchester come lo United e il City, esistono tutta una serie di leghe minori racchiuse nell’infinito calderone della “Non League”. Come ci ha raccontato nel suo viaggio Gabriella Greison del Fatto Quotidiano si tratta di campionati composti da compagini formate da dilettanti o semiprofessionisti. In tutto sono una cinquantina e, solo nell’Essex, nel raggio di 20 miglia ci sono circa 50 squadre, tutte dotate di regolare campo d’allenamento, struttura societaria, stadio e tifoseria al seguito.

Ma qual è la differenza con i grandi campionati, allora?

La differenza c’è. Eccome: in queste leghe, il calcio è, come dire, libero. Libero da procuratori e agenti,da compromessi basati sulla speculazione economica, da contratti cervellotici e dalle solite “spintarelle” da parte degli addetti ai lavori e dai “baroni” dell’ambiente.

Qui il calcio è puro, genuino. Il calciatore viene valutato sulla base di un provino, spontaneo, magari trovando un annuncio sul giornale e, anche se messo sotto contratto, egli rimane detentore del suo cartellino, avendo la possibilità di accordarsi anche con più squadre nello stesso campionato. Lo stipendio, all’inizio, non è di quelli faraonici dei colleghi della Premier (il salario medio è di circa 1500 sterline), tanto che spesso gli atleti sono “giocatori-lavoratori” e i lavori sono di tutti i tipi: dal barista al grafico pubblicitario.

Ma in questo contesto, cosa c’entrano gli Italiani?

Come già accennato, molti sono i nostri compatrioti che si trasferiscono in Inghilterra e, moltissimi, da alcuni anni ormai, stanno mettendo le basi proprio nell’Essex. Questa nuova Little Italy in terra inglese nasce dal desiderio di molti giovani calciatori in cerca di gloria ma, soprattutto, alla riscoperta dei valori per cui il calcio è nato e praticato.

Le testimonianze di atleti intervistati hanno raccontato una realtà sul territorio italiano che molti conoscono ma pochi hanno voglia di sottolineare. Rifiuti e porte in faccia, dove un procuratore cinico e spietato spesso conta più del talento nei piedi. Una situazione rappresentata da un sistema oliato da dinamiche poco trasparenti. Fatta di stipendi non pagati ed arretrati che non verranno mai saldati.

“Ti fanno perdere l’entusiasmo”: queste le parole di Lorenzo Burla, 22 anni, “scappato” dall’Italia in cerca di rivincite, anche a costo di allontanarsi dalla famiglia e intraprendere un viaggio incerto e faticoso.

Emblematico è il caso di Enrico: trasferitosi nell’Essex nei primi anni 90, ha trovato lavoro come allenatore attraverso un’inserzione messa su un giornale. Proveniente da Ariccia, zona Castelli Romani, ha portato il suo modo di pensare e lavorare in Inghilterra, scontrandosi con quelle figure losche tipiche dell’ambiente calcistico, in cerca di operazioni “strane” di mercato e di speculazione, presenti nel mondo del football inglese.

Dopo aver ottenuto discreti successi con la squadra di cui è allenatore, Enrico ha, adesso, un sogno nel cassetto: riunire tutti gli italiani sul territorio, meritevoli, in un’unica compagine, l’Italia fc che militerà nel Non League System. Il progetto è già in fase avanzata e i provini si susseguono giorno dopo giorno.

Non c’è niente da fare: siamo un popolo di trasmigratori..ma con il tricolore nel cuore.

Close