L’introduzione del VAR sembrava poter costituire la panacea di tutti i mali derivanti dalle imperfezioni umane alle quali gli arbitri, per motivi di natura, pagano inevitabilmente dazio. Le prime due giornate di campionato, per dirla alla Sabatini, hanno addensato “dubbi potenti” su questa convinzione, sollevando controversie e perplessità tra gli stessi attori principali del circo pallonaro. E la terza ha buttato, se possibile, altra benzina sul fuoco. Il tempo necessario per un rodaggio delle modalità di utilizzo dello strumento e per abituarvisi fanno sì che oggi qualcuno sia addirittura pronto a farne a meno.

La sosta per le Nazionali, ha consentito di sviluppare sull’argomento qualche considerazione meno influenzata dalle fibrillazioni del campionato, partendo comunque dal presupposto che i vertici del calcio, dopo i dovuti tempi di sperimentazione che hanno portato a decidere per l’utilizzo di questo supporto tecnologico e sebbene anche la terza giornata sia finita tra le polemiche per il suo utilizzo (Borriello docet), non hanno alcuna intenzione di tornare indietro. Posizione condivisibile ove si consideri che un sano ricorso al VAR non può che portare a una netta diminuzione degli errori nelle decisioni arbitrali, avvicinando così le direzioni di gara all’utopico punto degli zero errori nell’ambito di una partita. Magari affiancando alla moviola a bordo campo un altro strumento che renderebbe meno problematico il suo utilizzo: il tempo effettivo.

Agli amanti delle statistiche non sarà sfuggito il fatto che, dei novanta minuti previsti dal regolamento, mediamente se ne giocano non più di cinquantacinque. Perché, allora, non inserire anche nel calcio il tempo di gioco effettivo? Questo consentirebbe di eliminare gli irritanti stratagemmi utilizzati dalla quasi totalità dei calciatori per perdere tempo quando la propria squadra è in vantaggio. Penosi contorcimenti a terra dopo contatti lievi piuttosto che rinvii da fondo campo attesi più del Natale entrerebbero definitivamente negli archivi, lasciando inoltre la possibilità di ricorrere al VAR nei casi previsti dal regolamento senza che nessuno abbia da ridire per l’interruzione di gioco che questo comporta. Il tempo effettivo avrebbe inoltre l’inevitabile pregio di sollevare gli arbitri da qualsiasi responsabilità in merito alla quantificazione dei minuti di recupero da disputare dopo il novantesimo, altra situazione capace di togliere gli eventuali dubbi di favoritismo verso una delle compagini che si affrontano, che alimentano spesso nervosismo sia sugli spalti che in mezzo al campo. Il tutto senza alcuna compromissione delle ordinarie dinamiche di gioco, essendo il tempo effettivo una misurazione delegata a soggetti completamente esterni ad esse, con nessuna influenza su quello che avviene in campo tra i giocatori (al netto, ovviamente, delle conseguenze sopra evidenziate).

A ben vedere, il tempo effettivo si prospetta come una misura paradossalmente di più facile applicazione rispetto al VAR, naturalmente coadiuvante all’accrescimento della cultura sportiva nei nostri stadi. Una misura di civiltà che aiuterebbe non poco uno sviluppo più armonico, e quindi spettacolare, del calcio senza snaturarne l’essenza, consentendo al VAR stesso di venire più facilmente percepito come elemento strutturale del calcio del duemila.

 

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