È una costante nella storia dell’uomo: il problema, in buona parte dei casi, non è lo strumento, ma l’utilizzo che se ne fa. Se si parte da questo presupposto, il VAR è in qualche modo associabile all’energia nucleare o alla polvere da sparo. L’introduzione della tecnologia di biscardiana memoria è una grande rivoluzione che ha stravolto il mondo del calcio, finora in meglio. Uno dei pochi risultati positivi della sciagurata era Tavecchio, un rarissimo motivo di vanto per il nostro movimento. Nonostante ciò, i problemi ci sono e sono sempre più tangibili. L’anno di sperimentazione, portato avanti nei primi mesi tra tante luci e poche ombre, è entrato nelle ultime settimane in un loop pericoloso che ne sta minando la credibilità e, in generale, l’efficacia. L’ultima giornata di A, in particolar modo, ci ha regalato una galleria di orrori degni del miglior Hitchcock e ha riportato a galla i vecchi fantasmi, mai sopiti. Soprattutto a Milano, Napoli e Crotone.

L’ordine dei campi non è casuale, perché si parla di un’escalation che rasenta il ridicolo e lascia spazio a poche, deboli, giustificazioni. Come si può non vedere un gol segnato col braccio? Chiedetelo al signor Irrati, arbitro di Milan-Lazio, e preparatevi alla risposta: non si può vedere un fallo di mano, se si pensa solo al fuorigioco (inesistente). E dire che aveva a disposizione una miriade di telecamere che avrebbero smascherato la furbata di Cutrone, ma il VAR è solo un “assistente”. Mica l’arbitro. Risultato? Match indirizzato dopo pochi minuti ed ennesimo torto subito dalla Lazio di Lotito, la cui assenza di santità non implica l’assegnazione di certe penalizzazioni. Lo stesso si può dire del Bologna, defraudato a Napoli dall’improbabile metro di giudizio del signor Mazzoleni, che ha deciso di dare un rigore più che generoso ai padroni di casa dopo averne negato uno agli ospiti (il fallo di mano di Koulibaly). E il Var dov’era? A bordo campo, “dimenticato” dall’arbitro e considerato da due check molto silenziosi.



Il Var, d’altronde, è una questione di variabili, spesso impazzite. Laddove viene messo al centro dell’attenzione, può far più danni della caduta nell’oblio napoletano. Un microcosmo variegato, che accoglie a vario titolo le ingenuità di Irrati, lo snobbismo di Mazzoleni e l’incompetenza dell’esperto signor Tagliavento. Una definizione eccessiva? Forse sì, ma con una sola alternativa: la malafede. La lista degli errori commessi in Crotone-Cagliari è variegata e, a suo modo, ridicola. Tre passi falsi, frutto di un’interpretazione discutibile del regolamento e di una lettura dei singoli casi che ha condizionato fortemente l’andamento di una gara fondamentale per la corsa salvezza. Dal rigore concesso ai pitagorici, eccessivo, all’espulsione di Pisacane, in anticipo sull’avversario e meritevole di un semplice giallo per la pericolosità dell’intervento, fino ad arrivare all’annullamento a tempo scaduto di un gol dei padroni di casa, causato dalla valutazione della partecipazione “attiva” di due giocatori in fuorigioco che non hanno avuto un ruolo reale nell’azione.

Se si aggiunge alla lista la presunta lite a metà partita tra Tagliavento e Doveri, assistente al VAR che ha fatto più danni del collega, il quadro è completo e ci porta a fare due riflessioni: a cosa serve un ottimo strumento, se utilizzato in modo approssimativo e con estrema discrezionalità? Se l’interpretazione del regolamento può condizionare una decisione al punto da render formalmente corrette due valutazioni opposte, quanto può incidere la “scienza”? La risposta è una: il VAR è una grande conquista e non deve essere messo in discussione, quindi serve maggior trasparenza. L’AIA dovrebbe uscire una volta per tutte dal guscio che Nicchi ha costruito gelosamente negli ultimi anni, e creare il ponte per un confronto costruttivo. Per esempio, permettendo agli arbitri di parlare a fine partita e giustificare le scelte fatte, senza più filtri.

Finché non potranno farlo, i rappresentanti in campo del regolamento verranno sempre messi in discussione e attaccati senza possibilità di replica, dando fiato alle solite, inutili, polemiche. Fare l’arbitro non è semplice e chiunque abbia indossato quella divisa almeno una volta nella vita lo sa bene: proprio per questo, è fondamentale “umanizzare” una figura che sembra essere aliena e intangibile. Non ne possiamo più. Il calcio italiano, devastato dai giochi di potere di una classe dirigente che non sa giocare pulito e ha ridotto in macerie la nostra Storia, ha bisogno di altro, senza più torti né favori. Punendo gli arbitri quando fanno un errore (come succede a chiunque non faccia bene il proprio lavoro), invece di multare la parte lesa, rea di averlo segnalato pubblicamente. Perché errare è umano ma perseverare, in presenza di uno strumento che avrebbe dovuto aiutare tutti e spegnere ogni fuoco, è diabolico. Ora basta. Stiamo davvero chiedendo la luna? Forse sì.

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