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Erma Metal in Sicilia: da Terranova a Taormina con il tour “Non abbiamo armi”

Angela Failla

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Dopo la grandiosa performance insieme a Fabrizio Moro in Portogallo, a Lisbona, per l’Eurovision Song Contest, Erma Metal ritorna in Sicilia in NON ABBIAMO ARMI, uno tra i live più attesi di questa estate. E annuncia il concerto del 16 agosto al Campo sportivo di TORRENOVA (ME) ore 21.30, realizzato da Puntoeacapo in collaborazione con il Comune di Torrenova e Nuova Torrenova Pro loco, che anche quest’anno proporranno la grande musica da vivo alla città e ai tanti turisti.

Il concerto di Torrenova si aggiunge a quello dell’indomani: 17 AGOSTO Teatro antico di TAORMINA.

Una grande produzione, una nuova e ricca cornice scenografica per un grande spettacolo: le 12 nuove canzoni che compongono il nuovo album Non Abbiamo Armi – già disco d’Oro – sottobraccio ad un repertorio nel quale spiccano  brani ormai entrati di diritto tra i “classici” della nuova musica d’autore italiana.

ERMAL META ha debuttato al 1° posto della classifica di vendita con il suo nuovo album NON ABBIAMO ARMI e per rimanere in tema di soddisfazioni, va ricordato che il singolo NON MI AVETE FATTO NIENTE, cantato in coppia con FABRIZIO MORO e salito sullo scalino più alto del podio sanremese, è Disco di Platino.

NON ABBIAMO ARMI, il 3° album da solista – giudicato da stampa e pubblico “il più bello” – è composto da 12 canzoni inedite fatte di sincerità e amore che scorrono attraverso ritmi incalzanti e momenti di grande intimità vestiti con suoni e melodie, che confermano il grande talento di ERMAL META.

Dal 20 Aprile, il nuovo singolo è DALL’ALBA AL TRAMONTO “dicono che il lupo perde tutto tranne il vizio…”

Il vizio di Ermal Meta è quello di saper trovare sempre la porta giusta che, spalancata, ci mostra il suo mondo musicale fatto di parole mai scritte a caso e musiche che le sanno abbracciare; un mondo che sa di buono, anche quando l’umanità ti lascia l’amaro in bocca:“dicono che adesso siamo troppi sulla terra, che parlando forte non si sente più la guerra…”

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Giochi di palazzo

La sicurezza sul Lavoro: perché occorre Giocare Pulito

Marco Fiocchi

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Pubblichiamo oggi, la prima puntata di un’indagine inchiesta molto importante. Affrontiamo un altro ambiente dove “giocare pulito” è fondamentale. Parleremo di Formazione alla Salute e Sicurezza nei luoghi di lavoro.

Lo faremo affidandoci all’analisi e al parere di un vero esperto del settore: il Direttore del  CEFMECTP di Roma e Provincia Ing. Alfredo Simonetti.

Ci spiegherà perché è diventato tanto delicato questo argomento, nel sistema di produzione. Come si è sviluppato e quali sono i problemi principali che affronta.

Aziende, formatori, docenti, lavoratori, dirigenti, imprenditori. Studenti, ma anche gente comune. Perché tutti abbiamo bisogno di conoscere certe normative. L’importanza della trasparenza che tanto interessa i nostri lettori. La vigilanza a cui tutti siamo chiamati a collaborare.

Ed infine una conclusione sul futuro prossimo, non remoto. Verso cosa stiamo andando? Quanto sarà importante misurarsi con le nuove tecnologie (Droni, IA, 3D, BIM, Realtà Aumentata)? Quanto la preparazione a non temerle, ma anzi a “saperle” usare con la stessa vigilanza e sicurezza potrà aiutare l’intero sistema di produzione?

La parola ad Alfredo per la prima puntata di questo approfondimento.

Il potere ha un solo dovere: assicurare la sicurezza sociale delle persone.

(Benjamin Disraeli)

Sono sempre troppi i giorni in cui gli organi e gli strumenti dell’informazione e della comunicazione si devono occupare, dandone notizia, di incidenti sul luogo di lavoro e troppo maledettamente spesso la notizia porta con sé l’orribile puzzo della morte. E puntualmente ci si interroga sui perché e sui per come; su quali siano state le cause e su come le cause si sarebbero potute evitare, prevedere, anticipare. Poi scattano le indagini, le inchieste: È stata aperta un’inchiesta per fare luce sulla tragedia, ecc. Quante volte abbiamo ascoltato questa frase.

Innegabile il sussulto che tutte le volte ci aggredisce alzando il livello della rabbia e dell’indignazione, elevando l’attenzione sulla necessità di azioni forti e concrete, a contrasto di fatti e accadimenti inaccettabili tanto più quando sono l’odioso “prodotto malsano” del lavoro.  Il lavoro appartiene a tutti; il lavoro è la componente strumentale per rendere la vita un elemento sociale; il lavoro è il mezzo – forse il meccanismo – attraverso il quale le persone assimilano il concetto di socializzazione trasferendo sé stessi oltre l’isolamento.

Di lavoro non si può morire; di lavoro non si può soffrire; di lavoro non si può far soffrire. E di lavoro non ci si deve neppure ammalare. Negli anni più recenti la legislazione ha fatto notevolissimi passi in avanti per accelerare la diffusione di una consapevolezza allargata sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro.

Uno dei passaggi nodali è stato il riconoscimento di questo tema da argomento a concetto. Si tratta di un avvicinamento significativo verso la comprensione e l’universalizzazione del principio di rispetto verso la persona sia come elemento singolo che come oggetto sociale. Evidentemente questo tema/concetto avvolge e si articola su più piani di interesse fino a diventare territorio comune a tutti gli strati della quotidianità.

Non solo l’aspetto meramente sociologico, ma anche l’ambito della produttività risente virtuosamente delle norme che definiscono giuridicamente gli aspetti della Formazione e della Sicurezza nei luoghi di lavoro.

Il mondo dell’imprenditoria, negli anni più recenti, ha scalato diverse posizioni nella classifica della qualità complessiva dei sistemi produttivi all’interno delle proprie realtà imprenditoriali. Risultati che si sono resi possibili soprattutto grazie alla sempre più efficace giurisprudenza in merito e alla sua corretta applicazione, ma non solo.

Una buona formazione è garanzia di successo. È la cinghia di trasmissione tra le “intuizioni” del legislatore, quindi l’Istituzione, e il contesto produttivo. E a loro volta quelle che abbiamo definito intuizioni, sono il frutto di ricerca costante e continua finalizzata alla definizione di regole sempre più chiare e di facile applicazione. Perché talvolta le presunte negligenze si annidano proprio nella cripticità interpretativa delle norme o negli anfratti di cervellotiche burocrazie.

O, peggio ancora, quando le zone grigie prodotte da un linguaggio eccessivamente contorto diventa alibi per autoassolversi per la mancata applicazione delle norme. I principi della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro sono codici di convivenza civile e di emancipazione sociale, e la conoscenza è l’arma più efficace contro l’indifferenza e la sottovalutazione del problema.

L’istituto della formazione è, pertanto, la piattaforma su cui si posano non solo i principi della doverosa ed ineludibile tutela individuale, ma anche gli indirizzi programmatici di un paese civile e la visione del suo futuro. Diventa quindi indispensabile avere certezza sul profilo delle competenze e sulla qualità dei formatori.

Una buona conoscenza della normativa in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro aumenterebbe la percezione dell’esigenza della prevenzione nei confronti degli elementi di rischio. Ed è per questa ragione che quanto più estesa sarà la platea dei consapevoli, tanto più efficace, facile e diffusa sarà la pratica del ricorso alla formazione. Molto si è fatto, e molto rimane ancora da fare.

La strada, però, è quella giusta. Istituzioni e cittadini convergono sempre di più verso l’obiettivo tracciato dagli estensori della legislazione vigente: quello del raggiungimento del rischio zero. Da una parte c’è la ricerca costante, un incubatore sempre attivo e pieno di intelligenze e tecnologie. Dall’altra, ma con logica di continuità, si trovano i soggetti applicatori delle norme – i formatori – e poi i fruitori, nessuno escluso perché in tutti c’è la richiesta, talvolta non perfettamente conscia, di sicurezza.

 

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Traini: “Non rinnego nulla…”

Patrizia Angelozzi

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Traini, l’uomo che il 3 Febbraio u.s. sparò contro alcuni stranieri è accusato di strage, sei tentati omicidi, porto abusivo di armi e danneggiamenti.
Ritenuto seminfermo e con disturbo bipolare dal consulente di parte, Traini conferma a distanza di tempo la sua volontà dicendo: “non rinnego nulla’.

Sparò all’impazzata (secondo una sua convinzione personale) per vendicare l’omicidio di Pamela Mastropietro, pur non conoscendola. Questa la ‘motivazione’ di un uomo ritenuto seminfermo e con disturbo bipolare dal consulente di parte. Con una diagnosi di questo tipo il Traini, il 3 Febbraio, era in possesso della sua pistola, una Glock calibro 9 e nel suo delirio personale intendeva giustiziare persone di colore che secondo lui, vivevano di espedienti e crimini come gli assassini di Pamela Mastropietro. (vittima di un delitto efferato per il quale sono accusati tre nigeriani, ognuno con diversi capi di imputazione).

Girava quel giorno con la sua auto, un Alfa 147, intento in una vera caccia all’uomo, seminando il panico tra le vie di Macerata e in diversi posti della città, consegnandosi infine bardato dalla bandiera tricolore ai carabinieri .
Nella sua ‘defaillance psicologica’, come dice il suo avvocato G.Giulianelli, durata circa due ore ha ferito sei migranti, preso di mira alcuni bar e la sede locale del Pd.
Al momento nella struttura carceraria riceve il supporto di psicologi e psichiatri.

Il procuratore Giovanni Giorgio e il pm Stefania Ciccioli hanno chiesto il giudizio direttissimo atipico, portando Traini in Assise invece che dal Gup. Traini ha dato il consenso al rito abbreviato.
Il Comune di Macerata si è costituito parte civile insieme a due privati. Uno dei migranti  presenti al processo ha detto: “Bisogna pregare perché Dio tocchi il suo cuore”.

Il sindaco di Macerata ha dichiarato: “E’ una giornata triste perla città, credo che lo sia anche per l’aspetto umano di questo ragazzo”.

Cos’è il rito abbreviato: Il giudizio abbreviato è un procedimento speciale che consente all’imputato di beneficiare di una riduzione di pena di un terzo rispetto a quella prevista dalla legge.

 

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“Bambini e social: intervista a Simone Cosimi”

Marco Fiocchi

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E’ un argomento che ci sta profondamente a cuore. Perché si tratta di “giocare pulito” in ambito social network. Soprattutto nel mondo dei più giovani.

Come recita infatti il sottotitolo: “i social sono pieni di bambini, chi li protegge?”

Facciamo quattro chiacchiere con il coautore di ‘Nasci, Cresci e Posta’Simone Cosimi che insieme ad Alberto Rossetti ha lavorato a questo testo davvero prezioso ed attuale.

Ciao Simone, cominciamo dall’inizio, come è nata l’idea del libro?

L’idea del libro è nata come sai perché non ci soddisfaceva minimamente l’approccio che veniva dato al fenomeno, ed in effetti siamo stati abbastanza profetici perché abbiamo anticipato quello che sta esplodendo in questo periodo.

Mi riferisco all’entrata in vigore Regolamento Europeo per la Privacy e alla necessità di ripensare più in generale la presenza dei bambini e dei ragazzi sulle piattaforme social. Di ideare nuovi meccanismi per impedire il loro ingresso o quantomeno che non incappino non contenuti del tutto sballati per loro.

Non ci piaceva l’allarmismo, tanto meno le soluzioni semplici che individuano nel dispositivo il problema e non invece negli ambienti a cui tale dispositivo consente l’accesso.

Quanto ci avete lavorato?

Ci abbiamo lavorato un bel po’ di mesi, ovviamente la parte sostanziale è stata fatta con grande motivazione quindi con uno svolgimento più rapido, ma nel totale intorno ai sette mesi.

Dove si può comprare?

Si può comprare ovunque in tutte le librerie. Laddove non si trovasse va ordinato perché è distribuito da Messaggerie, mentre online c’è Amazon (in entrambe le versioni, cartacea ed ebook) o Libreria Universitaria.

 Quali sono state e quali sono le rivelazioni e i dati più difficile da analizzare?

I dati più difficili da analizzare sono anche quelli difficili da raccogliere perché, banalmente, la presenza stessa dei ragazzi sui social è estremamente complessa da comprendere. Mancano molti numeri. Le piattaforme non hanno infatti grande voglia di inviare e diffondere certe informazioni. Così bisogna affidarsi a tutta una serie di indagini realizzate da enti e associazioni che con i loro mezzi sicuramente non paragonabili a quelle dei colossi, cercano di dare delle fotografie aggiornate sul fenomeno ed anche le fotografie meno aggiornate parlano comunque di milioni di ragazzini.

Proprio perché è sostanzialmente impossibile tenerli fuori, ma soprattutto chiudere o rimuovere un account risulta complicatissimo, come solamente cercare di capire chi vi sia dietro ad un account per esempio di WhatsApp collegato ad un numero di telefono.

Le piattaforme si affidano alla foglia di fico che non è il neo Presidente della Camera, ma la politica delle loro condizioni, dei propri regolamenti e persino quando li rivedono in maniera piuttosto stringente come capitato recentemente con Facebook, precipitano nel grottesco.

In che senso?

Nel senso che secondo i nuovi strumenti di FB, i ragazzini  tra i 13 e i 16 anni (un regolamento pensato per adeguarsi al GDPR europeo) potranno “autorizzarsi da soli” in buona sostanza.

Come detto, avete avuto una puntualità storica impressionante. Cosa sta succedendo in questo momento nel mondo social?

Sì, ci abbiamo visto lungo perché, frequentando certi ambienti, io dal punto di vista giornalistico, Alberto da quello terapeutico, ci siamo siamo resi conto come fosse un far west.

Collegando poi il filo rosso al GDPR, abbiamo rapidamente capito che nell’arco dei 12 mesi successivi molto sarebbe avvenuto di ciò che in effetti sta succedendo. Se dovessi dirti ora, credo si stia verificando una sorta d’ibridazione.

Spiegaci meglio.

Le piattaforme e le app, sia quelle nuove ma anche quelle già esistenti, vanno sempre più integrando numerosissime funzioni che ne fanno perdere il core business principale, o meglio, quello rimane sempre raccogliere dati e informazioni, ma, come dire, si diversificano si ibridano, si mescolano.

Per citarne una che ora va per la maggiore, negli Stati Uniti, è in gran voga Tribe. Mette insieme dei videogame Arcade di vecchio tipo Space Invaders, da giocare sullo smartphone in videochat con 7 amici pescati fra i contatti, o 7 sconosciuti in stile chat-rulette.  Come definiresti una cosa del genere?

Ah ah ah… Mi viene in mente Real Player One. Pensi che ci saranno delle conseguenze? Ci sarà una sorta di caduta a domino di ogni social? Facebook già punta il dito contro Google (Youtube, che già è invischiato proprio per i bambini) e Twitter. Ho letto anche di una possibile restrizione di Whatsapp sotto i 16 anni.

È quello che dicevo. Non è una possibile restrizione. Il Regolamento Generale Europeo per la Protezione dei dati personali prevede che le società che offrono questi servizi ai minori di fatto debbano mettere in atto dei meccanismi di controllo parentale.

Facebook è stata la prima a muoversi riportando anche qualche modo Instagram sotto il suo cappello, WhatsApp è un filo diverso perché è più strettamente una chat che una piattaforma social, ma questa è la direzione.

C’è da aspettarsi qualche sviluppo nelle prossime settimane e soprattutto dopo il 25 maggio (data in cui ci GDPR terminerà la sua fase di rodaggio ed entrerà effettivamente in vigore) ma, secondo me, la Commissione Europea dovrà entrare duramente a gamba tesa nei prossimi tempi per far rispettare tali norme, perché per il momento le piattaforme si puliranno l’anima esattamente come hanno fatto negli ultimi anni, applicando cioè il Children’s Online Privacy Protection Act, la legge americana che da un ventennio sovraintende questo genere di raccolta dati dei minori mentre in Europa sarà richiesta un’azione più stringente, quindi ne vedremo delle belle.

Nel libro ci sono un sacco di parole (ben raccolte da un utilissimo glossario finale) e contenuti quasi sconosciuti per la grande massa social di genitori, dallo Sharenting a Kiddle, da Scrapook al Children’s Online Privacy Protection Act, dove ti sembra che ci sia più vuoto da colmare in Italia?

In effetti sì, è vero. Il vuoto che c’è da colmare in Italia è duplice. Prima di tutto legato alla consapevolezza che molti adulti confondono con la competenza. Cioé l’idea di vedere i bambini fare delle cose, li illude che i bambini sappiano anche dell’altro. Di cosa ci sia dietro.

Non solo, gli stessi genitori, educatori fanno tale confusione, per esempio sulle questioni della privacy. Il caso Cambridge Analytica che nulla ha a che fare con i bambini mostra come caschiamo dal pero ogni volta che scopriamo che anche l’ultimo giochino stupido ci ha ripulito l’account e si è pescato tutte le notizie che gli interessavano.

Poi c’è un vizio. E cioè quello di credere di potersi occupare di ciò di cui stiamo parlando semplicemente utilizzando quotidianamente messenger o whatsapp. La competenza spuria di tutti i giorni con le app purtroppo non è consapevolezza.

Bisogna sporcarsi le mani, studiare, essere padroni autentici del mezzo. Non solo utilizzare quelle app ma anche entrare nel loro meccanismo per capire come funzionano, nelle impostazioni, conoscere quali siano le garanzie più o meno fornite, capire quali potrebbero essere i potenziali rischi.

In parole povere: non si può guidare una macchina di cui non si conosce pressoché nulla del funzionamento del motore o dei sistemi di sicurezza.

Quali i rischi principali?

I rischi sono di vario genere, ci sono quelli legati alla cronaca strettamente intesa quindi pedopornografia, furto d’identità digitale, stalking e molestie di vario genere, ma anche quelli più specificamente giuridici. Perché stando su queste piattaforme, noi concediamo delle licenze di secondo livello a terzi, che possono con i nostri dati fare un po’ quello che vogliono, finché noi siamo iscritti in tali casi anche dopo.

​Esiste scientificamente una relazione tra​ social network e i problemi di comunicazione, verbali, relazionali, fino al bullismo di cui si straparla tanto?

 Direi di no. Tale prova non esiste. Gli studi sono molti, ma piuttosto privi di nesso causale. Certo, diversi psicologi più allarmisti raccontano di peggioramenti nelle capacità di acquisizione o di lettura, in realtà per quello che ho visto e studiato per il libro e per ciò che continuo a seguire giorno dopo giorno, ci sono molte indagini ma in ogni direzione, che dimostrano poco.

Faccio un esempio attuale. C’è una teoria che spiega come stando una settimana senza social network, senza Facebook in particolare, riceviamo un’immediata sensazione di sollievo che poi precipita rapidamente in una specie di ansia.

Sono invece fondate le tesi su quei fenomeni come la nomofobia, o la FOMO (Fear of Missing Out) cioè tutte quelle paure di rimanere tagliati fuori dalle notizie che riguardano la nostra sfera esistenziale. Ma questa, più che una sindrome, in effetti è una conseguenza. Cioè se noi stessi, in particolare i più piccoli, viviamo delle realtà che non sono più giustapposte ma sovrapposte evidente che ciò che cade sul livello interferisce sull’altro e viceversa. E che quindi così come non è corretta l’idea di passarci intera giornata appiccicati, a questi dispositivi, ormai paradossalmente non è neanche più possibile staccarsene del tutto e forse non è neanche così salutare per certi versi.

Traduco: se io mi perdo nel buio in mezzo al bosco, ho un GPS e non lo uso, non sono uno che si sta disintossicando, sono solo un’idiota.

Ok, ma in ogni caso, sono più in pericolo gli adolescenti o i bambini?​

Probabilmente proprio i bambini, ma quelli più grandicelli, a cavallo fra i 12 e i 13 anni. Non è un caso che gli atti di bullismo secondo l’ultima indagine EuKids Online di Giovanna Mascheroni siano proprio in quella fascia, perché in quel caso si verifica il picco massimo di ciò che ti dicevo prima, cioè competenza che inizia a svilupparsi, o anzi già piuttosto sviluppata, però consapevolezza base. Bene o male crescendo qualche nozione in più sui rischi si acquisisce, pur volendo essere molto pessimisti ed io non lo sono come sai.

Quale futuro prossimo prevedi in questo momento?

Il futuro che prevedo è quello di piattaforme sempre più confuse fra loro, che probabilmente delocalizeranno fuori dagli Stati Uniti ancora più di ciò che è successo con Music.aly, ma di una presenza sociale che fondamentalmente non cambierà, con una dinamica che continua ad essere sempre la stessa: bambini e ragazzi che staranno sempre meno sui social istituzionali, quelli su cui ormai neanche il calzaturificio sotto casa può permettersi di non stare.

Ragazzi che s’impossesserano delle app e delle piattaforme che più gli interessano, spesso usandole e risputandole nel giro di pochi mesi. Ciò renderà sempre più complicato l’approccio dei genitori che si accorgono ad un tratto di un figlio che ha preso a frequentare una certa piattaforma, mentre probabilmente lui sta già maturando l’idea di lasciarla o di usarla meno.

E quello che speri?

Quello che spero è che questi colossi digitali, verso i quali non nutro alcun genere di timore apocalittico in stile Evgenij Morozov, siano davvero in grado di assumersi le proprie responsabilità come se fossero società praticamente pubbliche, sebbene restino private e quotate. Perché hanno di fatto delle ricadute pubbliche spaventose.

Se decidessero di non prendersi tali responsabilità, occorreranno dispositivi legislativi, soprattutto in Europa dove il quadro della privacy è molto forte, in cui vengano spinti ad occuparsi davvero dei minori, lasciandoli perdere come target e proponendo invece per loro, ambienti protetti dove si possano recuperare account, profili e presenze senza problemi, impedendo l’accesso laddove non fosse più sicura tale presenza.

Grazie mille Simone. E complimenti.

 

 

 

 

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