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Enna e Azionariato diffuso: dal cuore della Sicilia un modello innovativo per sostenere lo Sport tra i dilettanti

Giovanni Albanese

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Nel cuore della Sicilia il Castello di Lombardia spicca in cima alla città di Enna, definita “urbs inexpugnabilis” dai romani per la sua conformazione, così come “ombelico di Sicilia” e “Belvedere di Sicilia” per la posizione geografica nell’Isola e il panorama offerto sul perimetro del centro storico.

Nel capoluogo di provincia più alto d’Italia, fino a un decennio fa, lo Sport è stato sempre qualcosa di più che un semplice aggregatore sociale, sarà per la presenza dell’autodromo di Pergusa, il secondo circuito automobilistico più veloce d’Europa dopo Hockenheim, o per una spropositata attitudine nella pallamano, con la gloriosa squadra femminile della De Gasperi che a cavallo tra il 1999 e il 2002 ha vinto due scudetti, due coppe Italia e ha partecipato alla Coppa Uefa.

Nel calcio, in realtà, la gloria non ha mai superato la Serie C, ma la storia gialloverde intreccia diversi personaggi famosi. Giampiero Ventura, attuale tecnico della Nazionale, ha vissuto nell’Enna la sua unica stagione in Serie C da calciatore nel 1970. Negli anni Ottanta a guidare la squadra è stato Pietro Lo Monaco, attuale direttore generale del Catania, mentre nella stagione 1989-90, trascinati dal bomber Giovanni Pisano (poi passato in Serie B tra le altre con Salernitana, Genoa e Pescara) gli ennesi conquistarono il Campionato Nazionale Dilettanti vincendo il duello con il Partinicoaudace guidato da un certo Gigi Delneri.

Negli ultimi dieci anni la crisi ha investito tutto e sbiadito i ricordi, fino a quando la scorsa estate un’idea geniale dettata dalla passione è diventata motore di un progetto che oggi è il primo della storia sperimentato nel mondo dilettantistico: sostenere la squadra di calcio attraverso l’azionariato diffuso.

Avevo pensato per tanto tempo che unendo le forze, non solo dal punto di vista economico ma soprattutto sul piano delle esperienze, poteva venir fuori qualcosa di grande, che si potesse risvegliare la città attraverso lo Sport – racconta Riccardo Caccamo, già dirigente della De Gasperi e principio di una tela che nel giro di pochi si è ingrandita -. Partendo dalla necessità di trovare una sostenibilità credibile per la squadra di calcio, che si fonda ancora sulla disponibilità di tanti giovani locali che giocano senza alcun rimborso spese, abbiamo cominciato a coinvolgere tutte le realtà istituzionali locali, alle quali piuttosto che un sostegno economico abbiamo chiesto disponibilità nel promuovere la nostra idea di Sport, ovvero quella di proporre una strada fatta di valori ai giovani e un contesto da vivere con leggerezza per gli appassionati, senza badare alle logiche di risultato”.

La semplicità del progetto, certamente non nuova specie nelle realtà localistiche, è stata però cavalcata e resa geniale da un’idea del salernitano Antonio Sanges e dall’ordine dei commercialisti di Enna, che hanno trovato il modo per applicare a una società sportiva dilettante il modello dell’azionariato diffuso, con tanto di parte burocratica impeccabile ad hoc e un bilancio che sarà reso pubblico e consultabile in ogni momento.

Grazie a questo studio fatto dall’ordine dei commercialisti di Enna, siamo riusciti a fare la prima società di calcio dilettante sostenuta dall’azionariato diffuso – spiega l’amministratore delegato dell’Enna, Fabio Montesano -. Pensate che le somme raccolte le destineremo alla sistemazione dello Stadio Gaeta, dove la squadra presto tornerà a giocare davanti al proprio pubblico”.

Tutto per una squadra che milita in Prima Categoria e che spera, ovviamente, di tornare pian piano a salire la china dal punto di vista sportivo, anche se Montesano tiene a sottolineare come “il nostro campionato lo abbiamo già vinto ridando dignità allo Sport con un progetto ripetibile anche in altri contesti cittadini. L’azionariato diffuso, da non confondere con l’azionariato popolare, è applicabile in qualsiasi disciplina sportiva. Il tutto è stato possibile creando una società e apportando una modifica allo statuto”.

In poche settimane intorno al progetto si è stretta tutta la città e ognuno ha messo a disposizione le proprie attitudini, così ne è venuto fuori il nuovo inno del cantautore locale Sebastiano Occhino e il partenariato con il progetto “Gogòl omaggio al sorriso” che lavora su importanti iniziative di solidarietà, così come un particolare coinvolgimento dell’associazione Vita21, costruita intorno a bambini con sindrome di Down.

Il progetto ha presto superato i confini cittadini e ha incontrato per strada anche una madrina d’eccezione, Valentina Vezzali, la più grande schermitrice di sempre che è stata la prima al mondo a conquistare tre medaglie d’oro individuali in tre olimpiadi consecutive e l’atleta italiana che ha conquistato più medaglie in assoluto. “E’ un progetto pilota che dal mio punto di vista può essere interessante perché attraverso l’azionariato sportivo potremmo riuscire a mandare avanti lo Sport in Italia, che ad oggi si basa sul volontariato, sull’associazionismo e soprattutto sulle famiglie che hanno voglia di mandare avanti i loro figli e permettere loro di fare sport – ha detto Valentina Vezzali -. Aderisco molto volentieri alla domanda di ammissione a socio sovventore e che questo progetto pilota possa essere la base o un punto di partenza per farsi che si possa stabilizzare su tutto il territorio nazionale”.

Hanno firmato la loro quota azionaria anche il vice ministro all’Economia e alle Finanze Enrico Zanetti, il presidente nazionale dell’ordine dei commercialisti Gerardo Longobardi, il presidente nazionale della CNA Daniele Vaccarino, e il presidente della Fondazione Nazionale dei Dottori Commercialisti Giorgio Sganga e il presidente della Fondazione Sicilia Raffaele Bonsignore.

Dal calcio alle altre discipline, al mondo della cultura, della musica, dell’associazionismo e dell’imprenditoria, il modello Enna adesso è pronto a essere riproposto in giro per l’Italia con il sorriso di Gogòl e la passione di chi lo Sport lo ha sempre vissuto come quel qualcosa di più.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire…e giocare

Emanuele Catone

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Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca


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Pugilato

East Coast Boxing Club: tra preghiere e guantoni, una speranza per l’Uganda

MariaJose Silva Vargas

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Articolo originale pubblicato sul sito http://cargocollective.com/MarijoSilvaPhotography

Pagina Facebook: East Coast Boxing Club

Entrando dal cancello non appena installato, nuovo di zecca, la piccola discesa di sassi e polvere scende non troppo dolce verso la casa di Hassan Khalil, il coach, “baaba” (padre in Luganda) nello slum di Naguru, nord-ovest di Kampala, capitale dell’Uganda. Attaccata alla casa, modesta, sorge la palestra, vecchia, modesta anch’essa, ma carica e piena di energia.

Hassan Khalil, “baaba”

Senti la corda sempre più veloce che falcia il vecchio parquet, con il legno che salta assieme all’atleta. Nassir fra i campioni ai National Open di Boxe (preludio alle Olimpiadi) salta sempre più veloce davanti allo specchio rotto che copre la parete nord della palestra.

Allenamento di Nassir

Il sudore lascia un tracciato brillante sui muscoli ben fatti e definiti di Mohammed, che allena i“bazungu” (i bianchi) pazzi per questo sport. Nel frattempo Miro, nipote di Hussein, gemello di Hassan, schianta veloci i suoi pugni contro uno dei sacchi consumati, che pendono dalla trave fissata con viti arrugginite vicino l’entrata alla palestra.

Miro

E Hakim, nel frattempo insegna i movimenti di base a tanti stranieri di Kampala, innamorati della boxe, della libertà e flessibilità dell’allenamento; qui regolarmente ogni settimana si allenano 40 non Ugandesi.

Uno dei ragazzi stranieri in un combattimento

Albert e Charles fanno sparring con altri ragazzi dello slum, mentre Farouk e Timo si alternano con Shadir, che schiva e colpisce velocissimo mentre si prepara alla prossima gara. Kassim, in fondo alla sala, con le sue braccia esili ma incredibilmente resistenti e ferme, tiene alti i pao mentre una ragazza canadese e una ugandese si alternano fra jeb e diretti.

Pugni al sacco

Da quattordici anni, la palestra serve come punto di riferimento per lo slum di Naguru, dove Hassan allena giovani e adulti, dove il più piccolo ha 7 anni e il più anziano va per i 60. Hassan stesso ha quasi 60 anni e più di 170 incontri alle spalle: “Non ho mai avuto paura in un incontro – se anche mi dicono di affrontare il campione del mondo, io mi butto, senza paura.

Giovani combattenti

Sulle panche di legno traballanti su cui gli atleti riposano tra un round e un altro, sotto lo sguardo sognante e attento del poster di un Muhammad Ali giovane, la mente del coach va indietro nel tempo e ripensa a quanto fosse pericoloso andare in giro la sera per le vie del quartiere.

Atleti in riposo

La “East Coast Naguru Boxing Club” è oggi più che un’istituzione nello slum (prova a chiedere informazioni a Naguru: “dove si trova la East Coast Boxing?” – te la indicano subito: proprio davanti la moschea”). E’ un punto fermo e una speranza. Hassan pensa ai miglioramenti che può apportare finalmente: servono 4 milioni di scellini Ugandesi (equivalenti approssimativamente a poco più di 1000 euro) per ingrandire la palestra, costruire una nuova entrata e avere uno spazio più ampio per il ring, dove ogni due mesi si organizzano incontri dilettantistici, che vogliono creare passione fra i ragazzi e le ragazze dello slum e raccogliere anche fondi per le attività della palestra.

Appassionati all’incontro

East Coast vs Police

Hassan guarda ai suoi atleti come ai suoi figli. Tra un allenamento e un altro, insegna ai più piccoli (e soprattutto ai ragazzi più grandi) su come ci si comporta, a convogliare le proprie energie nei guantoni anziché nelle violenze di strada e soprattutto insegna un lavoro a chi ha finito di studiare (o che non può studiare).

                                                                                                    Sparring

Infatti Hassan ha iniziato da qualche anno a coinvolgere professionisti in vari settori (come ad esempio falegnameria) e ha aggiunto alla palestra anche una sorta di istituto professionale, dove i giovani possono apprendere un mestiere. L’unico ostacolo è trovare maestri a sufficienza che possano supportare il progetto di Hassan. Ma “baaba” è un vulcano di iniziative: molte scuole di boxe professionistiche pescano tra i suoi atleti migliori ma Hassan non vuole limitarsi a essere una scuola di base e vuole le sue medaglie – ecco che nasce l’idea di costruire una palestra-scuola in cui poter crescere come piccoli professionisti e Hassan si avvia alla costruzione di una nuova palestra in zona Namboole, vicino allo stadio della nazionale di calcio.

Piccolo allievo

Tra preghiere e guantoni, la vita di Hassan gira proprio attorno a Naguru: quando chiedi “Ma perché fai tutto questo, coach?”, Hassan non esita un secondo: Qui c’è troppa povertà. Ho sempre vissuto qui, dove anche mio padre s’impegnava a dare speranza ai bambini dello slum. Per tutti era “baaba”, ma adesso “baaba” sono io, ho un dovere verso questi ragazzi. E i ragazzi rispondono pieni di sogni. Miro, Charles e Farouk (che hanno tutti meno di 23 anni) guardano al futuro e sognano di diventare professionisti fra una decina di anni.

Farouk

Albert, fra gli atleti più grandi (28 anni) scalpita e non vede l’ora di salire di categoria. Hakim, uno dei ragazzi più giovani fra coloro che allenano tutti i giorni, sogna di tornare a studiare. Tutti però sono d’accordo su una cosa: “Le lezioni di questi maestri sono preziosissime. La libertà e l’amore per lo sport che questa palestra esprime sono inestimabili”.

Pain is temporary, pride is forever

E tutti conoscono almeno una persona che è riuscita a uscire dal degrado e dalla delinquenza grazie agli insegnamenti dei fratelli Khalil. E c’è anche chi con la palestra ha riguadagnato fiducia nella vita dopo una tragedia: la storia di Bashir Ramathan, il boxer cieco, è anche finita sul New York Times qualche anno fa.

Charles

Preghiere e guantoni: Hassan, al mattino, chiama i fedeli alla preghiera dalla moschea di fronte casa sua, poi chiama tutti in palestra, a insegnare come si combatte fra sassi e polvere.

I gemelli Khalil

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Calcio

Calcio e Migranti, il Cefal United: “Calcio, linguaggio universale. All’integrazione preferiamo l’interazione”

Francesca Di Giuseppe

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Immigrazione, integrazione, accoglienza. Sono tre parole che sentiamo pronunciare ogni giorno nei Tg e tra la gente. Ragazzi, uomini, donne e intere famiglie che arrivano in Italia con la speranza di tornare a vivere e dimenticare le guerre e le carestie che colpiscono le loro terre.

Lampedusa è entrata nel cuore di tutti noi, è il centro pulsante degli sbarchi e dell’accoglienza ma in tutto il paese nascono centri e associazioni che ospitano e aiutano queste persone catapultate in una realtà completamente nuova.

Una di esse è la Cefal-Emilia Romagna (Lugo e Cotignola), Centro di formazione professionale che opera in diversi ambiti e con diverse iniziative come, per esempio, i Tandem Linguistici: ragazzi di diverse nazionalità che tutte le domeniche (ore 18) si incontrano in una birreria di Lugo per imparare il francese, l’inglese e l’italiano. Un momento di confronto socio-culturale al quale partecipano: richiedenti asilo, ragazze straniere “alla pari”, ragazzi inglesi e lughesi interessanti a imparare le lingue straniere.

Poi c’è un altro progetto che la Cefal ha organizzato per creare coesione: Cefal United è la squadra di calcio composta da immigrati richiedenti asilo, iscritta al campionato Uisp calcio a 5 che conta 18 ragazzi tra i 18 e i 30 anni.

Abbiamo contattato il referente del progetto, Marco Scardovi per farci raccontare qualcosa in più.

Cefal United, come nasce l’idea di organizzare una squadra di calcio?

“Faccio una premessa: il Cefal nasce come centro di formazione professionale all’interno del quale i ragazzi sono impegnati alcuni a scuola altri in attività di volontariato. Organizziamo altresì diversi progetti di interazione socio-culturale rivolti a ragazzi richiedenti asilo politico tra questi, c’è anche l’ambito sportivo e soprattutto calcistico che è una delle discipline preferite infatti ci sono dei ragazzi tesserati in alcune squadre locali. A un certo punto però abbiamo pensato di creare un team tutto nostro per consentire a questi ragazzi di avere degli obiettivi di medio e lungo periodo; fare allenamenti settimanali e giocare la partita, nel tempo possono riuscire a restituire loro un po’ di fiducia e in se stessi e negli altri grazie proprio al confronto durante i match”.

In quale campionato siete iscritti?

“Al torneo Uisp calcio a 5. Una scelta che ha diverse ragioni: in primis la volontà di coinvolgere più ragazzi possibili, in secondo luogo per questioni logistiche in quanto il calcio a 11 ci avrebbe portato a trasferte troppo lunghe e impegnative mentre il nostro progetto punta all’allenamento quale fattore di crescita e formazione dello spirito di squadra. Il calcio a 5 ha infatti tempi diversi dal calcio a 11 ma il campionato è lungo, in 8 mesi avranno modo di creare interazione fra loro e con gli altri”.

Com’è composta la squadra?

“Abbiamo tre allenatori-calciatori italiani con ragazzi che provengono dall’Africa Sud Sahariana Occidentale che chiedono asilo politico”.


L’immigrazione, tema cado che divide. Voi avete scelto l’inclusione attraverso il calcio, perché?

“Perché il calcio parla un linguaggio universale ed è lo sport che piace a tutti. Quando si parla di immigrati e immigrazione, si usa spesso il termine integrazione. Io personalmente preferisco parlare di interazione, lo ritengo più idoneo in quanto parlare di ‘integrazione’ è come se presupponesse un peccato originale”.

I ragazzi, come hanno accolto la proposta di fare una squadra di calcio?

“Molto bene. Anzi, cominciano a vedersi dei risultati. Ogni giorno il loro pensiero è alle famiglie, ai figli e alla loro terra lontana; riuscire a dare un momento di svago, divertimento e serenità è importantissimo anche per ciò che riusciamo a trasmettere all’esterno”.

Il nome, Cefal United, ha una spiegazione?

“Spesso la molteplicità di etnie può creare tensione tra gli stessi ragazzi. Partendo dal fatto che il nostro primo intervento mira a creare interazione fra loro, la Cefal United nasce proprio per dare il senso di unità, di compattezza. Avevamo anche pensato di mettere nel nome un qualcosa di tipico del loro dialetto ma ci siamo ricreduti: sono talmente sottili a volte le differenze tra una paese e un altro che avremmo scontentato alcuni e favorito altri, ma non era questo lo spirito di squadra. Cefal United significa unità”.

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