Che tra Enes Kanter e Recep Erdogan non corra buon sangue non è certo una novità. Il centro turco, in forza agli Oklahoma City Thunder, da sempre si è opposto al presidente in carica, criticando apertamente la sua politica autoritaria e liberticida e appoggiando con forza il suo più strenuo antagonista, Fethullah Gulen. E questo atteggiamento di dissenso non solo non gli ha permesso né di tornare in patria né di vestire la maglia turca, ma ha anche provocato la reazione della sua famiglia, che nell’agosto scorso lo ha ufficialmente diseredato – una scelta probabilmente obbligata, visto il clima teso con cui dover convivere in patria -.

Ma l’aperta contestazione da parte di uno degli sportivi più in vista in Turchia non deve essere proprio andata giù al premier turco. E così, mentre sabato scorso sbarcava a Bucarest da Singapore, Kanter si è ritrovato col passaporto cancellato. Subito è stato bloccato dalle autorità romene e per un attimo si è temuto il peggio: c’era il rischio, concreto, che venisse spedito in territorio turco, dove sarebbe stato arrestato e processato in quanto nemico di Erdogan. Eppure, in quei momenti di paura, il centro dei Thunder ha pensato subito di rendere nota a tutti la sua delicata situazione, e in quale modo migliore se non con un video su Twitter?

Nel video il lungo di Okc si è espresso in modo molto duro: prima ha dichiarato di essere bloccato in aeroporto da ore, trattato alla stregua di un detenuto, poi si è scagliato contro Erdogan, il responsabile di tutto, definito l’Hitler del nostro secolo.

 Appena appresa la vicenda, si è immediatamente mobilitato lo staff dei Thunder, supportato dall’NBPA ( il sindacato dei giocatori), con l’obiettivo di riportarlo al più presto negli States. Inoltre, sono intervenuti anche i senatori dell’Oklahoma Jim Inhofe e James Lankford, che insieme al Dipartimento di Stato americano sono riusciti a farlo imbarcare in un aereo per Londra, in territorio sicuro.

 Una volta raggiunti gli Stati Uniti, Enes ha tenuto una conferenza stampa presso la sede dell’NBPA, dove ha ringraziato coloro che hanno permesso il suo rientro e ha raccontato i retroscena della vicenda. Nelle sue parole la paura era palpabile: se fosse stato mandato in Turchia probabilmente si sarebbero perse le sue tracce per sempre, visto che in territorio turco è virtualmente una persona inesistente.

Durante la conferenze ha poi continuato ad attaccare il premier Erdogan, ribadendo il paragone con Hitler e sottolineando come in Turchia, ora come ora, ci sia un regime a tutti gli effetti dittatoriale. Inoltre, il giocatore ha espresso un suo grande desiderio: ottenere la cittadinanza americana. “Ho la green card, spero che il processo sia più breve rispetto ai cinque anni previsti. In questo momento non ho una cittadinanza, ma nell’Oklahoma mi sento come a casa”.  

E quanto avvenuto a Kanter non è una novità. Negli ultimi mesi infatti è successo più volte che le autorità turche segnalassero come smarriti o cancellati passaporti di dissidenti politici, così che venissero fermati alle dogane e spediti in Turchia. Una prassi ben congeniata, per riportare in patria gli oppositori al regime. E non è neanche la prima volta che uno sportivo turco riceve un trattamento simile. Emblematico è stato il caso di Hakan Sukur: in forza anche all’Inter e al Parma, l’attaccante turco era diventato un idolo in patria, dopo la conquista della Coppa Uefa del 2000 con la maglia del Galatasaray.  Un evento storico, ma che è passato in secondo piano da quando Sukur si è apertamente opposto ad Erdogan – da politico nelle file dell’AKP -, subendo un lento e progressivo oscuramento della sua immagine pubblica. Al punto da essere prima chiamato in giudizio per insulti rivolti a Erdogan su Twitter, poi accusato di aver preso parte al tentato colpo di stato del luglio scorso e quindi incriminato. E malgrado l’ex attaccante, emigrato negli States, si sia sempre dichiarato innocente e abbia aspramente condannato il fallito golpe, ora più nessuno in Turchia ricorda le sue magie in campo, ma viene ritenuto un nemico pubblico da arrestare e imbavagliare.

E adesso, privati dei loro passaporti, sia Sukur che Kanter non hanno neanche la possibilità di lasciare gli Stati Uniti. Il che danneggia molto il lungo dei Thunder, impossibilitato a promuovere in prima persona la sua Fondazione Kanter. Una fondazione che si occupa di fornire cibo e vestiti ai meno abbienti, per la quale il centro era in tour. Dopo la Romania, infatti, lo aspettava la Danimarca, la Norvegia e la Svizzera. Purtroppo, finchè non gli verrà concessa la cittadinanza americana, non potrà andare all’estero. Una situazione difficile da digerire, ma per come si era complicata la vicenda, Enes non può che ritenersi fortunato.

 

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