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Calcio

Emigrante Fútbol Club: 10 squadre fondate da italiani in Australia

Valerio Curcio

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L’Australia è certamente il paese che ospita il maggior numero di squadre di calcio fondate di emigrati italiani. Dopo aver passato in rassegna Brasile e Argentina, in questa terza tappa di Emigrante Fútbol Club scopriremo alcuni dei principali club italiani fondati dall’altra parte del mondo, senza la velleità di volerli elencare tutti né di ricostruire dettagliatamente la complicata storia di squadre che hanno contribuito enormemente allo sviluppo del movimento calcistico in Oceania.

 MARCONI STALLIONS

1-marconiNel 1956 più di cento membri della comunità italiana della Western Sidney fondarono il “Club Marconi”, circolo sportivo principalmente dedito alle bocce e intitolato all’uomo che “connesse l’Australia col resto del mondo”. Pochi anni dopo il club si dotò anche di una squadra di calcio, che negli anni ’70 vinse più volte la massima serie del New South Wales, massimo trofeo raggiungibile in assenza di una competizione nazionale.
Nel 1977 i Marconi Stallions fondarono assieme ad altre tredici squadre la National Soccer League, primo campionato di calcio a livello nazionale in Australia, nel quale giocarono fino alla sua dissoluzione nel 2004.  Lo vinsero per quattro volte, avvalendosi per decenni del sostegno di alcune migliaia di tifosi.

Tra gli aneddoti che più recentemente hanno legato gli Stallions all’Italia, va certamente citata la militanza nel club di Roberto Vieri e del figlio Christian: il primo all’età di 33 anni andò a chiudere la carriera in Australia, il secondo invece giocò le prime partite a calcio proprio con il club italo-australiano.

Oggi gli Stallions giocano in terza divisione. Le rivalità più sentite sono quelle contro i greci del Sidney Olyimpic e i croati del Sydney United 58, ma riscuote grande seguito anche il derby contro le “tigri” italiane dell’APIA Leichhardt.

A.P.I.A. LEICHHARDT TIGERS

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L’Associazione Polisportiva Italo-Australiana fu fondata nel 1954 a Leichhardt, a Sidney, dove è ancora di base. Sul proprio sito si definisce un club di origine italiana, con influenze inglesi e scozzesi. Come gli Stallions, anche l’APIA ha primeggiato alcune volte nel campionato regionale, fino alla nascita della NSL, che ha vinto solo nel 1987. Il club può vantarsi di essere l’unica squadra di calcio dell’Oceania ad essere regolarmente invitata da 15 anni al Torneo di Viareggio. Purtroppo per loro, l’edizione 2017 sarà la prima a cui non parteciperanno, per via del contrasto tra il calendario locale e la prestigiosa competizione giovanile.

BALCATTA FC

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Nel 1977 un gruppo di giovani siciliani iniziò a ritrovarsi la domenica pomeriggio per giocare a pallone nel parco della chiesa di St. Lawrence a Balcatta, nei sobborghi di Perth. Nel giro di poco tempo crebbe sia il numero di aspiranti calciatori che quello degli spettatori, tanto da indurre i ragazzi a fondare un vero e proprio club. Quasi tutti i calciatori erano originari di Ucria, un piccolo comune montano in provincia di Messina, pertanto si decise che il simbolo della squadra sarebbe stato l’Etna.

Nacque così il Balcatta Etna Soccer Club, che oggi ha perso la connotazione italiana nel nome (Balcatta è infatti il nome aborigeno della zona), ma non nello stemma e soprattutto nella gestione del club. Basta dare un rapido sguardo al consiglio direttivo per rendersene conto: Carlino, Poncini, Alessandrino, D’Orazio, Luca, Scaravaci, D’Alonzo, Petrilli, Pergoloni, D’Opera, Valentino sono tutti cognomi che ancora testimoniano l’identità italiana degli “etnei d’Australia”.

Nel 1987 il Balcatta si fuse con il Perth Azzurri e l’East Fremantle Tricolore per dar vita al Perth Italia Soccer Club: tuttavia, la triplice squadra italiana non fu accettata nella divisione nazionale, al che seguì la fuoriuscita dei siciliani.

ESSENDON ROYALS 

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Nel 1959 un numeroso gruppo di triestini residenti ad Essendon, sobborgo di Melbourne, fondò l’Unione Sportiva Triestina Soccer Club. Maglia, stemma e colori ricalcavano perfettamente quelli dell’omologa squadra italiana. In seguito a numerose fusioni il club ha perso il nome originale, ma mantiene un’identità visiva strettamente legata alla squadra alabardata.

MERRIMAC FC

5-merrimac

Nel 1962 l’italiano Tony Cecco arrivò in Australia a bordo della nave “Flaminia”. Per i primi anni tagliò la canna da zucchero come tanti suoi connazionali, per poi dedicarsi alla costruzione di ponti nello stato del Queensland. Una decina di anni dopo Tony si iscrisse al Broadbeach Soccer Club nella città di Goald Coast, nel quale giocavano numerosi italiani, ma già nel 1975 decise di fondare una squadra di identità marcatamente italiana. Il 7 giugno del 1976 un gruppo di 27 italiani fondava il Goald Coast Italo-Australian Club, con un capitale iniziale di 270 dollari. Oggi il Merrimac ha preso il nome dalla zona della città in cui è situato, ma, come si legge dal sito, rivendica ancora le proprie radici: “Il nostro passato e le nostre radici etniche saranno sempre onorati e ricordati, perché fanno parte della nostra storia”.

 SORRENTO FC

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Anche se non fondato direttamente da italiani, il club merita una menzione almeno per il nome. Fu infatti creato nel 1972 dai genitori degli alunni della scuola primaria “Sorrento”, che a sua volta prende il nome dalla zona di Perth in cui si trova. Non è tuttavia certo se siano stati degli italiani a dare il nome di Sorrento al sobborgo. Oggi The Gulls (i gabbiani) si sono spostati in un’altra zona e annoverano anche qualche atleta di origine italiana.

SUBIACO AFC

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Come il Sorrento, anche questo club rappresenta una zona di Perth dal nome italiano. Tuttavia, abbiamo informazioni più precise sull’origine del toponimo. Nel 1851 un gruppo di monaci benedettini fondò New Subiaco, in onore del comune italiano in cui visse per oltre trent’anni San Benedetto, con cui è tuttora gemellato. I monaci iniziarono a coltivare l’olivo, che è ancora presente nello stemma della città. Il club di calcio fu fondato nel 1909 da immigrati inglesi e scozzesi, ma annoverò sin da subito anche italiani tra le proprie fila. D’altronde, sullo stesso sito della squadra è spiegato che i colori adottati dal Subiaco AFC sono quelli dell’AS Roma, in quanto club di più vicino alla città italiana di Subiaco.

ADELAIDE CITY – BRUNSWICK ZEBRAS – MORELAND ZEBRAS

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Queste tre squadre, fondate tutte negli anni ’40, si rifanno a quello che è indiscutibilmente il club italiano più copiato all’estero, la Juventus. Tutte e tre nacquero col nome di Juventus, che hanno poi perso in favore del nome della località in cui operano.  L’Adelaide City, la più vittoriosa tra le tre bianconere, ha vinto la NSL tre volte tra gli anni ’80 e ’90 e la OFC League, ovvero la Champions League dell’Oceania, nel 1987. Ha inoltre organizzato un campo estivo in collaborazione con la Juventus di Torino.

A fini di completezza, elenchiamo alcune squadre rimaste fuori dall’elenco. Oltre ai già citati Perth Azzurri (oggi Perth SC) ed East Fremantle Tricolore, mancano all’appello: gli University Azzurri di Darwin, fondati nel 1994 come Darwin Azzurri; il Brisbane City FC, il cui stemma non lascia spazio ad interpretazioni; il Werribee City FC, nato come club di bocce nel 1960; gli Adelaide Blue Eagles, nati come Napoli SC nel 1958; e infine il Bayswater City SC, frutto della sacrilega fusione tra i nerazzurri del Lathlain Meazza e i bianconeri del Rosemount Juventus.

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Santiago Ascacibar, un “russo” in Germania per la rinascita dell’Argentina

Massimiliano Guerra

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Uno  dei migliori centrocampisti della scorsa stagione, una delle possibili stella della prossima Bundesliga. Di chi parliamo? Del mediano dello Stoccarda Santiago Ascacíbar. Classe 1997 nato a La Plata, Ascacibar muove i suoi primi passi nell’Estudiantes, sua squadre del cuore. Mediano dal cuore d’acciaio Ascacibar arriva poi allo Stoccarda quasi a sorpresa la scorsa estate, perché tanti club europei avevano messo gli occhi su questo giovane argentino.

 

Ascacibar è diventato così la scorsa estate il 44esimo argentino a giocare nella Bundesliga. Un bel salto nel buio per un giocatore cosi giovane, arrivare in Europa in una realtà diametralmente opposta rispetto a quella in cui ha vissuto sempre. Eppure Ascacibar si è ambientato subito diventando un perno insostituibile del centrocampo dello Stoccarda con il quale ha collezionato 29 presenze (senza mai segnare) portando la sua squadra ad un tranquilla salvezza. El Ruso, per il suo colore di capelli molto chiaro, è il classico  volante argentino, il centrocampista che deve sia impostare che difendere ed è fondamentale nelle tattiche sudamericane. Ovviamente una volta arrivato in Germania ha dovuto adattare il suo gioco alla realtà europea. Un passaggio avvenuto velocemente senza grossi traumi. Ascacibar è un giocatore giovane ma dalla maturità impressionante. Quando lo si vede in campo sembra un veterano, non un giovane ragazzo argentino sbarcato in Europa da meno di un anno. Che il Ruso fosse comunque un giocatore diverso dagli altri lo si vedeva già dai primi passi calcistici: ”Già da bambino era un fanatico dell’allenamento, ossessionato sin da piccolo nel migliorare la sua tecnica e svolgere gli allenamenti giornalieri”, parla così di lui Omar Rulli, suo allenatore nelle giovanili dell’Estudiantes  (inoltre padre di Geronimo, futuro portiere di Estudiantes e Real Sociedad) che convinse la dirigenza del club a puntare su questo ragazzino  che a 9 anni aveva già la grinta e la tenacia dei grandi campioni.

Da quel momento Ascacibar non deluse mai le aspettative e scalò mano a mano tutte le squadre giovanili fino ad arrivare alla prima squadra dove strega letteralmente l’allenatore el pincha Nelson Vivas che lo definisce “Un giovane con la testa da vecchio”. Sì perché Ascacibar non pensa solo al calcio ma mentre arriva nel calcio dei grandi riesce anche a intraprendere gli studi di antropologia all’Università. Un segno questo che fa capire come sia diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei che arrivano alle luci della ribalta. L’8 febbraio del 2016 contro il Lanus, Ascabibar fa il suo esordio tra i grandi e si conquista con grande rapidità la maglia da titolare: in tutto, sono 50 le presenze del Ruso in un anno e mezzo, senza neanche segnare un gol. Perchè segnare non è il compito del volante argentino, che è riuscito in 18 mesi a trasformarsi, da giovane delle filiales che era, in leader del centrocampo. La garra del Ruso, si fa notare sia nell’Olimpica argentina (3 presenze a Rio 2016, da giocatore tremendamente sottoetà in un torneo U23), sia nella Nazionale U20, della quale è diventato subito il capitano: nella piccola Albiceleste Ascacibar ha giocato 11 gare, segnando una rete e guidando i suoi compagni sia nel Sudamericano Sub-20 che nel  Mondiale di categoria.

Una crescita repentina che lo ha portato poi in Germania. Lo Stoccarda nella scorsa estate ha sborsato 8,5 milioni di euro per averlo, sfruttando l’indecisione dello Zenit, allora guidato da Roberto Mancini. Un affare per il club tedesco dato che ora il valore dell’argentino è praticamente raddoppiato e tutto fa pensare che nella prossima stagione possa aumentare ancora. A Stoccarda lo sperano tutti.

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Se non fosse ancora chiaro

Ettore zanca

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Bisogna essere precisi. Se si dicono le cose vanno dette con estrema chiarezza.
C’è per ora la querelle (giusto per restare in tema Francia) che i giocatori della nazionale francese che hanno vinto il mondiale siano in gran parte di origine africana.
A nulla è servito dire più volte che tutti i giocatori sono nati in Francia. Per cui sono francesi. A questo punto almeno, cerchiamo di essere dettagliati. Lo hanno vinto gli africani? No, non solo.

Hugo Lloris, portiere, ha origini catalane.
Olivier Giroud, attaccante è per parte italiano, la nonna è nata in Italia.
Alphonse Areola, portiere di riserva ha origini Filippine.
Raphael Varane è originario della Martinica.
E…udite udite, Antoine Griezmann non è francese purosangue. Il nonno, Amaro Lopes è portoghese. Ex calciatore anche lui.
Non vi basta?

Nel 1998, quando Facebook non c’era, la Francia vinse il mondiale con Zidane, origini algerine, Karembeu, Nuova Caledonia, Thuram, Guadalupa, e infine Djorkaeff. Armeno per parte di madre e russo di Calmucchia per parte di padre.
Dimenticavo. Tralasciamo i mondiali italiani vinti con gli oriundi, ovvero coloro che hanno avuto parenti in Italia ma non ci sono nati. 4 nel 1934, 1 nel 1938, altri 4 nel 1962 (dove abbiamo fatto pena) e uno determinante nel 2006.

Non parliamo di Svizzera, che conta tre kosovari e molto altro. Oppure Russia, che ha schierato un brasiliano.

Quindi le strade sono due. O non diciamo più che il mondiale lo ha vinto l’Africa, perché sono francesi e orgogliosi di esserlo, oppure, per la vis polemica che non smette mai, almeno aggiornate la cartina. Il mondiale lo hanno vinto: Africa, Catalogna, Portogallo, Filippine e anche un po’ d’Italia. E che diamine. Almeno siamo campioni del mondo grazie alla nonna di Giroud.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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