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Elogio di Federico Bernardeschi, l’ultimo 10 italiano

Federico Mariani

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Secondo la simbologia il numero 10 corrisponde alla tetraktys pitagorica, ovverosia la somma dei primi quattro numeri naturali – somma teosofica – che geometricamente si dispone come un triangolo equilatero. A dimostrazione dell’importanza che il simbolo aveva per Pitagora, la sua scuola portava questo nome e i suoi discepoli prestavano giuramento sulla tetraktys. Il 10 illustra l’eterno ricominciare, esprime la totalità, il compimento, la realizzazione finale.

Nel mondo pallonaro il 10 ha un significato trascendentale, è un marchio inequivocabile che racchiude anche una responsabilità. Con l’evoluzione del calcio globale le peculiarità classiciste del 10 stanno scomparendo, osteggiate da un Gioco spinto alla spasmodica ricerca di fisicità e velocità. Estro e fantasia sono ormai soggiogate dall’aggressività dei vari 4-3-3 dove tutti devono attaccare ma anche difendere.

Si sta intristendo in questa spirale figlia dell’abuso tattico anche Federico Bernardeschi, l’ultimo vero 10 prodotto dalla scuola italiana, il solo 10 che resterà quando il tempo, tiranno, costringerà alla resa Francesco Totti. C’è qualcosa di artistico e decadente nel fantasista viola, un talento che va difeso e lasciato libero, custodito ed esaltato, come ogni cosa bella e rara.

Paulo Sousa – allenatore della Fiorentina e probabilmente l’uomo più importante finora nella carriera di Bernardeschi – qualche giorno fa ha scatenato un putiferio mediatico dichiarando senza troppi giri di parole che Firenze sta stretta alle qualità di Federico, meritevoli di altri palcoscenici e soprattutto mire più alte. Il tecnico portoghese, dopo una prima parte di stagione sensazionale lo scorso anno, si è ingrigito, involuto, presumibilmente dopo aver compreso che le sue nobili ambizioni divergevano con quella della famiglia Della Valle più pragmatiche e umili. Quelle di Sousa sono parole giuste provenienti tuttavia dalla persona sbagliata, o meglio dal ruolo sbagliato. La macchina Viola si è inceppata, rallentata, opacizzata. In tutto ciò Bernardeschi ha comunque elevato il suo rango a quello di titolare inamovibile, ma con modalità che forse lo penalizzano e che senz’altro lo limitano.

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La Fiesole stravede per Bernardeschi e non potrebbe essere altrimenti quando il senso d’appartenenza si mischia con la soddisfazione di aver cresciuto in casa un ragazzo passato attraverso tutta la trafila delle giovanili fino alla prima squadra. Federico, nato a Carrara come Gigi Buffon, comincia a vestire in viola nel 2004 partendo dai pulcini e attraversa tutte le categorie “under” fino alla primavera. Nel 2013 viene spedito sapientemente a Crotone, probabilmente la miglior scuola svezza-talenti nel delicato limbo tra fine del settore giovanile ed esordio in Serie A. Un percorso sostanzialmente gemello a quello compiuto da Florenzi. In B è protagonista di una stagione straordinaria: 38 presenze, 12 gol e 7 assist. I numeri (e Montella) dicono che sì, Bernardeschi è pronto per tornare a casa. Alla prima europea della Viola Federico entra a 20’ dalla fine, libera il sinistro da fuori area con disarmante naturalezza e sigilla la vittoria contro il Guingamp. Il ragazzo non accusa per niente il colpo dell’impatto col grande calcio, anzi. A fine novembre, però, la frattura del malleolo lo costringe all’operazione e a sei mesi lontano dai campi.

http://dai.ly/x267xdk

Il primo gol in Viola è una roba così

Nel 2015 la Fiorentina cambia allenatore e Bernardeschi cambia numero passando dallo scialbo 29 – già indossato a Crotone – all’attuale 10, un numero nobilitato a Firenze da gente come Antognoni e Baggio, ma anche violentato da altri come Ruben Olivera e Santiago Silva. Col 10 sulle spalle e Sousa in panchina Bernardeschi si prende la Fiorentina tanto che a fine anno il tabellino presenze recita 41 e a giugno arriva pure la chiamata di Conte per gli Europei francesi, elemento non propriamente trascurabile.

La stagione 2015/2016

Se da una parte Sousa ha il grande merito d’aver puntato senza riserve su Bernardeschi, dall’altra è impossibile non fargli una colpa per averlo decentrato e, soprattutto, arretrato. È criminoso veder relegato un giocatore con le qualità del 10 viola sulla fascia gravandolo di quei compiti di copertura che dovrebbero restare sconosciuti a chi adopera la fantasia anziché il fisico per edificare le proprie fortune. Per caratteristiche Bernardeschi può e deve giocare al centro, vicino alle punte, nella naturale posizione del trequartista. Per evenienza può essere decentrato sulla destra, dove ha giocato gran parte della sua carriera, ma per sfruttarne le incredibili doti di tiratore e non per fungere da terzino aggiunto. Nella mediocre stagione della Fiorentina, Federico ha comunque raccolto 7 gol in 14 presenze in Serie A – una media leggermente superiore a quella del Pipita Higuain per fare un parallelo – grazie principalmente a un mancino di eleganza ed efficacia superiori, una qualità ma soprattutto una facilità di tiro che ha pochi eguali in Europa.

L’Italia vanta una gloriosa tradizione di numeri 10: da Rivera a Totti, da Baggio a Del Piero passando per Cassano: talenti puri, geni del Gioco. Pensare che l’ultimo ad aver indossato il 10 in azzurro è stato Thiago Motta risulta quantomeno grottesco, quasi offensivo perché i numeri spesso lasciano il tempo che trovano, ma certe maglie hanno un significato più ampio di una mera cifra. Bernardeschi gioca, pensa ed è un 10. Snaturarlo è un delitto estetico – ma anche pratico – che Sousa e la Fiorentina non possono permettersi.

 

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2 Commenti

2 Comments

  1. simone

    dicembre 11, 2016 at 8:38 pm

    Lo accoglieremo al Milan a braccia aperte….

    grazie,

  2. marco franchini

    dicembre 12, 2016 at 10:31 am

    Ho appena letto con grande piacere l’articolo di F. Mariani. Un piacere duplice, perché nato dal taglio letterario e colto (non guasta davvero, ricordo che Brera era maestro anche nel lasciar cadere con noncuranza “briciole” di cultura storica) nonché dai contenuti sportivi. Ho settant’anni e serbo il ricordo, ancor vivido, di certi Schiaffino e Rivera e delle loro evoluzioni sulla tre quarti. Si potrà comprendere il mio entusiasmo, anche se collegato a un calcio fané, per quanto ho letto su Bernardeschi.
    Sentitamente ringrazio.
    Marco Franchini

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Calcio

Santiago Ascacibar, un “russo” in Germania per la rinascita dell’Argentina

Massimiliano Guerra

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Uno  dei migliori centrocampisti della scorsa stagione, una delle possibili stella della prossima Bundesliga. Di chi parliamo? Del mediano dello Stoccarda Santiago Ascacíbar. Classe 1997 nato a La Plata, Ascacibar muove i suoi primi passi nell’Estudiantes, sua squadre del cuore. Mediano dal cuore d’acciaio Ascacibar arriva poi allo Stoccarda quasi a sorpresa la scorsa estate, perché tanti club europei avevano messo gli occhi su questo giovane argentino.

 

Ascacibar è diventato così la scorsa estate il 44esimo argentino a giocare nella Bundesliga. Un bel salto nel buio per un giocatore cosi giovane, arrivare in Europa in una realtà diametralmente opposta rispetto a quella in cui ha vissuto sempre. Eppure Ascacibar si è ambientato subito diventando un perno insostituibile del centrocampo dello Stoccarda con il quale ha collezionato 29 presenze (senza mai segnare) portando la sua squadra ad un tranquilla salvezza. El Ruso, per il suo colore di capelli molto chiaro, è il classico  volante argentino, il centrocampista che deve sia impostare che difendere ed è fondamentale nelle tattiche sudamericane. Ovviamente una volta arrivato in Germania ha dovuto adattare il suo gioco alla realtà europea. Un passaggio avvenuto velocemente senza grossi traumi. Ascacibar è un giocatore giovane ma dalla maturità impressionante. Quando lo si vede in campo sembra un veterano, non un giovane ragazzo argentino sbarcato in Europa da meno di un anno. Che il Ruso fosse comunque un giocatore diverso dagli altri lo si vedeva già dai primi passi calcistici: ”Già da bambino era un fanatico dell’allenamento, ossessionato sin da piccolo nel migliorare la sua tecnica e svolgere gli allenamenti giornalieri”, parla così di lui Omar Rulli, suo allenatore nelle giovanili dell’Estudiantes  (inoltre padre di Geronimo, futuro portiere di Estudiantes e Real Sociedad) che convinse la dirigenza del club a puntare su questo ragazzino  che a 9 anni aveva già la grinta e la tenacia dei grandi campioni.

Da quel momento Ascacibar non deluse mai le aspettative e scalò mano a mano tutte le squadre giovanili fino ad arrivare alla prima squadra dove strega letteralmente l’allenatore el pincha Nelson Vivas che lo definisce “Un giovane con la testa da vecchio”. Sì perché Ascacibar non pensa solo al calcio ma mentre arriva nel calcio dei grandi riesce anche a intraprendere gli studi di antropologia all’Università. Un segno questo che fa capire come sia diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei che arrivano alle luci della ribalta. L’8 febbraio del 2016 contro il Lanus, Ascabibar fa il suo esordio tra i grandi e si conquista con grande rapidità la maglia da titolare: in tutto, sono 50 le presenze del Ruso in un anno e mezzo, senza neanche segnare un gol. Perchè segnare non è il compito del volante argentino, che è riuscito in 18 mesi a trasformarsi, da giovane delle filiales che era, in leader del centrocampo. La garra del Ruso, si fa notare sia nell’Olimpica argentina (3 presenze a Rio 2016, da giocatore tremendamente sottoetà in un torneo U23), sia nella Nazionale U20, della quale è diventato subito il capitano: nella piccola Albiceleste Ascacibar ha giocato 11 gare, segnando una rete e guidando i suoi compagni sia nel Sudamericano Sub-20 che nel  Mondiale di categoria.

Una crescita repentina che lo ha portato poi in Germania. Lo Stoccarda nella scorsa estate ha sborsato 8,5 milioni di euro per averlo, sfruttando l’indecisione dello Zenit, allora guidato da Roberto Mancini. Un affare per il club tedesco dato che ora il valore dell’argentino è praticamente raddoppiato e tutto fa pensare che nella prossima stagione possa aumentare ancora. A Stoccarda lo sperano tutti.

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Se non fosse ancora chiaro

Ettore zanca

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Bisogna essere precisi. Se si dicono le cose vanno dette con estrema chiarezza.
C’è per ora la querelle (giusto per restare in tema Francia) che i giocatori della nazionale francese che hanno vinto il mondiale siano in gran parte di origine africana.
A nulla è servito dire più volte che tutti i giocatori sono nati in Francia. Per cui sono francesi. A questo punto almeno, cerchiamo di essere dettagliati. Lo hanno vinto gli africani? No, non solo.

Hugo Lloris, portiere, ha origini catalane.
Olivier Giroud, attaccante è per parte italiano, la nonna è nata in Italia.
Alphonse Areola, portiere di riserva ha origini Filippine.
Raphael Varane è originario della Martinica.
E…udite udite, Antoine Griezmann non è francese purosangue. Il nonno, Amaro Lopes è portoghese. Ex calciatore anche lui.
Non vi basta?

Nel 1998, quando Facebook non c’era, la Francia vinse il mondiale con Zidane, origini algerine, Karembeu, Nuova Caledonia, Thuram, Guadalupa, e infine Djorkaeff. Armeno per parte di madre e russo di Calmucchia per parte di padre.
Dimenticavo. Tralasciamo i mondiali italiani vinti con gli oriundi, ovvero coloro che hanno avuto parenti in Italia ma non ci sono nati. 4 nel 1934, 1 nel 1938, altri 4 nel 1962 (dove abbiamo fatto pena) e uno determinante nel 2006.

Non parliamo di Svizzera, che conta tre kosovari e molto altro. Oppure Russia, che ha schierato un brasiliano.

Quindi le strade sono due. O non diciamo più che il mondiale lo ha vinto l’Africa, perché sono francesi e orgogliosi di esserlo, oppure, per la vis polemica che non smette mai, almeno aggiornate la cartina. Il mondiale lo hanno vinto: Africa, Catalogna, Portogallo, Filippine e anche un po’ d’Italia. E che diamine. Almeno siamo campioni del mondo grazie alla nonna di Giroud.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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