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Elisa Zucchiatti-Martinelli, la signora del Carrom

Francesco Beltrami

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Un tavolo di legno quadrato con quattro buche agli angoli, 19 pedine colorate, 9 bianche, 9 nere e una Regina rossa, uno striker, cioè una pedina battente, nelle mani di ciascun giocatore, questi gli ingredienti indispensabili per giocare a Carrom. Scopo del gioco imbucare tutte le proprie pedine prima che lo faccia l’avversario, prestando attenzione alle particolari regole che riguardano la Regina.

Vedendolo praticare per la prima volta le quattro buche agli angoli, i tiri di sponda, la tattica di gioco, fanno subito venire in mente similitudini col biliardo, ed è vero, al punto che in alcune nazioni il gioco è chiamato finger billiard. In realtà il Carrom ha antiche origini orientali, e la sua patria è l’India. Per parlare di questo gioco abbiamo intervistato Elisa Zucchiatti-Martinelli, che del Carrom è stata ed è: giocatrice, organizzatrice di eventi, dirigente federale, fino alla vicepresidenza della Federazione Internazionale, carica che ricopre attualmente, ed è stata per dodici anni segretaria delle Federazione Europea. Insieme al marito Paolo ha importato questo gioco in Italia venticinque di anni fa.

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Elisa dunque parliamo del Carrom. Che origini ha il gioco che vediamo praticare oggi?

Orientali, specificatamente indiane, piuttosto remote nel tempo. Il gioco che vediamo oggi è stato codificato negli anni Cinquanta, quando i rappresentanti delle regioni dell’India riuscirono ad accordarsi per un regolamento unico. Prima ogni provincia lo praticava con le sue varianti locali. Un po’ come le bocce da noi.

In Italia e in Europa come arriva?

Attraverso i paesi anglosassoni, portato dagli indiani che sono venuti a risiedere in Europa per via dell’appartenenza al Commonwealth. Le prime federazioni nazionali europee risalgono agli anni Ottanta, la Federazione Europea al 1994 con l’Italia membro fondatore.

Durante un viaggio in India nel 1990 mio marito Paolo ed io abbiamo visto praticare questo sport e ce ne siamo innamorati. Lui ex calciatore con tanti problemi di lesioni ai legamenti, se ne è appassionato particolarmente in quanto si trattava di una attività che poteva praticare senza sforzo fisico ma che richiedeva comunque abilità manuali per eseguire i tiri, a differenza ad esempio di dama e scacchi che interessano esclusivamente le abilità mentali.

Abbiamo importato i primi tavoli e iniziato a propagandarlo partecipando a ogni genere di fiere in tutta Italia. Abbiamo poi scoperto che c’era un gruppo a Rovereto che lo aveva scoperto autonomamente da noi e lo praticava. Sono nati i primi tornei con noi romani, poi hanno iniziato a Milano e in diverse altre località, ultimamente è molto attivo il club di Verona. Successivamente ci ha molto aiutati nello sviluppo il diffondersi della rete web. Il sito della Federazione Italiana Carrom è il più vecchio portale al mondo dedicato a questo gioco, lo abbiano aperto nel 1995.

Oltre che dirigente e promoter so che sei anche giocatrice.

Sì, dall’inizio. Io e mio marito nel 1995 grazie alla Federazione britannica abbiamo avuto la fortuna di essere invitati ai Mondiali in Sri Lanka, e lì abbiamo scoperto la realtà dei professionisti indiani. Uno shock all’inizio, ci siamo resi conto che la differenza di livello con noi europei era enorme. Tornati a casa, di concerto con le altre federazioni europei allora esistenti, Gran Bretagna, Svizzera Germania e Francia abbiamo fatto nascere i Campionati Europei, per crescere e per giocare partite internazionali senza doverci confrontare coi “marziani” indiani.

In India e Sri Lanka l’attività è professionistica, ci sono molti giocatori pagati per praticare il Carrom che si allenano ore e ore al giorno in vista dei tornei principali, da noi si tende un po’ di più a prepararsi la sera al pub con anche una birra… insomma seriamente ma dando un po’ più di spazio alla componente ludica.

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Gli Europei hanno poi fatto strada?

Certo, molta. Il prossimo anno organizzeremo dal 27 al 31 luglio la ventunesima edizione proprio in Italia a San Michele all’Adige. Ci aspettiamo di superare il record di 120 partecipanti al singolo stabilito quest’anno a Praga, e, oltre che dai paesi fondatori che ti ho elencato prima, arriveranno  atleti da Repubblica Ceca, Spagna, Polonia, Svezia e Serbia. Con dieci, forse undici nazioni nella prova a squadre. Sarà la quarta volta che gli Europei saranno ospitati in Italia.

Anche da noi il Carrom svolge funzioni di integrazione fra popoli?

Ha molto avvicinato gli italiani che lo praticano alla comunità srilankese e indiana. Lo scorso 24 e 25 settembre a Roma organizzata dallo Sri Lanka Carrom Master Roma si è disputata la quindicesima edizione della Sri Lanka Cup, manifestazione di doppio che coinvolge i giocatori della comunità srilankese di Roma e giocatori italiani e che viene vissuta come una festa con degustazione di prodotti tipici di quelle terre. Molti giocatori originari dello Sri Lanka iniziano ad avere passaporto italiano e sono entrati a far parte della nostra Nazionale, tre di loro faranno parte della formazione  che schiereremo ai prossimi Mondiali di Birmingham.

I Mondiali in Europa?

Dal 5 all’ 11 novembre appunto a Birmingham, capita raramente che si giochi a tale livello in Europa, dunque sarà un occasione importante. Il campione uscente è Fernando Nishanta, che ha vinto a casa sua in Sri Lanka nel 2012, i Mondiali si disputano ogni quattro anni, primo Campione del Mondo non indiano.

Il Carrom è praticato anche dai diversamente abili?

Si presta molto. Chi avesse problemi agli arti inferiori può giocare assolutamente alla pari coi normodotati, si gioca da seduti utilizzando solo le braccia. Non siamo però finora riusciti a farci sufficientemente conoscere dalle associazioni che seguono lo sport paralimpico e ci piacerebbe far di più in questo settore.

Carrom e donna?

Binomio molto solido in Oriente, dove le ragazze giocano tornei loro dedicati, più che altro per questione di numeri troppo grandi visto che il Carrom si gioca alla pari anche fra sessi diversi. In un ipotetica classifica mondiale unificata la campionessa mondiale femminile sarebbe tranquillamente nelle prime dieci posizioni. In Europa invece siamo poche. Agli ultimi campionati continentali su 120 partecipanti circa quindici erano donne. Ai prossimi Mondiali di Birmingham per la prima volta potremo schierare una squadra femminile mista, ne farò parte insieme a ragazze polacche e tedesche e potremo finalmente disputare anche noi nazioni che non abbiamo numeri sufficienti per far da sole,  la gara per i Team.

Quindi un grazie ad Elisa Zucchiatti-Martinelli per averci fatto da guida nel mondo del Carrom e noi di iogiocopulito cercheremo nei prossimi mesi di  seguire gli sviluppi dell’organizzazione degli Europei numero 21 a San Michele all’Adige.

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  1. Paolo

    ottobre 10, 2016 at 10:23 am

    Molto interessante

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Wilma Rudolph, la Gazzella Nera che conquistò Berruti e l’Italia

Simone Nastasi

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Per i 79 anni compiuti oggi dalla Leggenda Livio Berruti, vi raccontiamo della sua amicizia con un altro pilastro della storia dello Sport, Wilma Rudolph, con le Olimpiadi di Roma del 1960 a fare da sfondo.

Livio e Wilma. La storia di due campioni che potrebbe essere la trama di un romanzo. Una foto li ritrae insieme, mano nella mano nei giorni delle Olimpiadi di Roma del 1960. Entrambi giovanissimi: lui ventunenne; lei appena ventenne. Lui è Livio Berruti, velocista piemontese; lei è Wilma Rudolph, giovanissima promessa afroamericana dell’atletica leggera. Quell’anno, alle Olimpiadi romane, entrambi scriveranno pagine di storia dello sport mondiale. Livio Berruti conquisterà la medaglia d’oro nella finale dei 200 m piani, piazzandosi davanti a tutti con il tempo di 20’5 (suo record personale). Lei, Wilma Rudolph  vincerà invece più o meno tutto quello che c’era da vincere: conquisterà la medaglia d’oro prima nella finale dei 100 m; poi quella dei 200; infine la staffetta 4X100.

Da quel momento in poi, Wilma Rudolph divenne per tutti la “gazzella nera”. Roma cadde ai suoi piedi e molti italiani rimasero letteralmente stregati dalla velocità delle sue gambe e da quei suoi occhi neri. Tra questi anche lo stesso Livio Berruti, che molti anni più tardi (nel 2010) dichiarerà al Corriere della Sera, di non aver mai “consumato” quell’amore nutrito per la Rudolph. Per colpa, disse, di un giovanissimo pugile americano destinato a diventare leggenda. Sul quale Wilma, a quanto pare, aveva messo gli occhi. Si chiamava ancora Cassius Clay. Prima che, qualche anno più tardi, dopo essersi convertito all’Islam, vorrà farsi chiamare Muhammad Ali. Fu per “colpa” di Clay che Livio e Wilma non andarono oltre quell’immagine che li ritrae insieme come fossero proprio due fidanzati.

Ma Livio non si scorderà mai di Wilma. Così come neanche molti italiani. Lei, che proprio quell’anno in Italia vinse tutto e poi non vinse più niente. Semplicemente perché volle fare altro. Preferì dedicarsi all’insegnamento che continuare la carriera di velocista. Quella stessa carriera che molti anni prima era stata messa a repentaglio dalle precarie condizioni di salute. Per colpa di una poliomelite che Wilma aveva contratto da bambina. E che aveva rischiato di farla rimanere zoppa per sempre. Ma proprio nella gara più importante, Wilma seppe bruciare sul tempo anche l’avversario più pericoloso: la morte. E finalmente, dopo che per anni fu costretta a camminare con un apparecchio correttivo, a dodici anni, riuscì a sconfiggere definitivamente il male. Da quel momento in poi, come molte altre ragazze della sua età, anche Wilma potè dedicarsi allo sport. Prima la pallacanestro poi l’atletica leggera dopo essere stata notata da un allenatore locale che decise di puntare su di lei. Mai scelta fu più azzeccata.

Pochi anni dopo, quando Wilma era sedicenne, arrivò anche la prima medaglia (di bronzo) alle Olimpiadi del 1956 nella staffetta 4X100. Solo l’antipasto di quello che accadde quattro anni dopo. Quando Wilma entrò definitivamente nella storia alle Olimpiadi di Roma. Proprio come quella fotografia che la ritrasse insieme a Livio Berruti e che ebbe un impatto fortissimo per quelli che erano i tempi di allora. Anni nei quali l’apartheid dall’Africa cominciava a fare proseliti anche nel resto del mondo. Tre anni più tardi quella fotografia, nel 1963, arrivò lo storico discorso dell’ I have a dream pronunciato da Martin Luther King a Washington. Anche quella volta, evidentemente, Livio e Wilma seppero arrivare al traguardo prima degli altri.

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Magro fino a scoppiarti il cuore: Clenbuterolo, il Doping da banco che compri sotto casa

Emanuele Sabatino

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Continua la nostra inchiesta sul doping da banco utilizzato soprattutto per dimagrire. Dopo l’Efedrina oggi è il turno del Clenbuterolo,  un composto broncodilatatore, più precisamente una amina simpaticomimetica, con attività di tipo agonista, a lunga durata d’azione e selettivo sui recettori β2-adrenergici.

Nel mondo dello sport il clenbuterolo è conosciuto soprattutto per le sue forti proprietà termogeniche e lipolitiche. Un ottimo strumento per monitorare gli effetti termogeni di un farmaco è la misurazione della temperatura corporea.  All’inizio della terapia con clenbuterolo si assiste ad un innalzamento della colonnina di mercurio che si manterrà al di sopra dei valori normali per alcuni giorni. Dopo due o tre settimane di uso continuato tali valori rientrano nel range di normalità, poiché l’organismo sviluppa una sorta di resistenza al farmaco.

Per questo l’utilizzo di Clenbuterolo viene ciclizzato solitamente con due settimane on e due settimane off. Nelle settimane off di solito viene assunto lo stack caffeina ed efedrina per prolungare l’effetto della perdita di grasso.

Il grasso corporeo è sin dagli albori dell’essere umano l’energia che accumuliamo per farci trovare pronti in caso di grande carenza di cibo. Controllori del processo della perdita di grasso (ossidazione dei lipidi) sono i ricettori beta-andrenergici. Agendo proprio su questi recettori, inibendoli, il clenbuterolo aiuta nella perdita di grasso.

L’AMORE DI MODELLI E BODYBUILDER

Vien da se che questo farmaco, che rientra nella lista delle sostanze dopanti stilata dalla WADA, sia molto ambito da chi con l’estetica ci lavora ovvero i modelli. Il ciclo Clenbuterolo alternato ad Efedrina + caffeina, unito ad una dieta chetogenica (bassissimo apporto di carboidrati) uno o due mesi prima di uno shooting fotografico fa arrivare i modelli/e asciuttissimi all’appuntamento e con i muscoli ben definiti.

In alcuni studi condotti su animali questo farmaco ha dimostrato anche proprietà anaboliche degne di nota se assunto a dosi massicce > 200mg/day. Quando un atleta, un bodybuilder, in prossimità della competizione, interrompe l’utilizzo di steroidi anabolizzanti per risultare negativo ai test antidoping, sostituisce questi prodotti con il clenbuterolo. Questa strategia viene adottata per limitare la perdita di massa muscolare e migliorare la definizione.

L’OBBLIGO DI RICETTA MEDICA vs LA REALTA’ DEI FATTI

Per ottenere il Clenbuterolo in farmacia, viene venduto sotto diversi nomi ma il più famoso è il Monores, bisogna assolutamente avere la ricetta medica. Purtroppo però la realtà spesso è opposto rispetto alla teoria. In un esperimento fatto da noi su dieci farmacie, entrando e chiedendo il Monores in quanto affetti da Asma, sprovvisti di ricetta alcuna, otto di esse ce lo hanno venduto senza battere ciglio. Queste farmacie hanno venduto del doping ma soprattutto una sostanza molto pericolosa senza nessun controllo.

In Clenbuterolo infatti può causare effetti indesiderati come irrequietezza, tremori, insonnia, mal di testa e tachicardia. Non solo, se assunto ad alte dosi per lunghi periodi tende ad aumentare le dimensioni del cuore compromettendone la funzionalità fino a causarne il definitivo arresto.

Nonostante il clenbuterolo sia un farmaco promettente (per la sua capacità di influenzare positivamente la composizione corporea, riducendo il grasso e aumentando le masse muscolari) la presenza di gravi effetti collaterali dovrebbe far desistere chiunque dall’idea di utilizzarlo.

LA DIFFERENZA CON L’EFEDRINA ED IL RISCHIO OVERDOSE

Clenbuterolo ed Efedrina hanno effetti positivi ed indesiderati molto simili ma due sostanziali differenze. La prima differenza è la disponibilità ed il prezzo: l’efedrina è quasi introvabile e sul mercato nero si trova sopra i 100 euro per confezione, mentre il Clenbuterolo si prende in farmacia sotto i 10 euro a confezione. La seconda differenza, forse quella più importante, è la vita del farmaco nel nostro corpo: l’effetto dell’efedrina dura in media 4-6 ore, mentre quello del Clenbuterolo in media 36 ore. Questo vuol dire che se lunedì prendiamo 20 mg di clenbuterolo (una compressa), ed il giorno dopo alla stessa ora un’altra compressa, avremo per 12 ore in corpo due compresse di questa sostanza. Facile comprendere come la possibilità di sbagliarsi con le dosi sia molto probabile così come l’incorrere in overdose. Non solo, in caso di effetti indesiderati molto marcati questi non passeranno nel giro di qualche ora, anzi, si avrà un disagio molto molto lungo. Uomo avvisato mezzo salvato…

 

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Gli Sport più strani delle vecchie Olimpiadi

Leonardo Ciccarelli

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Il 14 Maggio 1900 iniziavano le II Olimpiadi dell’Era Moderna, le prime del ‘900. All’epoca e negli anni a seguire le discipline in cui si fronteggiavano gli atleti erano una più strana dell’altra.

Per il Comitato Olimpico Internazionale attualmente sono 25 gli sport ammessi al programma dei Giochi olimpici estivi e 7 quelli ammessi al programma dei Giochi olimpici invernali ma prima, soprattutto agli albori di questa fantastica manifestazione che unisce tutto il mondo, c’erano degli sport davvero strani.

Alla II Olimpiade, Parigi 1900, uno degli sport più seguiti fu quello del tiro alla fune. Si sfidarono atleti francesi contro atleti danesi e svedesi che riuscirono ad imporsi e a vincere l’oro olimpico. Il tiro alla fune restò in programma fino ai Giochi Olimpici del 1920, la VII Olimpiade ad Anversa, in Belgio.

Sempre in Francia nel ‘900 ci fu la prima ed unica gara di nuoto subacqueo: la gara non fu mai più ripetuta perché ritenuta troppo noiosa. La competizione si basava sia sulla distanza percorsa sott’acqua, sia sul numero di secondi in apnea. La medaglia d’oro fu una gara a due tra De Vendeville e Six, vinta per soli 2,9 punti dal primo, mentre quella di bronzo se la contesero Lykkeberg e De Romand, con il danese vincitore, con 1,8 punti di differenza; il distacco tra i primi due e il terzo e il quarto è di circa quaranta punti.

Andando avanti con gli anni, ci troviamo a Los Angeles 1932 dove la prima curiosità fu l’avvento del Football Americano come disciplina dimostrativa e che nell’hockey si presentarono solo 3 nazioni, India, Giappone e Stati Uniti, quindi a prescindere dai risultati, tutte e 3 ottennero una medaglia ma la vera curiosità dei giochi della X Olimpiade fu l’inserire le clave indiane nella ginnastica. A Los Angeles una serie di atleti in calzamaglia si sfidarono portando in scena le loro coreografie.

Restando in America, restando nella Città degli Angeli, curiosa è la disciplina inserita ai Giochi di Los Angeles nel 1984 e tenuta fino a quelli di Barcellona ’92: nuoto sincronizzato singolo. Il CIO ci ha messo 3 edizioni per intuire l’impossibilità di stabilire quanto fosse difficile valutare la sincronizzazione se non c’è un compagno di lato e di fatto questa disciplina singola fu semplicemente un esercizio di stile, una specie di danza subacquea.

Nuovo passo indietro: Parigi 1900. Durante questa olimpiade un tratto della Senna fu chiuso per il nuoto ad ostacoli. La competizione si svolgeva su 200 metri e prevedeva oltre al nuoto, il superare una fila di imbarcazioni in slalom e sott’acqua oltre che arrampicarsi su una pertica.

La disciplina forse più strana è però il duello con la pistola. Ad inizio ‘900 i duelli erano molto in voga in Europa e negli Stati Uniti ed allora alle Olimpiadi di Londra nel 1906 furono organizzate due gare, a distanze di 20 e 30 metri, tra due pistoleri. Non si sfidavano tra di loro all’ultimo sangue, bensì dovevano sparare 30 colpi contro delle sagome e chi le colpiva di più sui 30 proiettili vinceva il duello.

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