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Giochi di palazzo

ELEZIONI ROMA, ECCO LE PROPOSTE PER LO SPORT DI TUTTI I CANDIDATI

Valerio Curcio

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Il 5 giugno Roma è chiamata a scegliere tra 13 candidati sindaco. Questo articolo vuole essere una mini-guida ai programmi elettorali che riguardano lo sport a Roma. Ho utilizzato come fonte principale i programmi ufficiali pubblicati dai candidati, che ho occasionalmente integrato con dichiarazioni rilasciate alla stampa.

Alcune premesse prima di cominciare. La candidatura per ospitare le Olimpiadi 2024 è l’argomento relativo allo sport che è stato affrontato con più frequenza dai candidati. Il problema, a mio avviso, è che i candidati a favore della candidatura la hanno spesso definita come un’occasione imperdibile per intervenire in maniera efficace sul rilancio dello sport di base e sul recupero degli impianti pubblici che versano in pessime condizioni. Ovvero, fanno dipendere ciò che dovrebbe essere l’ordinario da un evento straordinario. Ma, poiché lo stesso Malagò ha dichiarato che Roma ha solo il 20% di possibilità di aggiudicarsi le Olimpiadi, la domanda sorge spontanea: se quel restante 80% dovesse avverarsi, cosa ne sarà dei piani per il rilancio dello sport a Roma?

Il progetto del nuovo stadio della Roma (che in realtà non sarà di proprietà diretta dell’AS Roma, ma questa è un’altra storia) è probabilmente il secondo tema sportivo su cui più si sono spesi i candidati. In questo articolo, però, si vuole centrare l’attenzione sullo sport di base, sull’impiantistica usata quotidianamente, sull’ordinario, come detto, e non sullo straordinario. E il nuovo stadio voluto da Pallotta e soci ha ben poco di ordinario, essendo un maxi-progetto finanziato da investimenti privati. Altro discorso sarebbe se allo stadio si accompagnasse la realizzazione di strutture nelle periferie e la riqualifica di Campo Testaccio a spese della società giallorossa: ma di questi due interventi promessi dalla dirigenza della Roma, se escludiamo l’aiuto fornito alla Liberi Nantes, non si è più sentito parlare pubblicamente.

Olimpiadi e stadio della Roma hanno conquistato facilmente la ribalta delle prime pagine. Più difficilmente, invece, i media hanno dato risalto a questioni legate alla concessione degli impianti pubblici, all’accessibilità dello sport e alla difficoltà di sopravvivenza di numerose associazioni sportive. Allo stesso modo, si è sentito raramente parlare di progetti di rigenerazione per impianti come la Città dello Sport di Calatrava a Tor Vergata, mai terminata e costata centinaia di milioni, o il polo natatorio di San Paolo, utilizzato per i Mondiali di Nuoto del 2009 e poi abbandonato. Ma veniamo ai programmi, presentati seguendo l’ordine ufficiale consultabile sul sito del Comune.

ALESSANDRO MUSTILLO

Il programma elettorale del giovane candidato del Partito Comunista prevede di aumentare la trasparenza nell’assegnazione degli impianti comunali, “diversificando società a natura privata da associazioni di sport popolare”. Il candidato del Partito Comunista mira a porre fine a quella che è stata chiamata l’affittopoli dello sport, con circoli di lusso che pagano affitti ridicoli alle casse del Comune. Mustillo, inoltre, si prefigge di aumentare gli impianti sportivi pubblici e di accordarsi con le federazioni nazionali e le associazioni sportive romane per il loro utilizzo, così come di riqualificare lo Stadio Flaminio per farne “il progetto di punta dello sport popolare nella città”.

VIRGINIA RAGGI

Al punto 9 del suo programma per il Campidoglio, Virginia Raggi presenta una lista di impegni: “verificare la messa in regola degli impianti (accatastamento, collaudo, agibilità) ed eliminare le barriere architettoniche presenti; riassegnare le strutture, pur assegnate, ma in stato di abbandono; approvare un nuovo Regolamento per gli impianti sportivi di proprietà di Roma Capitale; rimodulare le tariffe comunali differenziandole per attività sportiva”.

Inoltre, il Movimento 5 Stelle si impegna a promuovere lo sport di gruppo e l’impiantistica leggera, andando a creare delle “palestre a cielo aperto, nonché di aumentare i punti jogging, gli skatepark e i percorsi ciclabili.

FABRIZIO VERDUCHI

L’unico punto riconducibile allo sport del suo programma è la realizzazione di 50 chilometri di piste ciclo-pedonali. Per il resto, il candidato di Italia Cristiana ha scelto di non trattare temi legati allo sport.

GIORGIA MELONI

Il programma di Giorgia Meloni si concentra soprattutto sulle Olimpiadi e sullo stadio della Roma. A questi due temi si aggiungono il recupero delle strutture sportive abbandonate e il rilancio del Regolamento degli impianti sportivi, “per permettere ai concessionari di rendere un servizio adeguato, investire nel potenziamento dell’offerta, costruire nuovi impianti”. La candidata ha inoltre pubblicato un video che mostra la sua visita a Campo Testaccio, promettendone la riapertura come centro sportivo comunale, e un altro che la ritrae dentro lo Stadio Flaminio, che nei suoi piani dovrebbe divenire la Casa dello Sport, “una struttura sportiva polifunzionale di cui i romani possano godere 365 giorni l’anno”.

CARLO RIENZI

Sul sito del Codacons, cliccando su “programma”, appare un volantino che non contempla temi sportivi. Tuttavia, il numero uno del coordinamento di associazioni dei consumatori ha proposto a Francesco Totti di divenire assessore allo sport, per poi dichiarare qualche giorno dopo: “Siamo molto delusi del silenzio di Totti. Noi abbiamo denunciato che Totti fa pubblicità al gioco d’azzardo, evidentemente deve essersela legata al dito perché non ci ha proprio risposto”.

MICHEL EMI MARITATO

Nel programma del candidato di AssoTutela, oltre ad un elogio della pratica sportiva come strumento di crescita umana, appare una sola proposta concreta: quella di ampliare gli spazi di pratica sportiva.

ALFREDO IORIO

Il candidato che ha tappezzato la città con manifesti inneggianti alla resistenza contro l’invasione aliena non ha un programma elettorale, o quantomeno il suo programma non è reperibile dopo più di 20 minuti di ricerca sui siti e sulle pagine social della sua lista e delle sigle che lo appoggiano (Trifoglio, Msi, Forza Nuova, Fiamma Nazionale).

ROBERTO GIACHETTI

La sezione relativa allo sport del programma di Roberto Giachetti è la più estesa tra quelle di tutti i candidati. A partire da pagina 75 sono descritte numerose proposte, che qui è impossibile elencare tutte esaustivamente, tra cui: valorizzazione delle associazioni che promuovono lo sport tra le fasce più deboli e tra i disabili; impegno nel garantire le pari opportunità di accesso allo sport; censimento e riqualifica delle strutture comunali degradate; sostegno delle attività economiche relative allo sport; nuovo Regolamento degli impianti sportivi e lotta a concessioni irregolari e morosità; introduzione dei Buoni sport per permettere ai giovani provenienti da famiglie economicamente svantaggiate di fare sport; investimenti sullo sport all’aperto; aumento delle strutture per sport come skateboard, bmx e parkour; speciale attenzione per sanare la ferita dello Stadio Flaminio.

SIMONE DI STEFANO

Nemmeno per Di Stefano è stato possibile rintracciare online un programma elettorale, né dichiarazioni relative a politiche sportive da attuare a Roma.

STEFANO FASSINA

Nel programma per il Campidoglio di Stefano Fassina lo sport è definito un “pilastro del welfare municipale”. Uno dei primi punti è quello della lotta ai canoni ridicoli pagati da privati che erogano servizi a prezzi di mercato e hanno all’interno dei circoli attività di ristorazione e negozi. Allo stesso tempo, si promette di privilegiare nell’affitto delle strutture comunali le realtà che hanno già dimostrato di saper svolgere un’attività di pubblica utilità. Un’altra proposta è quella di “realizzare un piano generale di servizi sportivi in ogni municipio, stabilendo discipline, tariffe, modalità di erogazione (per esempio ingressi giornalieri per le piscine), collegamenti con le scuole, con le ASL, coi centri anziani”. Infine, Fassina si impegna nella riattivazione e riqualifica di impianti come il Palazzetto dello Sport, lo Stadio Flaminio, la pista di atletica Paolo Rosi e quella delle, la piscina ex GIL di Montesacro e la palestra di scherma di via Sannio.

DARIO DI FRANCESCO

Anche il candidato sostenuto dall’Unione Pensionati e da alcune liste “clone” di quelle più famose ha ritenuto opportuno non dare diffusione al proprio programma elettorale.

ALFIO MARCHINI

Dei 101 punti del programma di Marchini, nessuno riguarda specificamente lo sport e le sue strutture. Eppure, il 25 maggio scorso, ha firmato presso un lounge bar di Roma Nord il “Patto per lo Sport”, proposto da un candidato della Lista Storace: un decalogo di impegni per lo sport a Roma che, tuttavia, non è reperibile online. Nel programma della Lista Storace, che appoggia la candidatura di Marchini, è invece presente un punto relativo allo sport. Recita (in versione integrale): “Impianti sportivi per ogni quartiere di Roma”.

Infine, Alfio Marchini ha già annunciato il nome del suo eventuale assessore allo sport: è quello di Manuela Di Centa, ex fondista, medaglia d’oro alle Olimpiadi invernali del 1994, e poi deputata con Forza Italia e PdL per otto anni.

MARIO ADINOLFI

Nel programma del Popolo della Famiglia la parola “sport” appare tre volte, ma senza associarsi ad alcun progetto di politiche sportive per la città. Due di queste volte è associata a misure repressive: “Particolare severità verso chi corrompe o tenta di corrompere, all’interno del mondo della scuola, dei media e dello sport, i giovani” e “un sistema legale severo e ben conosciuto che stronchi i fautori e responsabili di: 1) pedofilia, 2) violenza sessuale, 3) diffusione delle droghe; 4) promotori del loro uso e della cultura dello sballo, 5) doping sportivo, 6) teppismo negli stadi, 6) degrado di città e beni culturali”.

Non sappiamo dunque quali siano le politiche sportive che Mario Adinolfi ha pensato per la città di Roma. Sappiamo, tuttavia, che il candidato è un estimatore di Claudio Lotito, al quale ha anche dedicato questo Elogio di Claudio Lotito nel 2014.

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3 Commenti

3 Comments

  1. Matteo

    giugno 3, 2016 at 3:58 pm

    Già far prendere più di 40 voti ad Adinolfi sarebbe la sconfitta del genere umano.

  2. Antonio

    giugno 4, 2016 at 8:41 am

    40 voti ad adinolfi? Purtroppo questo parassita,integralista, finto prete e molto opportunista ne prenderà qualcuno in piú perché la mamma dei cre..ni é sempre incinta.

  3. mauro

    giugno 5, 2016 at 4:58 pm

    affascinante che alcuni che si candidano a sindaco di una città (come Roma tra l’altro) non si siano nemmeno presi la briga di redigere un programma elettorale….

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Calcio

“Dov’è la vittoria?”: le verità scomode del calcio italiano

Fabio Bandiera

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In questo libro affronto il dualismo nord sud raccontando le due italie del pallone che altro non sono che la risultante di centocinquant’anni di un’unità imposta dall’alto che di fatto ha consolidato esponenzialmente il gap di un paese che gira a due velocità”. Parole forti dello scrittore Angelo Forgione che ben descrivono il senso di Dov’e la vittoria, un affresco dalle tinte forti dell’Italia pallonara che attraversa implacabilmente la torbida storia di un paese che anche nel football palesa irrimediabilmente le sue ataviche contraddizioni. Immergersi nella lettura di questo libro è come rivedere più volte lo stesso film alla ricerca ogni volta di qualche dettaglio, agghiacciante, che precedentemente c’era sfuggito tra scandali di ogni tipo, intrecci e malaffare che permeano le trecentoquarantsei pagine ben scritte ed egregiamente documentate. Abbiamo avuto il piacere di incontrare il giovane scrittore napoletano per discutere a briglie sciolte le varie matasse di cui è intrisa la sua ultima fatica letteraria.

Buongiorno Angelo, cosa ti ha spinto e qual è la tesi portante del tuo libro?

Mi occupo di meridionalismo intellettuale e di dualismo Nord-Sud, che è un unicum nel panorama europeo. Ci sono diversi aspetti del costume e della cultura d’Italia che ne sono diretta emanazione, ed è impensabile che l’espressione dello sport nazionale ne sia immune. Ho approfondito la storia del calcio italiano e mi sono imbattuto inevitabilmente nelle implicazioni politico-economiche generate dall’unità nazionale del secondo Ottocento. Col mio libro ho voluto rappresentare la realtà di un Sud tagliato fuori dallo sviluppo del Paese, e quindi anche dal calcio, e quando ha potuto misurarsi direttamente col Nord era già in forte ritardo. Quel ritardo, come quello economico, è ancora lungi dall’essere annullato, e persisterà finché esisteranno due Italie e diverse velocità economiche. Le squadre del Sud non vincono quasi mai lo Scudetto e faticano a restare in Serie A quelle volte che riescono ad arrivarci.

I centocinquant’anni della mancata unità italiana traspaiono chiaramente nello sviluppo del libro. Ma il calcio cosa c’entra?

È un fatto che il movimento del nascente football italiano sia stato “catturato” dall’appena sorto “triangolo industriale” Torino-Genova-Milano. Tra l’altro vi era anche un filone nascente nel Nord-Est, ma Torino si organizzò per prendersi quel nuovo aspetto ludico che mostrava progresso, e lo fece con la fondazione, nel 1898, dell’attuale FIGC. Al primo campionato non invitò un club di Udine che aveva già vinto un primo torneo italiano nel 1896. Il Campionato italiano doveva esprimere la modernità di quel Nord dirigente che trascurava il Sud dopo averlo impoverito, ma anche l’altro Nord. Anche la Nazionale italiana, dal 1910 e per molti anni, disputò le sue prime partite solo in quelle tre città. Col tempo, la FIGC aprì al resto del Nord. Al Sud, ma pure al Centro, le squadre vennero destinate a gironi minori e a competizioni organizzate da mecenati stranieri, come la Coppa Lipton, un torneo voluto dal magnate inglese del tè e disputato da squadre di Napoli e Sicilia. Neanche il terremoto del 1908 servì a commuovere i ricchi e ad accettare la richiesta della città di Messina, perché il Football avrebbe contribuito a sollevare lo spirito cittadino. Si creò un divario tecnico enorme, al quale pose fine solo il regime fascista di Benito Mussolini, che con la “Carta di Viareggio” del 1926 impose ai dirigenti dei club del Nord la nazionalizzazione del Football e l’inclusione delle squadre di Roma e Napoli nella massima serie nazionale, ma anche di Firenze. Solo nel 1928 la Nazionale di Calcio scese al Sud, e disputò la prima partita a Roma. Poi, in seguito, con la crescita di competitività del calcio meridionale, si aggiunsero anche altri club del Centro-Sud. Ma le differenze restarono evidenti. 

Grande industria, grande finanza, politica e football. Un unicum indissolubile e vincente? La favola del Cagliari scudettato ne è lampante controprova?

Certo. Dietro a quel miracolo c’erano gli industriali petrolchimici con sede a Milano, Angelo Moratti e Angelo Rovelli e con loro i politici democristiani, tutti interessati a portare le raffinerie in Sardegna. Solo con quei capitali fu possibile fare la squadra da scudetto e far parlare dell’Isola a un’Italia che quasi si dimenticava che esistesse. Renderla italiana significava legittimare ed evidenziare il “Piano per la Rinascita della Sardegna”, varato nel 1962. Poi, con la crisi petrolifera del 1973, i petrolchimici lombardi si defilarono, il Cagliari crollò e finì in Serie B, da dove era arrivato.

Come in ogni equazione prestabilita c’è sempre la variabile impazzita, Diego Armando Maradona. Il sud sottomesso vince e alza la cresta? Il razzismo ad esso connesso torna ad esplodere?

Ai democristiani serviva una squadra competitiva alla Campania del post-terremoto. Fu grazie al loro interessamento che poté arrivare il più grande calciatore del mondo. E guarda caso, anche l’Avellino fece il suo exploit, per otto anni consecutivi in Serie A. Si infiammò il razzismo, proprio mentre nasceva la Lega Nord, ma in realtà quello era nato proprio negli anni Settanta, etichettando i cagliaritani come “pecorai” e “banditi”, e i napoletani come “colerosi”, e poi “terremotati”.

Gli scandali recenti che hai perfettamente documentati – Totonero, Passapartopoli, Calciopoli, Scommessopoli – sono tutte facce della stessa medaglia, d’altronde siamo italiani, no?

 È triste dirlo, ma purtroppo il Paese, nel 1861, è nato dalla corruzione e dai sotterfugi, e gli scandali furono immediati, alcuni sotterrati e alcuni esplosi clamorosamente, come quello della Banca Romana. La deprimente condizione non è mai mutata, e nell’ultima classifica della corruzione internazionale redatta da Transparency International l’Italia, in Europa, precede solo Montenegro, Grecia, Serbia, Bulgaria, Albania e Bosnia. Del resto viviamo in un Paese che si è dovuto dotare di una autorità nazionale anticorruzione. Si può mai credere che il calcio italiano sia un’isola felice? 

Processi lenti, potenti assolti e una stampa forte coi deboli e debole coi forti?  Un quadro drammatico

Mancano strumenti efficaci, e le strategie difensive spesso si basano sulla prescrizione, quel granitico cardine che prospetta l’estinzione della pena e sul quale poggia la corruzione. I tempi della Giustizia civile e penale sono intempestivi, e numerosissimi procedimenti si spengono nell’inapplicabilità delle sentenze. I processi sportivi che sono diventati penali hanno prodotto colpevoli nelle squadre più importanti, spesso intoccabili perché prescritti. Difficilmente la stampa fa il proprio dovere, e nel pluralismo delle interpretazioni, dettate da troppe opinioni di parte, non ne viene fuori la realtà dei fatti.

Il libro è uscito nel 2015, nessuna querela e nessuna richiesta di rettifica. Chi tace acconsente?

Niente di niente. Quando sono chiariti fatti concreti e documentati, non conviene a nessuno creare polveroni, soprattutto quando si tratta di un libro che, per intuibili motivi, non gode della luce dei riflettori. Chi tace, spesso, è interessato a starsene in silenzio.

Nelle tue considerazioni finali tieni a ribadire che il tuo intento non è quello di sabotare, ma di ricostruire e raccontare. E’ cambiata l’ottica con la quale assisti allo show. Il tifoso è cieco e legato al campanile, come se ne esce? E’ un problema culturale?

Non se ne esce, ma non è un problema tipicamente italiano. Il calcio è nato proprio con lo scopo di distrarre le masse. Gli industriali inglesi crearono tornei del “dopolavoro” per sedare le proteste e i malcontenti dei loro operai, i quali iniziarono ad accendersi in rivalità e attriti tra loro, frammentando il fronte di ribellione. Mussolini fece più o meno lo stesso, incanalando il calcio nella psicologia delle folle. Il tifo è divisione, il calcio è divisione. Bisognerebbe che le masse iniziassero a vederlo come uno spettacolo, accettando ogni esito sul campo. In Italia la situazione è peggiore per l’eccessivo attaccamento dei tifosi e perché spesso anche gli addetti ai lavori riscaldano gli animi. È sì un problema culturale. Del resto, il calcio italiano è in difficoltà, non solo per questo ma anche per questi tristi motivi.

 

 

 

 

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Calcio

City Football Group, la longa manus degli sceicchi sul calcio

Eduardo Barone

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Agosto 2017. Il club spagnolo del Girona cambia di proprietà. La stessa holding che detiene il Manchester City acquista il 44% del club, un altro 44% viene rilevato dalla società di Perè Guardiola, procuratore e fratello del più famoso Pep. Il Girona viene acquistato per soli 6 milioni, una cifra irrisoria persino per comprare un calciatore di buon livello al giorno d’oggi.

Questa è solo una delle tante operazioni compiute dal City Football Group, il più grande colosso multinazionale mai visto nella storia del calcio. Il City Football Group è una holding che controlla l’87% del Manchester City e, oltre al Girona, altri club come il New York City, il Melbourne City, gli Yokohama Marinos e la squadra uruguayana del Torque. A sua volta, il City Football Group è controllata dall’Abu Dhabi United Group, il gioiello della famiglia reale dei Mansour, di cui bin Zayed Al Nahyan è il principale esponente. L’obiettivo di questo gruppo, in parte già riuscito, è quello di creare un franchising globale del calcio. Quello che i giornalisti britannici hanno definito come la nuova Coca Cola del pallone.

“City” è una galassia al cui interno ruotano società di calcio, dirigenti, calciatori, medici, fisioterapisti, massaggiatori, talent scout e persino uffici stampa. Il piatto forte è ovviamente lo scambio dei calciatori all’interno di questo grande sistema solare, ma non solo questi. Anche tutte le loro informazioni. Ed è questo che ha del sensazionale. Dallo scouting alla selezione, passando per le analisi cliniche dei calciatori: viene impiegata la stessa metodologia e gli stessi dati in tutti i club controllati. Quando un giocatore, ad esempio del Melbourne, subisce un infortunio dalla diagnosi complicata, è possibile ricercare in un database comune se quel tipo di infortunio è occorso per esempio ad un giocatore del Manchester City in passato e se sì, come è stato affrontato e superato e quali sono i tempi di recupero.

Uno dei registi di questa macro-operazione è un volto noto del calcio europeo. Si tratta di Ferran Sorriano, CEO del Manchester City, ex vice-presidente e direttore generale del Barcellona per cinque anni. E’ da lui e Guardiola che partì il ciclo vincente dei blaugrana che ha sconvolto il calcio. Ora invece, sempre insieme a Pep, sta costruendo qualcosa di più grande ancora. Soriano e il suo entourage di esperti ha creato quella che alcuni definiscono: “Glocalization”, che in italiano potremmo brutalmente tradurre in “Glocalizzazione”, ovvero globalizzare un brand mantenendolo al tempo stesso locale. Essere presenti sul mercato asiatico e quello americano con negozi di kit e merchandising come la Disney, ma al tempo stesso mantenere radicata la propria presenza sul territorio d’origine. Manchester, New York, Melbourne, Yokohama, tutte queste città sono accomunate da unico brand, gli stessi colori e le stesse fonti da cui attingere per la selezione di staff e giocatori. Una worldwide power base che parte innanzitutto dai fan, che più lontani sono dal club e più sono fidelizzati.

I tentacoli del City Football Group continuano ancora ad allungarsi. La holding ha annunciato la prossima espansione in Cina, dove ha ottimi rapporti con il presidente cinese Xi Jinping, appassionato di calcio e intenzionato a creare 50 mila scuole calcio nei prossimi dieci anni. A testimonianza di questo, il City Group è detenuto per il 13% delle quote da China Media Capital. Inoltre, altri club tra Sud America e Africa sono prossimi ad entrare nel network a tinte celesti.

Ma non è tutto oro quel che luccica. Alcune operazioni hanno lasciato a molti più di un dubbio sulla loro bontà. Un’inchiesta del giornale economico Forbes ha fatto luce sui conti della galassia City, ipotizzando un rigonfiamento delle entrate della stella più brillante, il club di Manchester, che avrebbe beneficiato di iniezioni di denaro da parte delle altre società facenti parte del bilancio consolidato. Si sospetta insomma che le spese del Manchester City, il giocattolo più costoso di cui è proprietario lo sceicco Mansour, siano state distribuite e sostenute dalle altre società appartenenti al City Football Group. Inside World Football ha definito il Manchester City la squadra più costosa di tutta la storia del calcio, con gli 878 milioni di sterline per assemblare la squadra attuale contro gli 805 del PSG.

Inoltre, il Manchester City riceve flussi di entrate importanti dalle sponsorizzazioni con Etihad, la compagnia aerea di Abu Dhabi, che paga sia per il proprio nome sulle maglie che per i naming rights dello stadio, nonché altri finanziamenti da fondazioni degli Emirati. Una sorta di auto-sponsorizzazione, dal momento che lo sceicco Mansour appartiene alla famiglia reale che governa gli Emirati Arabi Uniti. Le accuse sono arrivate anche da presidenti di club europei, come Andrea Agnelli, che ha definito senza mezzi termini la strategia del City Group un “Doping finanziario”. Neanche il numero uno della Liga, Javier Tebas, ci è andato morbido sul tema. Per lui, il Manchester City è uno dei “club di stato” che non brilla di luce propria bensì viene pompato con “soldi e petrolio dal Golfo”.

Dal bilancio dell’ultima annata del City Football Group (giugno 2017), risulta però una perdita di 71 milioni di sterline, quasi il doppio rispetto all’anno precedente (37 milioni). I manager del gruppo hanno additato la situazione finanziaria del New York City come causa principale della perdita. Nonostante le critiche sollevate, le indagini dell’Uefa non sembrano indirizzarsi verso il gruppo del City. L’ultimo rapporto Manchester City con la federcalcio continentale risale al 2014, quando i Citizens vennero sanzionati con una multa di 50 milioni di sterline per violazione delle regole sul Fair Play finanziario.

“Abu Dhabi non sta facendo questo perché ama Levenshulme (quartiere di Manchester dove ha sede il club biancoceleste ndr.) “ dice sulle colonne del Finacial Times Simon Chadwick, professore inglese di scienze economiche applicate al calcio: “Ma lo fanno per ottenere delle fonti di ricavi sostenibili e duraturi per i prossimi decenni, quando quelle derivanti da petrolio e gas non ci saranno più”.

A parte i ragionamenti economici, il City Football Group rappresenta ormai un modello della nuova generazione di business nel calcio. Non si tratta ormai di un semplice club con una proprietà ricca alle spalle, ma di un vero e proprio mercato interno in espansione verso i cinque continenti. E così il vecchio caro presidente di calcio, con la sua azienda medio-grande, che decide di supportare la squadra che ama diventa solamente un lontano ricordo.

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Calcio

Quanto guadagnano in FIFA? Victor Montagliani, il Paperone di tutti i Presidenti

Massimiliano Guerra

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Il Presidente della Concacaf, Victor Montagliani, che la confederazione calcistica per il Nord e il Centro America e i Caraibi ha scelto per uscire da una dilagante crisi di corruzione, ha guadagnato di più dello scorso anno rispetto ai leader della FIFA, l’organo di governo mondiale del calcio, e della UEFA, l’organo di governo europeo. Montagliani è riuscito a percepire uno stipendio base di 1,25 milioni di dollari che grazie a vari bonus è arrivato ad oltre 2 milioni di dollari. Montagliani ha rilevato la Concacaf, nel maggio 2016, un anno dopo che un’accusa di corruzione diffusa emessa dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha ribaltato i principali leader delle Americhe. Le entrate di Montagliani, che non sono state segnalate in precedenza, superano i 1,6 milioni di dollari guadagnati da Gianni Infantino, presidente della FIFA, e Aleksander Ceferin, che è al capo della UEFA. Per intenderci le entrate annuali della FIFA ammontano a circa 1,4 miliardi di dollari, mentre la UEFA, l’organizzazione più ricca del calcio, ha una media di quasi 4 miliardi. La Concacaf produce solo una frazione – spesso meno di un decimo del fatturato annuale della FIFA, e solo nei suoi anni migliori che corrispondono a quando viene giocata la Gold Cup, cioè la coppa continentale. Dopo il terremoto che mise in crisi la Concacaf circa il 40 percento dell’amministrazione è stato sostituito e sono stati assunti degli esperti esterni per aiutare a fissare la paga di Montagliani. Un comitato ha negoziato l’accordo, ratificato poi dai membri più importanti dell’organizzazione. Il comitato stesso ha poi accettato una base di  1,25 milioni di dollari. La cifra era basata sul presupposto che Montagliani, un dirigente assicurativo, avrebbe speso 2.000 ore di lavoro per la Concacaf.

NUOVO VOLTO – La Concacaf sta lavorando duramente per potersi ricreare una certa verginità, dopo i clamorosi scandali emersi nel 2015 come quello di Jeffrey Webb, l’ultimo presidente permanente della Concacaf.  Webb si è dichiarato colpevole di una serie di accuse dopo essere stato arrestato in Svizzera nel 2015. Una revisione interna aveva rilevato che aveva recepito uno stipendio di 2 milioni di dollari con almeno 1 milione di dollari in spese aggiuntive. Webb fu dichiarato colpevole e addirittura radiato dal calcio. I nuovi regolamenti della Concacaf non consentono eccessi simili. I jet privati che una volta erano la regola sono ora proibiti, così come i soggiorni in alcuni degli hotel e le limousine più esclusivi del mondo per i principali funzionari. Tuttavia, i membri del comitato esecutivo del gruppo ricevono in media 125.000 dollari all’anno. Montagliani, tra gli altri, riceve anche altri $ 300.000 per il suo ruolo come uno degli otto vicepresidenti del consiglio direttivo della FIFA. Le riunioni si svolgono tre o quattro volte all’anno. Non male davvero. Montagliani, come Ceferin per la UEFA, è subentrato subito dopo un periodo di crisi nera che gli ha permesso di avere un “governo” stabile  di portare avanti alcune riforme come il Regolamento che abbiamo appena elencato. Sotto il regno Montagliani, la Concacaf ha mantenuto gli sponsor principali, firmato nuovi accordi per i diritti TV , rinnovato alcune delle sue competizioni e creato una nuova lega a squadre nazionali.

L’organizzazione è anche in trattative con la confederazione del Sud America, la Conmebol, che potrebbe cooperare per creare un torneo regolare per le Americhe. La Concacaf quindi presenterà i suoi ultimi risultati finanziari ai suoi paesi membri in occasione di un incontro annuale a Mosca poco prima dell’inizio della Coppa del Mondo a giugno. Non è chiaro se i dettagli della retribuzione dei dirigenti saranno divulgati in quella riunione, rimane comunque il fatto che il Governo Montigliani alla Concacaf vive di contraddizioni. Da una parte il rinnovamento e la volontà dichiarata di riportare dentro alcuni valori etici il calcio e soprattutto chi lo gestisce, dall’altra però gli stipendi e i bonus concessi ai vertici del calcio restano elevatissimi e quasi inspiegabili al confronto dell’indotto prodotto dalla Concacaf. Solo il tempo quindi potrà dirci come verrà ricordata questa gestione. Per il momento Montigliani può essere tranquillamente conosciuto come il più pagato tra tutti i presidenti della Confederazioni FIFA.

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