Delinquenza o sportività, questo è il dilemma. Sempre contando un pizzico di follia o meno che può far passare il confine, spesso labile e molto sottile, della decenza. Calci, sportellate, tacchetti, testate: il professionismo è sempre stato messo sotto la lente di ingrandimento per quanto riguarda l’educazione, con paroloni e buone impressioni davanti alle telecamere. Ma c’è un bel però. A volte la voglia di vincere diventa qualcosa di irrazionale, qualcosa che ti pervade e mette a nudo quell’istinto puramente primitivo di prevalere. Essere il migliore, vincere. Non è questione di soldi, anche se gli episodi degni di nota sono capitati in contesti con la posta in palio bella sostanziosa, ma una voglia di salire sul gradino del podio. Essere meglio di, essere più forti di tutti.

L’ultimo episodio riguarda Sebastian Vettel. Voluta o meno, c’è stata una frenata brusca da parte di Lewis Hamilton, che in qualche modo ha ostacolato e ha danneggiato il pilota della Ferrari. Vettel non ci sta, impreca e si affianca all’italica maniera, chiudendo la questione con una bella sportellata. Ma non parliamo di abitudini culturali o altro, nemmeno di sportività. In quel caso Vettel ha perso ogni briciolo di lucidità e ha reagito istintivamente, quasi quanto un animale ferito.

La domanda chiave è: lo sport professionistico è davvero un punto di riferimento per le nuove generazioni? Sì e no. Da sempre i giovani atleti guardano al futuro e a quei match sempre più spettacolari che le televisioni hanno trasformato in eventi. Aspettative, complimenti, pre e post, analisi e parole, spesso vuote, per accompagnare una manifestazione. L’adrenalina è già ad un livello difficilmente sopportabile, figuriamoci con tutte le pressioni di una settimana, di un anno e di intere ere geologiche. Può essere uno stimolo, ma lo sport professionistico va preso con le pinze, almeno per quanto riguarda l’educazione.

In campi di periferia troviamo persone con il sangue agli occhi per una coppa di miglior marcatore, oppure atleti dilettanti che portano delle medie allucinanti, sia in bicicletta che senza le due ruote, per un misero pacco gara. Se i presupposti sono questi, come possiamo pretendere di educare dei ragazzi a gesti composti anche quando perdono un campionato del mondo? Genitori urlanti, fazioni opposte per ogni singolo fatto di cronaca sportiva e non, ma anche ragazzi allevati alla competizione nella vita reale. Devi essere sempre il migliore, in tutto ciò che fai. Altrimenti potresti essere considerato, non si sa da chi, una nullità.

Con questi presupposti l’educazione va letteralmente nel dimenticatoio e nessuno può farci nulla. Non giustifichiamo né Vettel, né Hamilton, ma la linea di confine è veramente sottile. Se alla base ci sono dei principi di prepotenza e supremazia, non possiamo pretendere che due piloti decidano di scambiarsi baci e abbracci. Non possiamo pretendere fair play visto che ci sono minuti sprecati per via di qualche furbetto a terra, oppure obbligare dei ragazzi che sono stati catapultati da ragazzini in un mondo più grande di loro sappiano gestire la pressione in un baraccone dove i veri valori sono soldi, trofei e vittorie.

E forse no, lo sport professionistico non può essere un modello di educazione. Almeno non può esserlo fin quando ci sarà la voglia di competere, di uccidersi (sportivamente parlando) piuttosto che perdere. Non vogliamo giustificare l’antisportivo o il gesto esagerato, ma la coerenza è la conditio sine qua non. Quando smetteremo di esaltarci come il popolo romano si esaltava durante le lotte tra gladiatori, forse avremo più rispetto e meno gesti eclatanti. Fino ad allora, spade insanguinate e coltelli avvelenati continueranno ad alimentare una corrida chiamata sport, ma che di sportivo ha ben poco da mostrare ai più piccoli.

 

Close