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Sport & Integrazione

East Coast Boxing Club: tra preghiere e guantoni, una speranza per l’Uganda

MariaJose Silva Vargas

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Articolo originale pubblicato sul sito http://cargocollective.com/MarijoSilvaPhotography

Pagina Facebook: East Coast Boxing Club

Entrando dal cancello non appena installato, nuovo di zecca, la piccola discesa di sassi e polvere scende non troppo dolce verso la casa di Hassan Khalil, il coach, “baaba” (padre in Luganda) nello slum di Naguru, nord-ovest di Kampala, capitale dell’Uganda. Attaccata alla casa, modesta, sorge la palestra, vecchia, modesta anch’essa, ma carica e piena di energia.

IMG_4472b_670Hassan Khalil, “baaba”

Senti la corda sempre più veloce che falcia il vecchio parquet, con il legno che salta assieme all’atleta. Nassir fra i campioni ai National Open di Boxe (preludio alle Olimpiadi) salta sempre più veloce davanti allo specchio rotto che copre la parete nord della palestra.

Mirror_bw_670Allenamento di Nassir

Il sudore lascia un tracciato brillante sui muscoli ben fatti e definiti di Mohammed, che allena i“bazungu” (i bianchi) pazzi per questo sport. Nel frattempo Miro, nipote di Hussein, gemello di Hassan, schianta veloci i suoi pugni contro uno dei sacchi consumati, che pendono dalla trave fissata con viti arrugginite vicino l’entrata alla palestra.

IMG_4507c_670Miro

E Hakim, nel frattempo insegna i movimenti di base a tanti stranieri di Kampala, innamorati della boxe, della libertà e flessibilità dell’allenamento; qui regolarmente ogni settimana si allenano 40 non Ugandesi.

IMG_4325c_670Uno dei ragazzi stranieri in un combattimento

Albert e Charles fanno sparring con altri ragazzi dello slum, mentre Farouk e Timo si alternano con Shadir, che schiva e colpisce velocissimo mentre si prepara alla prossima gara. Kassim, in fondo alla sala, con le sue braccia esili ma incredibilmente resistenti e ferme, tiene alti i pao mentre una ragazza canadese e una ugandese si alternano fra jeb e diretti.

IMG_4409b_670Pugni al sacco

Da quattordici anni, la palestra serve come punto di riferimento per lo slum di Naguru, dove Hassan allena giovani e adulti, dove il più piccolo ha 7 anni e il più anziano va per i 60. Hassan stesso ha quasi 60 anni e più di 170 incontri alle spalle: “Non ho mai avuto paura in un incontro – se anche mi dicono di affrontare il campione del mondo, io mi butto, senza paura.

IMG_4305c_670Giovani combattenti

Sulle panche di legno traballanti su cui gli atleti riposano tra un round e un altro, sotto lo sguardo sognante e attento del poster di un Muhammad Ali giovane, la mente del coach va indietro nel tempo e ripensa a quanto fosse pericoloso andare in giro la sera per le vie del quartiere.

IMG_4484_670Atleti in riposo

La “East Coast Naguru Boxing Club” è oggi più che un’istituzione nello slum (prova a chiedere informazioni a Naguru: “dove si trova la East Coast Boxing?” – te la indicano subito: proprio davanti la moschea”). E’ un punto fermo e una speranza. Hassan pensa ai miglioramenti che può apportare finalmente: servono 4 milioni di scellini Ugandesi (equivalenti approssimativamente a poco più di 1000 euro) per ingrandire la palestra, costruire una nuova entrata e avere uno spazio più ampio per il ring, dove ogni due mesi si organizzano incontri dilettantistici, che vogliono creare passione fra i ragazzi e le ragazze dello slum e raccogliere anche fondi per le attività della palestra.

IMG_4355_670Appassionati all’incontro

IMG_4338b_670East Coast vs Police

Hassan guarda ai suoi atleti come ai suoi figli. Tra un allenamento e un altro, insegna ai più piccoli (e soprattutto ai ragazzi più grandi) su come ci si comporta, a convogliare le proprie energie nei guantoni anziché nelle violenze di strada e soprattutto insegna un lavoro a chi ha finito di studiare (o che non può studiare).

 

IMG_4446m2_670                                                                                                    Sparring

Infatti Hassan ha iniziato da qualche anno a coinvolgere professionisti in vari settori (come ad esempio falegnameria) e ha aggiunto alla palestra anche una sorta di istituto professionale, dove i giovani possono apprendere un mestiere. L’unico ostacolo è trovare maestri a sufficienza che possano supportare il progetto di Hassan. Ma “baaba” è un vulcano di iniziative: molte scuole di boxe professionistiche pescano tra i suoi atleti migliori ma Hassan non vuole limitarsi a essere una scuola di base e vuole le sue medaglie – ecco che nasce l’idea di costruire una palestra-scuola in cui poter crescere come piccoli professionisti e Hassan si avvia alla costruzione di una nuova palestra in zona Namboole, vicino allo stadio della nazionale di calcio.

 

IMG_4303_670Piccolo allievo

Tra preghiere e guantoni, la vita di Hassan gira proprio attorno a Naguru: quando chiedi “Ma perché fai tutto questo, coach?”, Hassan non esita un secondo: Qui c’è troppa povertà. Ho sempre vissuto qui, dove anche mio padre s’impegnava a dare speranza ai bambini dello slum. Per tutti era “baaba”, ma adesso “baaba” sono io, ho un dovere verso questi ragazzi. E i ragazzi rispondono pieni di sogni. Miro, Charles e Farouk (che hanno tutti meno di 23 anni) guardano al futuro e sognano di diventare professionisti fra una decina di anni.

IMG_4327_670Farouk

Albert, fra gli atleti più grandi (28 anni) scalpita e non vede l’ora di salire di categoria. Hakim, uno dei ragazzi più giovani fra coloro che allenano tutti i giorni, sogna di tornare a studiare. Tutti però sono d’accordo su una cosa: “Le lezioni di questi maestri sono preziosissime. La libertà e l’amore per lo sport che questa palestra esprime sono inestimabili”.

IMG_4371e_670Pain is temporary, pride is forever

E tutti conoscono almeno una persona che è riuscita a uscire dal degrado e dalla delinquenza grazie agli insegnamenti dei fratelli Khalil. E c’è anche chi con la palestra ha riguadagnato fiducia nella vita dopo una tragedia: la storia di Bashir Ramathan, il boxer cieco, è anche finita sul New York Times qualche anno fa.

 

IMG_4518_670Charles

Preghiere e guantoni: Hassan, al mattino, chiama i fedeli alla preghiera dalla moschea di fronte casa sua, poi chiama tutti in palestra, a insegnare come si combatte fra sassi e polvere.

 

IMG_4523_670I gemelli Khalil

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Calcio

Giornata della Diversità: Rifugiati FC, l’Altra Faccia (Sportiva) dell’America

Paolo Valenti

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Per la Giornata Mondiale della diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo che si celebra oggi, vi raccontiamo la storia di una scuola calcio negli Stati Uniti che ha capito che il mondo non è di un colore solo.

Tempo fa, passeggiando davanti alla libreria di casa, mi è capitato di incrociare lo sguardo sul dorso di un libro che avevo letto una decina d’anni fa: Rifugiati Football Club, scritto dal giornalista Warren St. John, al tempo reporter del New York Times. Georgia on my mind mi è venuto da pensare. Perché? Perché, proprio come l’episodio che ha coinvolto Donald Trump alla Mercedes Benz Arena lo scorso Gennaio, anche la storia vera narrata nel libro è ambientata in questo stato del sud degli Stati Uniti. Non ad Atlanta bensì a Clarkston, cittadina a una quindicina di miglia di distanza dalla capitale, nella quale Luma Mufleh, una donna giordana dal carattere adamantino, fondò la squadra dei Fugees, i rifugiati, nel giugno del 2004.

Da quattordici anni Clarkston era diventata un centro di accoglienza designato dalle organizzazioni internazionali per rifugiati, i quali si ritrovavano lì a dover inventare un futuro dignitoso per le loro vite. Come in ogni sradicamento, l’integrazione era il più grande problema da risolvere. Non solo nel paese di accoglienza ma anche nel contesto di relazione tra rifugiati che, provenienti dai luoghi più disparati, erano espressione di usanze e culture spesso in rotta di collisione. In un tessuto sociale così articolato e fragile, il carattere determinato e l’inclinazione all’impegno di Luma Mufleh trovarono nel calcio un potente strumento di condivisione delle uguaglianze e rispetto delle differenze che convinse i ragazzi a seguire regole spesso difficili da accettare per giovani alla ricerca di identità e speranza nel futuro: rinunciare al fumo e all’alcool, rispettare gli orari e l’allenatore, profondere sempre il massimo impegno. Regole di buon comportamento da seguire anche fuori dal campo di gioco per non perdersi nelle insidie della vita di chi è povero e straniero.


E’ così che ragazzi originari di Etiopia, Sudan, Liberia, Bosnia, Somalia, Congo, Iraq, Afghanistan (paesi che, presumibilmente, rientrano nella presunta definizione “shithole” per cui  Trump si sarebbe nuovamente, maldestramente accaparrato i titoli di apertura dei giornali degli ultimi giorni) hanno trovano una via per raggiungere i loro scopi. Una storia vera che mostra quel volto dell’America che oggi i media non riescono a riportare, travolti dalle continue escursioni nel campo della tracotanza di un Presidente che probabilmente la storia ricorderà come uno degli sbagli più grossi generati dalla democrazia americana. Un racconto che aiuta a svelare il volto più nobile dell’America, fatto di valori positivi e di speranza nel futuro che rende gli Stati Uniti non tanto un luogo geografico quanto, soprattutto, uno spazio nascosto nel cuore di ogni persona. Ed è rasserenante pensare che di questi valori lo sport, il calcio in questo frangente, sia riuscito a farsi strumento di traduzione nel quotidiano. Un calcio lontano anni luce dal carrozzone multimilionario che riempie i palinsesti delle televisioni di tutto il mondo ma che di quel carrozzone rimane pilastro fondamentale senza il quale tutto verrebbe a cadere. Un calcio capace di rispondere coi valori dello sport alle inevitabili difficoltà della convivenza tra popolazioni diverse, in grado di dare una risposta concreta alle sterili dichiarazioni di politici chiusi in una visione ottusa della realtà.

Una storia di sport, quella di Luma Mufleh, che è continuata negli anni diventando storia di speranza per tante giovani vite sopravvissute alla guerra: la sua organizzazione no profit Fugees Family (www.fugeesfamily.org) gestisce tutt’oggi programmi di scuola calcio e assistenza all’istruzione destinati a bambini rifugiati provenienti dalle più disparate nazioni. A dimostrazione che il calcio vero non si gioca a Stamford Bridge o al Santiago Bernabeu ma in ogni angolo del mondo dove è capace di generare felicità e speranza.

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Calcio

Il Trofeo PUPI di Javier Zanetti per un calcio e un mondo migliore

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Se parliamo di Javier Zanetti, sarebbe riduttivo raccontare solo il calciatore e non l’uomo. L’ex capitano dell’Inter, infatti, è riconosciuto universalmente come simbolo di integrità e correttezza e non è un caso che molti giovani talenti abbiano come ispirazione il suo cammino e la sua carriera. Una volta svestita definitivamente la divisa da gioco, ma anche prima, Javier è sempre stato in prima linea per aiutare i più sfortunati. Con la Fondazione P.U.P.I. Onlus di Paula e Javier Zanetti infatti sono anni che organizza iniziative di raccolta fondi per le zone disagiate di Buenos Aires ma non solo.

Domani, 12 maggio 2018, si terrà la seconda giornata dell’evento “IN CAMPO PER UN SORRISO – 7° TROFEO PUPI” che dopo la prima tappa del 28 Aprile a Milano, si ripeterà nel capoluogo meneghino presso il Centro Sportivo Triestina di Via Alessandro Fleming 13. Il torneo di calcio a 7 che coinvolgerà aziende e singoli individui over 30 è arrivato alla settima edizione e rientra nel progetto della Fondazione chiamato “Lo Sport ci rende uguali” dove il calcio è utilizzato come strumento per migliorare il comportamento e l’educazione in campo e l’integrazione dei ragazzi che attraverso il pallone cancellano le diversità e capiscono l’importanza dell’aspetto inclusivo che ogni attività sportiva dovrebbe avere. Il torneo si svolgerà attraverso qualificazioni, semifinali e finali e tante squadre hanno aderito, riconfermando la loro presenza come nelle scorse edizioni. Tra queste, ovviamente, non poteva mancare la squadra della Fondazione Pupi capitanata proprio da Javier Zanetti.

Negli ultimi anni l’evento ha visto un grande richiamo mediatico e la partecipazione di ex giocatori come Walter Samuel, Ivan Cordoba, Benito Carbone, Maurizio Ganz, Beppe Baresi oltre a quella di importanti aziende come Porsche, Aviva Italia Holding, Mercedes Benz, Unipol, Libraccio, Adidas, Reale Group, Pirelli, Umbro e altri ancora. Quest’anno tra le aziende che hanno voluto dare il proprio contributo c’è il marchio di abbigliamento sportivo JAKO che ha donato le divise da gioco e i palloni ai partecipanti.

Eventi del genere, ci fanno capire, ancora una volta, come nel mondo dorato del pallone che muove costantemente un volume di soldi inimmaginabile ci debba essere la presa di coscienza da parte degli attori protagonisti di come il calcio e lo sport in generale deve essere strumento di condivisione, arricchimento personale e aiuto verso coloro che nella vita quotidianamente combattono per la sopravvivenza e che vedono nei loro beniamini un modello da seguire e una speranza per un futuro migliore. E Javier Zanetti e la sua Fondazione PUPI sono una realtà che tutti dovrebbero prendere ad esempio.

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Altri Sport

Niente Rugby e Pugilato per le Donne: anche Tonga ha i suoi divieti medievali

Francesca Ceci

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Discriminazione e sport: in Tonga le donne non possono giocare a rugby né praticare pugilato. Anche nel Pacifico esistono ancora divieti medievali.

Essere donna è ovunque, e da sempre, una sfida. In alcuni paesi lo è più che in altri, persino ai giorni nostri.  Una lunga storia di diritti negati e conquistati a suon di dure battaglie e rivendicazioni, molte delle quali tuttora rimaste inascoltate. Ce n’è per tutti i gusti e in ogni campo: dalla disparità salariale tra uomini e donne sul posto di lavoro, tanto per trattare un tema di attualità,  passando per la politica, fino alla letteratura, se vogliamo andare un po’ indietro nel tempo. Non è mistero, infatti,  come le donne siano state tenute lontane dalla scrittura,  in parte fino ai primi dell’Ottocento, epoca in cui le scrittrici smettono di celarsi dietro uno pseudonimo (pensiamo a Currer Bell, alias Charlotte Brontë, o a George Eliot, alias Mary Anne Evans) o di pubblicare come “anonimo” i loro scritti.

Ce lo ha raccontato bene Virginia Woolf nel saggio “Una stanza tutta per sé” rivendicando a gran voce per il genere femminile la possibilità di essere ammesse ad una cultura che fino a quel momento si era rivelata di esclusivo appannaggio maschile, in una società, nella fattispecie quella inglese, di stampo profondamente maschilista. Da allora tanto si è fatto. Ma molto c’è ancora da fare. Basti pensare alle donne dell’Arabia Saudita che hanno dovuto attendere fino al 2017 per l’abolizione di un divieto, quello di guidare,  che, negli anni e nel mondo, era diventato il simbolo della repressione e delle restrizioni che le donne subiscono nel paese.

Insomma, secoli di sudditanza in qualsiasi campo hanno relegato la figura femminile al silenzio, escludendola dalle sale della cultura a quelle del potere. E di certo non fa eccezione il mondo dello sport. Un esempio? Le donne in Afghanistan non posso praticare, per legge, sport in pubblico. 

 

E’ notizia di pochi giorni fa il decreto emesso dal governo tongano che vieta alle studentesse di partecipare a eventi sportivi di rugby e pugilato. Motivazione? “Preservare la dignità delle donne di Tonga e tener fede ai valori tongani”. La nuova direttiva è arrivata alle scuole con una lettera nelle ultime settimane e se ne è cominciato a parlare pochi giorni fa quando la squadra femminile di rugby di una scuola dell’arcipelago di Tonga è stata fatta ritirare da un torneo.

Neanche a dirlo, la decisione è stata criticata molto duramente da studentesse, atlete e attiviste di Tonga ed è subito stata oggetto di giudizi molto aspri. Tra le prime a scagliarsi contro la decisione, l’avvocatessa per i diritti delle donne, Ofa Guttenbeil-Likiliki, ha espresso la sua indignazione a Radio New Zealand: “Questo ci riporta indietro al pensiero che l’educazione per le ragazze è solo accademica e che lo sport è un’alternativa solo per i ragazzi. È un danno per tutto il lavoro che abbiamo fatto nel provare a portare avanti una maggiore equità tra generi nelle Tonga”.

Secondo Guttenbeil-Likiliki, la cultura è utilizzata soltanto come una scusa, mentre la storia è ricca di donne tongane forti e da prendere ad esempio, come la neozelandese – ma di origini tongane, per l’appunto – Teuila Fotu-Moala, Woman of the Match nella finale dell’ultima Coppa del Mondo di rugby League.

Dall’amministrazione tongana, intanto, corrono ai ripari e  arrivano le prime spiegazioni a quello che, secondo le autorità, potrebbe essere stato giudicato un fraintendimento, tesi però che convince pochi. Il Ceo del Ministero, Manu ‘Akau’ola, ha spiegato che la misura è stata adottata dopo il passaggio del devastante ciclone Gita nello scorso febbraio, giudicata come la peggiore tempesta abbattutasi sull’isola negli ultimi sessant’anni.

“A causa del ciclone, il nostro ministro ha disposto che tutte le scuole statali non sarebbero state coinvolte in alcuna attività sportiva durante questo periodo, poiché era stato già sottratto troppo tempo alla scuola”. Una marcia indietro che sa tanto di obbligata dopo le polemiche e una spiegazione che non convince, soprattutto quanti credono che invece la decisione abbia molto a che vedere con il lungo elenco di  disuguaglianze e discriminazioni che hanno costellato, negli anni, anche il mondo dello sport.

Eppure, una delle più belle storie sportive mai raccontate è tutta al femminile, protagonista la formidabile Nadia Comaneci, la più conosciuta ginnasta di tutti i tempi.  Leggenda mondiale, campionessa rumena che il 18 luglio 1976 a Montreal è stata la prima ginnasta ai Giochi Olimpici ad ottenere un 10 alle parallele asimmetriche. La votazione, dopo la sua stupefacente prestazione, fu addirittura ritardata poiché i computer del Cio erano programmati per registrare votazioni fino al 9,99, il “10” non era previsto. Per questo, al posto del 10 fu inserito nel computer il voto 1,00 che fu moltiplicato per dieci volte.
Fino a quel momento la perfezione non era contemplata. Da quel momento lo fu altre 6 volte, tutte con lei.
La rivista “TIME”, la più autorevole in tutti i settori del giornalismo mondiale, la consacrò con una copertina storica e con quel “She’s Perfect” che la ricorderà per sempre.

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