Due settimane o poco più. L’arco di tempo che separa Francesco Totti dall’addio alla Roma. Il 28 maggio scriverà la parola “fine” ad una lunga storia di calcio, ma non sarà, necessariamente, l’ultimo giorno da calciatore.

Il numero dieci giallorosso, del resto, non ha mai chiuso la porta a un prosieguo di carriera. Anzi, alla domanda “smetti?” o “è il tuo ultimo anno?” ha sempre risposto a monosillabi: fra un “non so” e un “vediamo” passando attraverso un “lo dicono loro” la porta è rimasta aperta. Non è difficile immaginare che Totti si senta nel fisico e (sopratutto) nel cuore un calciatore. E allora, perché non assecondare questa volontà continuando a giocare a Roma? Non nella Roma, ma comunque a Roma. In una sua ex squadra. Tutte le strade portano a Trastevere.

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Totti in serie D. Come ci si permette? Fermi tutti.

Niente insulti.

Nessuno vuole offendere la storia di Totti o mancargli di rispetto. Anzi: è un invito a scrivere una straordinaria storia di calcio.

Il Trastevere è arrivato secondo nel girone H di LND, dopo un campionato dominato. Ha sfiorato l’impresa, dopo una tragedia che ha unito tutti. Quel maledetto 25 agosto, Amatrice crolla. Sergio Pirozzi lascia il proprio incarico di allenatore per dedicarsi a tempo pieno alla sua città, di cui è Sindaco. Scelta inevitabile, dolorosa: il gruppo, formato da tanti romani, si cementa e, contro tutti i pronostici, domina il campionato. Trastevere, il quartiere più romano di Roma, accarezza il sogno Lega Pro, senza raggiungerlo. L’obiettivo sfuma a poche giornate dal termine. In società, però, dicono sia solo rimandato…

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E allora? Beh, basta pensarci un attimo: se il Trastevere centrasse l’impresa di entrare nel calcio professionistico, sarebbe da guiness dei primati. Un record. Di quelli, insomma, che piacciono tanto a Francesco Totti. E allora, se questo eterno ragazzo ha ancora voglia di stupire, perchè non chiude la carriera laddove l’ha iniziata? Cosa ci sarebbe di più bello e romantico? Pier Luigi Betturi, il presidente che ha in serbo per il Trastevere un progetto alla “Chievo Verona”, ha già lanciato un appello, nel febbraio del 2016.

Caro Capitano, qui potrai trovare, se lo vorrai, una porta spalancata per realizzare, insieme a noi, quel meraviglioso progetto che stiamo approntando e che ti vedrebbe protagonista, nella squadra che ti ha visto nascere calcisticamente, a conferma del tuo indissolubile legame con la nostra città”.

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Non sapremo mai se Totti, nell’inverno 2016, ci abbia pensato. E comunque, non ne ha avuto il tempo, impegnato da protagonista assoluto nella rincorsa ai preliminari di Champions. L’uno-due al Torino è (sarebbe) stato lo straordinario canto del cigno di un campione. Forse, a conti fatti, era quello, il momento di smettere. Mesi dopo, il mondo si è rovesciato. Totti se volesse continuare a giocare, dovrebbe farlo lontano da Roma. Fra i rimpianti di tutti. Perché un figlio e un simbolo della città di Roma deve lasciarla?

Ci pensi, allora, Totti: certamente, non ha bisogno né di soldi né di “vetrine”. Se, come tutto lascia credere, vuole semplicemente continuare a giocare, perché non trascina un gruppo di giovani romani alla conquista di un sogno? A Trastevere realizzerebbe il sogno di tanti altri bambini, che ancora lo desiderano in campo. Giocare nella sua “Smit” significherebbe unirsi e fondersi alla città. E poi, mettersi in discussione in LND, significherebbe zittire gli scettici e togliersi la scomoda etichetta di “pigro” e viziato”. Nonché realizzare ciò che più ha a cuore: chiudere da calciatore, quando e come vuole, scrivendo un ultimo capitolo di una splendida storia di calcio e di sport. É abbastanza, per pensarci?

 

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