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Tennis

E’ morto il Re, Viva il Re! Murray detronizza Djokovic e diventa il padrone del Tennis

Federico Mariani

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È arrivato il momento! Finalmente, per i simpatizzanti delle umane questioni, per chi parteggia per il più debole, per chi si schiera coi titani e contro gli dei. Andy Murray è il nuovo padrone del tennis mondiale – il ventiseiesimo da quando un computer ha la mansione di stilare classifiche e immortalare gerarchie – dopo una rincorsa selvaggia culminata con la finale di Parigi, sponda Bercy, e la contestuale sconfitta di Djokovic il giorno prima. Il ragazzone di Dunblane, incluso dai media nel privé super elitario dei Fab Four senza che però sia mai sfiorata l’idea che potesse avvicinarsi in prestigio e valore agli altri tre extraterrestri, succede sul trono a Djokovic, amici prima che rivali nati a una settimana l’uno dall’altro, simili al limite dell’interscambiabilità con una differenza quanto mai sostanziale: a Nole riusciva più o meno tutto un pelo meglio. E così mentre il “gemello” serbo disegnava record e incamerava Slam edificando attorno a sé un’aura da imbattibile, Murray ha resistito assistendo dall’altro versante l’inevitabile parabola discendente di Federer e Nadal e difendendo lo scomodo ruolo del primo tra i secondi.

È la storia più antica nel mondo dello sport, anche banale se si vuole, quella di chi non smette di crederci e viene premiato dal lieto fine. A Murray va dato il merito di non essersi mai fermato, di aver cambiato, provato, sbagliato per tornare sui suoi passi come quando ha deciso di richiamare Ivan Lendl, la leggenda che ha saputo trasformarlo da perdente di lusso a uomo-Slam. E poco importa se la detronizzazione del serbo appare molto più simile all’attesa sulla riva del fiume piuttosto che un passaggio di consegne diretto, nella settimana che vede la top-ten orfana di Roger Federer dopo 14 anni Murray siede per la prima volta a 29 anni sul trono del tennis mondiale chiudendo di fatto il cerchio di una carriera meravigliosa.

LA SCALATA. È assurdo constatare come sia mutato l’orizzonte negli ultimi sei mesi del tennis di vertice, un cambio di rotta verticale che ha squarciato piani, idee e previsioni, ha scombussolato certezze ormai assodate che all’alba di novembre costringono Djokovic ad abdicare in una stagione in cui manco troppo velatamente si era cominciato a fantasticare – o a temere – sull’ipotesi- Grande Slam, un sogno rimasto imprigionato nel cassetto dall’epopea di Laver nel preistorico 1969. Già, perché in aprile Robonole veleggiava in solitaria col doppio dei punti nel ranking rispetto al primo inseguitore – Murray ovviamente – e perché il successo a Bois de Boulogne non solo aveva completato la bacheca-Slam in casa Djokovic, ma presupponeva una candidatura minacciosa per bissare l’impresa di Laver.

Nole, in buona sostanza, aveva in mano un 2/2 e soprattutto era pressoché impossibile scorgere un avversario che poteva scalfirlo. Il tennis però, vivaddio, non è una scienza esatta e i 5 mesi post-Roland Garros raccontano un film diverso dove Djokovic è relegato al ruolo di comprimario scadente e Murray è la star hollywoodiana. Limitarsi a incensare il recente ruolino di marcia dello scozzese sarebbe, tuttavia, un esercizio accademico, fine a se stesso. Senza togliere meriti al neo numero uno del mondo, è impossibile tacere sul pesante aiuto fornito dall’amico Nole nel sorpasso. I numeri sono la perfetta polaroid del ribaltone: dopo Parigi il serbo ha partecipato a sei tornei conquistandone uno con appena 18 incontri vinti. Dall’altra parte, Murray risponde con un irreale 47 su 50 che gli ha permesso di alzare sette trofei su nove tornei con il bis a Wimbledon e la medaglia d’oro alle Olimpiadi. Un percorso straordinario eseguito, tuttavia, senza mai battere direttamente Djokovic – con la rivalità ferma ancora alla finale parigina – fronteggiando nei 50 match soltanto 6 top ten. Insomma, è ragionevole credere che nell’ascesa del britannico il crollo di Djokovic abbia giocato un ruolo non solo importante (come è logico) ma decisivo. Questo, però, non verrà ricordato dalla storia del Gioco che, con spietato pragmatismo, rende eterne le vittorie e i record non soffermandosi sui dettagli e in fondo è giusto che sia così.

Gli smanettoni di Twitter tempo fa hanno cominciato a chiamarlo “Muzza”, un signore 100% british dopo la finale persa a Wimbledon contro Federer s’è preso addirittura la briga di acquistare un dominio internet solo per ribadire che Murray è scozzese e non inglese, ma manco britannico. Il ritornello nelle orecchie dello “scozzese quando perde, inglese quando vince” avrà consumato Andy senza però sfinirlo, tanto che per nulla diplomatico si era professato a favore dell’indipendenza scozzese dalla Regina. Ora che ha riportato un suddito di sua maestà al numero uno del mondo, dopo averlo riportato a vincere uno Slam, dopo averlo riportato a trionfare a Wimbedon, dopo aver riportato in patria la Coppa Davis, ora ha chiuso davvero il cerchio. Una sorta di rivincita sociale per i secondi che non devono essere etichettati come perdenti solo perché c’è qualcuno semplicemente più bravo di loro. È anche la rivincita di un giocatore quasi-normale, ovviamente molto lontano dal resto dei mestieranti che affolla la top-ten, ma anche distante dagli altri tre fenomeni più vicini a divinità che a tennisti. Murray non rientrerà nella cerchia dei più forti di ogni tempo, ma sarebbe stato altresì delittuoso non vederlo sedere sul trono in un’epoca che definire complicata è un eufemismo. Questo probabilmente è il più dolce dei successi e, per festeggiarlo, Murray ha scelto i versi di “If” di Rudyard Kipling e non è un caso se tra questi è compresa la frase che campeggia alle porte del Centre Court di Wimbledon:” if you can meet with triumph and disaster, and greet those two imposters just the same..” Ce l’hai fatta, Andy!

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Storie dell'altro mondo

Danielle Collins, la studentessa che ce l’ha fatta

Lorenzo Martini

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Wimbledon sta chiudendo battenti e come ogni anno gli occhi del mondo sono stati puntati sugli splendidi prati verdi londinesi. Eppure, la protagonista della nostra storia non giocherà la finale femminile di oggi ma è uscita di scena la prima settimana dei Championships, estromessa nettamente da Elise Mertens, giovane promessa belga. Di chi stiamo parlando? Di Danielle Collins, una delle tenniste rivelazioni del 2018.

 Il suo nome fino allo scorso anno non compariva in nessuno dei tabelloni dei tornei principali WTA, ora invece la Collins è una presenza fissa del circuito. Come mai questa repentina ascesa? Andiamo con ordine, partendo dal suo passato.

Danielle nasce nel ’93 a St Petersburg, in Florida. Fin da piccolina, ammirando le epiche gesta di Venus e Serena si innamora del tennis, ma purtroppo non può giocarci né allenarsi. A casa i soldi bastano a malapena per campare. Però la passione è troppo forte, tant’è che la piccola Danielle spesso va fino a Tampa per giocare nei campi pubblici, confrontandosi con chi capita. Ottantenni in pensione, casalinghe cinquantenni, il panorama è vario, ma la ragazzina non si scompone e quando può se ne esce con la fatidica domanda: “vuoi giocare con me?”.

A dodici anni inizia a partecipare ai tornei comunali. All’inizio le sconfitte si sprecano, ma poi, partita dopo partita, arrivano le soddisfazioni. Il suo tennis, mai impostato da un istruttore, è comunque fluido ed esprime un talento cristallino. E di quel talento non può non accorgersi uno che di giovani promesse ne capisce qualcosa: è così che Nick Bollettieri viene a conoscenza di Danielle Collins. Bollettieri la accoglie nella sua Accademia a braccia aperte e le permette d allenarsi gratuitamente, conscio della difficile situazione economica della sua famiglia.

Ma, malgrado il talento, per poter competere ad alti livelli è necessario giocare molti tornei e viaggiare. Viaggi di cui né Bollettieri né la famiglia si possono far carico. Inoltre, chi potrà mai garantirle che un giorno sfonderà nel circuito WTA? Le problematiche non mancano. Per questo Danielle accantona il suo sogno e decide di iscriversi al College, all’University of Virginia.

Qui però non smette di stupire col suo talento, tant’è che diventa campionessa NCAA già al secondo anno. Arriva una wild card per gli US Open 2014, dove incredibilmente strappa un set alla blasonata Simona Halep. Forse è finalmente arrivato il momento di entrare nel mondo del professionismo. Inoltre ci sono i 45000 dollari di prize money che rappresentano un ottimo incentivo. Ma Danielle li rifiuta e decide di lasciar perdere il professionismo: se infatti accettasse quell’assegno, non solo non potrebbe più gareggiare a livello NCAA, ma dovrebbe lasciare l’università e perderebbe la borsa di studio. Decide al contrario di continuare gli studi in Virginia, finchè nel 2016 non solo  si laurea in comunicazione, ma diventa nuovamente campionessa NCAA.

 Ora Danielle è realmente intenzionata a intraprendere la carriera da tennista professionista. Coi soldi messi da parte si iscrive nei tornei minori, pernottando nei peggiori ostelli e viaggiando di notte sui treni. Ma nel marzo 2017 arriva la svolta: la Collins viene insignita dell’Oracle US Tennis Award, un premio di 100000 dollari che viene assegnato ai migliori prospetti universitari che si approcciano al professionismo. E’ un’autentica manna dal cielo, che Danielle decide di sfruttare al meglio: investe gran parte del premio nel creare un un team di coach, preparatori e medici che la seguono durante gli allenamenti.

Inoltre, quello stesso mese riceve una wild card a Indian Wells, grazie all’intervento di Larry Ellison, proprietario del torneo e tra gli organizzatori dell’Oracle Award. L’esperienza non sarà delle migliori, perché Danielle viene spazzata via da Monica Puig con un secco 6-0 6-1. Ma questo risultato non la scoraggia, continua a lavorare duro e a giocare nei tornei minori finchè a fine anno è a un passo dalla top100.

A inizio 2018 sfiora l’ingresso nel tabellone principale degli Australian Open, finchè però a febbraio non vince a Newport Beach e riceve così un’altra wild card a Indian Wells. E malgrado la delusione dell’anno prima la Collins va alla grande, arrivando fino agli ottavi, per poi venir eliminata dall’inossidabile Suarez Navarro. Ma le sorprese non sono ancora finite.

 Nonostante l’incredibile cammino a Indian Wells, gli organizzatori di Miami decidono di non concederle una wild card. Ma Danielle non ci sta: partendo dalle qualificazioni estromette una dietro l’altra la Smitkova, la Cepelova, la Begu, la Vandeweghe, la Vekic. Agli ottavi si ritrova davanti la Puig, che l’anno prima l’aveva ridicolizzata, ma stavolta si prende la rivincita. E poi, come negli happy ending più inaspettati, si trova di fronte a Venus Williams, uno dei suoi idoli da bambina. E come nelle favole, il sogno si realizza e Danielle batte la Venere Nera con un secco 62 63.

 In semifinale perderà con la Ostapenko, ma non importa. Danielle diventa numero 66 al mondo, si fa finalmente conoscere e sorprende il grande pubblico . Tutti i suoi sforzi, i sacrifici, finalmente ricompensati. Per lei che fino a poche settimane prima non aveva mai vinto neanche un match nel circuito maggiore, che giocava senza sponsor, è un risultato sensazionale.

Per questo non conta che sia uscita al primo turno a Wimbledon. Ha già ampiamente dimostrato di che pasta è fatta, rivelando una freddezza e una tenuta mentale impressionanti. La sua carriera sembra un continuo crescendo. E chissà se, in futuro, Danielle non ci riserverà qualche altra sorpresa.

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Arthur Ashe: il campione più forte dell’Apartheid

Matteo Zanon

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Il 5 Luglio 1975 Arthur Ashe vince Wimbledon, divenendo il primo e finora unico tennista afroamericano a conquistare il prestigioso torneo inglese. Una vittoria piena di significati per un uomo che si è sempre battuto per i diritti dei più deboli.

Ognuno di noi, che ne sia conscio o meno, ha una missione, un obiettivo che diventa il fulcro su cui ruota, negli anni, la vita. Alcuni riescono ad arrivarci direttamente, senza “perdersi” o senza imboccare vie più o meno distorte. Altri invece ci arrivano con il tempo, magari affrontando sfide e ostacoli insidiosi che, però, non offuscano la vista dal vero obiettivo, che è sempre lì, pronto a rivelare la sua autenticità. In quel momento, se si riesce davvero a capirlo appieno, la vita diventa ogni giorno una vera e propria realizzazione del proprio sé, unico e inimitabile.

Arthur Ashe, nacque il 10 luglio del 1943 a Richmond. All’età di 7 anni perse la madre, deceduta per un intervento chirurgico mal riuscito. Il padre, poliziotto, faceva il custode di un impianto sportivo riservato ai neri dove c’erano quattro campi da tennis. Arthur iniziò proprio lì a prendere confidenza con il gioco del tennis. Nella sua giovinezza provò vari sport, dal basket al football americano. Il suo fisico mingherlino non lo aiutava per niente negli sport dove la fisicità è tutto. Grazie anche a Ron Charity, maestro locale che nota sin da subito il talento, Arthur cominciò a praticare definitivamente il tennis. Da quel momento ebbe inizio la scalata verso l’olimpo dei grandi.

Nel 1957 è il primo nero a giocare un campionato juniores, nel Maryland. Cominciò ad attirare seriamente l’attenzione degli appassionati di tennis dopo che vinse un premio tennistico a Ucla (Los Angeles), nel 1963. Nel medesimo anno, a 20 anni,  diventò il primo afroamericano ad essere selezionato per giocare nella squadra statunitense in Coppa Davis. Nel 1968 vinse la prima edizione dell’era open degli US Open. Nel 1969 cominciò a venir considerato tra i migliori tennisti del mondo. Ashe contribuì in quegli anni a fondare l’Association of Tennis Professionals (ATP).

Sin dalla giovinezza dovette convivere con la difficoltà di vivere in America, dove in quegli anni per i neri tutto era reso difficile, quasi invivibile. Eclatante fu quando nel 1968 ricevette, da parte del governo sudafricano, l’esclusione dal torneo Open di Johannesburg. Ashe con grande determinazione decise di avviare una campagna di denuncia nei confronti dell’Apartheid e arrivò a chiedere l’espulsione della federazione sudafricana dal circuito tennistico professionale. Nel 1970 aggiunge il secondo titolo dello Slam alla sua carriera vincendo gli Australian Open. Nel 1975 giocherà la sua stagione migliore. A Wimbledon sconfigge a sorpresa il connazionale-rivale Connors (10 anni più giovane) in quattro set. Quel 5 luglio 1975 Arthur riscrisse la storia del torneo e soprattutto della storia del tennis. Con questa vittoria si accaparrò il terzo Slam, che contribuì ancora di più a renderlo simbolo della lotta all’Apartheid, un’icona dei diritti civili.

Ashe giocò per altri anni, ma dopo essere stato colpito da un infarto nel 1979, si ritirò nel 1980. Rimane attualmente il solo giocatore di colore ad aver vinto tre titoli del Grande Slam e uno dei due tennisti di colore ad aver vinto un torneo singolare maschile del Grande Slam insieme a Yannick Noah (vinse il Roland Garros nel 1983).

Dopo il suo ritiro, Ashe assunse tanti altri compiti: giornalista (Time) e commentatore (ABC Sport). Fondò la National Junior Tennis League e fu capitano della squadra statunitense di Coppa Davis. Nel 1983, Ashe subì un secondo attacco di cuore. Nel 1985 fu nominato nella Tennis Hall of Fame. Nel 1988 scoprì di essere affetto dall’Hiv, trasmessagli da una trasfusione di sangue fattagli durante un intervento chirurgico al cuore. Nonostante decise, insieme alla moglie, di tenerla nascosta, la notizia cominciò a diffondersi e nel 1992 rese pubblico il suo stato di salute deficitario.

Anche durante la malattia, Ashe non smise di fare del bene: due mesi prima di morire fondò la Arthur Ashe Institute for Urban Health per venire incontro alle persone con un’assistenza medica insufficiente. Gli ultimi anni della sua vita li passò scrivendo un libro che finì una settimana prima di morire. Il 6 febbraio 1993 a causa delle complicanze della malattia morì.

Per Ashe il tennis era il mezzo, non il fine. In campo sapeva esprimersi alla perfezione, tanto che venne soprannominato, per la sua eleganza e sportività, il “Principe nero”. Era fuori dal campo però che, da quanto raccontato da chi ha potuto ammirarlo e conoscerlo, sapeva esprimere il proprio essere, la propria umanità di “messaggero” come ebbe splendidamente il coraggio di dire di sé. Arthur era riflessivo, pacato e con una voglia matta di conoscere, di imparare (ha conseguito la laurea in Scienze della finanza) per trasmettere a sé stesso e agli altri amore, serenità e pace, tre sensazioni vitali. Nelle innumerevoli esperienze di vita che ha vissuto con i suoi connazionali neri, non ha mai smesso di dare loro speranza, per poter permetter loro di avere ancora il coraggio di sognare. Martina Navratilova ha voluto ricordarlo cosi: “Ha combattuto per la sua vita e per quella degli altri. Un uomo meraviglioso che ha saputo andare oltre il tennis,  la sua razza, la sua nazionalità, la sua religione per cambiare e migliorare il mondo”.

Nel 1990 Arthur ebbe l’onore di incontrare Nelson Mandela. Fu proprio il futuro presidente del Sudafrica a voler incontrare, come prima persona dopo essere uscito dal carcere, Arthur Ashe. Avrà voluto ringraziarlo per quanto è riuscito a fare e a dare per migliorare il mondo.

Una sua celebre citazione rispecchia pienamente il suo spirito: L’autentico eroismo è sobrio, non drammatico. Non è il  bisogno di superare gli altri a qualunque costo  ma il bisogno di servire gli altri a qualunque costo”. Servire, non superare. Forse era proprio questo la missione di Arthur, campione di autentica umanità.

Campione è chi lascia il suo sport migliore di quando ci è entrato

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Storie dell'altro mondo

Wimbledon: Racconti, Miti e Leggende del Torneo più antico della Storia

Matteo Zanon

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Inizia oggi il Torneo di Wimbledon, una delle manifestazioni tennistiche più amate di sempre. Un evento che nella storia ci ha regalato aneddoti davvero fuori dal comune. Ecco tutto quello che c’è da sapere. 

Le storie, in certi casi, hanno un inizio strano, quasi inaspettato. Per una casualità possono nascere storie incredibili che rimangono inalterate dopo tanti, tantissimi anni. Curiosità, aneddoti, tradizioni, tanti atleti, tante emozioni che rimangono indelebilmente nella storia di questo sport.

Il torneo di Wimbledon, è nato per un piccolo inconveniente. Al tempo, nel 1877, lo sport più diffuso e praticato dalla nobiltà inglese era il croquet. Gli appartenenti all’All England Croquet Club, si divertivano a praticarlo sui campi in erba del circolo. Per mantenere i campi curati e adatti a poter giocare, venivano usati dei rulli trainati dai cavalli che servivano per lisciare e livellare l’erba dei campi. Un giorno, un rullo si ruppe. Per ovviare all’inconveniente e alla costosa riparazione dell’attrezzo, ai soci venne l’idea di organizzare un torneo di tennis, disciplina che cominciava a crescere (era decisamente più movimentata del croquet). Facendo pagare una piccola quota per la partecipazione al torneo (uno scellino) raccolsero i 17 sterline, più che sufficienti per riparare il rullo e per dare inizio ad un torneo che di li a breve diventerà sempre più leggendario. Il torneo si disputa ogni anno sei settimane prima del primo lunedì di agosto, ne dura due e non si gioca nella domenica centrale in onore della Regina (salvo tre eccezioni nella storia). Il pubblico che assiste al torneo arriva da tutto il mondo. Un grandissimo numero di appassionati ogni anno fa a gara per acquistare i biglietti prima possibile. Durante il torneo gli spettatori sono soliti mangiare fragoline del Kent annegate nello champagne o sorseggiare Pimm, un cocktail a base di gin, limonata e frutta. Si calcola che i 500 mila appassionati che accorrono ogni anno consumino complessivamente ventisette tonnellate di fragole, dodicimila bottiglie di champagne e ottantamila bicchieri di Pimm. Un pubblico che davvero non si lascia mancare niente e che si gode appieno questa chermes.

L’evento di Wimbledon, città della contea di Londra, è organizzato in 5 eventi principali: singolare maschile, singolare femminile, doppio maschile, doppio femminile e doppio misto. Riuscire ad aggiudicarsi questo torneo, per un tennista è il massimo che si possa raggiungere in termini di soddisfazione per la carriera. Ogni anno i migliori tennisti del circuito professionistico (che vengono invitati direttamente dagli organizzatori) si sfidano, rigorosamente vestiti di bianco come vuole la tradizione, per ambite al prestigioso premio (lo scorso anno il montepremi complessivo era di 36 milioni di euro, di cui ben 2 milioni e 600 mila sono andati ai due vincitori, uomo e donna).

Wimbledon come abbiamo visto, è il torneo più antico del circuito nonché il più carico di tradizione e storia (il giudice di sedia quando annuncia il punteggio o presenta i contendenti, appella tutti i giocatori come “Gentleman” o semplicemente con il cognome, mentre le giocatrici sono chiamate “Miss” o “Mrs”). I tempi, soprattutto negli ultimi anni, sono cambiati sempre più velocemente e le esigenze televisive e degli sponsor guadagnano sempre più importanza nell’apparentemente invulnerabile conservatorismo del torneo. Nel 1997 viene inaugurato il nuovo campo centrale capace di ospitare 18.000 spettatori e quindi di aumentare gli introiti di quasi il doppio rispetto al passato. Dal 2007 una novità importante è la raggiunta parità di premi tra Gentlemen e Mrs, dovuta anche all’interesse che oggi suscita nel pubblico la nuova generazione di modelle-tenniste, (come Maria Sharapova e Ana Ivanovic), che sono in grado di far ruotare attorno al tennis, sfruttando anche la loro mondanità e il loro fascino, un giro di denaro pari se non maggiore a quello dei colleghi maschi. Segno dei tempi che cambiano e che si evolvono sempre più rapidamente.

Allo stesso tempo però, se si vuole respirare, al giorno d’oggi, l’invitante aroma del tennis che fu, il luogo più indicato si trova sempre lì, in quell’anacronistico mondo che per due settimane l’anno rivive, in un periferico quartiere di Londra, tra la fragranza dei tulipani, il sapore delle fragole e dello champagne, l’immancabile odore dell’erba bagnata.

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