È arrivato il momento! Finalmente, per i simpatizzanti delle umane questioni, per chi parteggia per il più debole, per chi si schiera coi titani e contro gli dei. Andy Murray è il nuovo padrone del tennis mondiale – il ventiseiesimo da quando un computer ha la mansione di stilare classifiche e immortalare gerarchie – dopo una rincorsa selvaggia culminata con la finale di Parigi, sponda Bercy, e la contestuale sconfitta di Djokovic il giorno prima. Il ragazzone di Dunblane, incluso dai media nel privé super elitario dei Fab Four senza che però sia mai sfiorata l’idea che potesse avvicinarsi in prestigio e valore agli altri tre extraterrestri, succede sul trono a Djokovic, amici prima che rivali nati a una settimana l’uno dall’altro, simili al limite dell’interscambiabilità con una differenza quanto mai sostanziale: a Nole riusciva più o meno tutto un pelo meglio. E così mentre il “gemello” serbo disegnava record e incamerava Slam edificando attorno a sé un’aura da imbattibile, Murray ha resistito assistendo dall’altro versante l’inevitabile parabola discendente di Federer e Nadal e difendendo lo scomodo ruolo del primo tra i secondi.

È la storia più antica nel mondo dello sport, anche banale se si vuole, quella di chi non smette di crederci e viene premiato dal lieto fine. A Murray va dato il merito di non essersi mai fermato, di aver cambiato, provato, sbagliato per tornare sui suoi passi come quando ha deciso di richiamare Ivan Lendl, la leggenda che ha saputo trasformarlo da perdente di lusso a uomo-Slam. E poco importa se la detronizzazione del serbo appare molto più simile all’attesa sulla riva del fiume piuttosto che un passaggio di consegne diretto, nella settimana che vede la top-ten orfana di Roger Federer dopo 14 anni Murray siede per la prima volta a 29 anni sul trono del tennis mondiale chiudendo di fatto il cerchio di una carriera meravigliosa.

LA SCALATA. È assurdo constatare come sia mutato l’orizzonte negli ultimi sei mesi del tennis di vertice, un cambio di rotta verticale che ha squarciato piani, idee e previsioni, ha scombussolato certezze ormai assodate che all’alba di novembre costringono Djokovic ad abdicare in una stagione in cui manco troppo velatamente si era cominciato a fantasticare – o a temere – sull’ipotesi- Grande Slam, un sogno rimasto imprigionato nel cassetto dall’epopea di Laver nel preistorico 1969. Già, perché in aprile Robonole veleggiava in solitaria col doppio dei punti nel ranking rispetto al primo inseguitore – Murray ovviamente – e perché il successo a Bois de Boulogne non solo aveva completato la bacheca-Slam in casa Djokovic, ma presupponeva una candidatura minacciosa per bissare l’impresa di Laver.

Nole, in buona sostanza, aveva in mano un 2/2 e soprattutto era pressoché impossibile scorgere un avversario che poteva scalfirlo. Il tennis però, vivaddio, non è una scienza esatta e i 5 mesi post-Roland Garros raccontano un film diverso dove Djokovic è relegato al ruolo di comprimario scadente e Murray è la star hollywoodiana. Limitarsi a incensare il recente ruolino di marcia dello scozzese sarebbe, tuttavia, un esercizio accademico, fine a se stesso. Senza togliere meriti al neo numero uno del mondo, è impossibile tacere sul pesante aiuto fornito dall’amico Nole nel sorpasso. I numeri sono la perfetta polaroid del ribaltone: dopo Parigi il serbo ha partecipato a sei tornei conquistandone uno con appena 18 incontri vinti. Dall’altra parte, Murray risponde con un irreale 47 su 50 che gli ha permesso di alzare sette trofei su nove tornei con il bis a Wimbledon e la medaglia d’oro alle Olimpiadi. Un percorso straordinario eseguito, tuttavia, senza mai battere direttamente Djokovic – con la rivalità ferma ancora alla finale parigina – fronteggiando nei 50 match soltanto 6 top ten. Insomma, è ragionevole credere che nell’ascesa del britannico il crollo di Djokovic abbia giocato un ruolo non solo importante (come è logico) ma decisivo. Questo, però, non verrà ricordato dalla storia del Gioco che, con spietato pragmatismo, rende eterne le vittorie e i record non soffermandosi sui dettagli e in fondo è giusto che sia così.

Gli smanettoni di Twitter tempo fa hanno cominciato a chiamarlo “Muzza”, un signore 100% british dopo la finale persa a Wimbledon contro Federer s’è preso addirittura la briga di acquistare un dominio internet solo per ribadire che Murray è scozzese e non inglese, ma manco britannico. Il ritornello nelle orecchie dello “scozzese quando perde, inglese quando vince” avrà consumato Andy senza però sfinirlo, tanto che per nulla diplomatico si era professato a favore dell’indipendenza scozzese dalla Regina. Ora che ha riportato un suddito di sua maestà al numero uno del mondo, dopo averlo riportato a vincere uno Slam, dopo averlo riportato a trionfare a Wimbedon, dopo aver riportato in patria la Coppa Davis, ora ha chiuso davvero il cerchio. Una sorta di rivincita sociale per i secondi che non devono essere etichettati come perdenti solo perché c’è qualcuno semplicemente più bravo di loro. È anche la rivincita di un giocatore quasi-normale, ovviamente molto lontano dal resto dei mestieranti che affolla la top-ten, ma anche distante dagli altri tre fenomeni più vicini a divinità che a tennisti. Murray non rientrerà nella cerchia dei più forti di ogni tempo, ma sarebbe stato altresì delittuoso non vederlo sedere sul trono in un’epoca che definire complicata è un eufemismo. Questo probabilmente è il più dolce dei successi e, per festeggiarlo, Murray ha scelto i versi di “If” di Rudyard Kipling e non è un caso se tra questi è compresa la frase che campeggia alle porte del Centre Court di Wimbledon:” if you can meet with triumph and disaster, and greet those two imposters just the same..” Ce l’hai fatta, Andy!

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