Non sono azzurri i suoi occhi, ma dentro di loro c’era lo stesso l’arcobaleno, quel giorno, domenica 1° ottobre 2006, quando a Torino Margherita Granbassi si prese la scena dei Mondiali di scherma conquistando il primo oro individuale della sua carriera.

Per la Lady Oscar del fioretto quella fu una vittoria indimenticabile, giunta al termine di una competizione esaltante e irresistibile, che la vide superare di slancio avversarie sempre più brave man-mano che avanzava nel tabellone. E mentre il cammino prendeva forma, lei forse ripensava ai suoi quattro anni, a quell’arma impugnata non perché fosse alla corte del re di Francia, ma perché anche i fratelli tiravano di scherma e lei, la più piccola di famiglia, non voleva essere da meno.

Solo che in quella Torino che prese d’assalto l’Oval Lingotto non era più una sfida per dimostrare chi fosse il migliore di casa, ma era un Campionato del Mondo, il top per uno schermidore dopo l’Olimpiade. E dall’altra parte non c’era un’altra compagna di giochi, ma il monumento della scherma italiana femminile: Giovanna Trillini, trenta medaglie al collo e vent’anni di gare nella testa e nelle gambe.

Ma se alla convinzione, che aumenta di pari passo con il numero dei successi, un atleta abbina la fame di vittoria, ottiene un cocktail di bravura semplicemente travolgente. E così fu per la Granbassi, che prese il largo fin dalle prime stoccate, rendendo vane le intenzioni di rimonta dell’avversaria, che poté solo complimentarsi al termine dell’incontro con la sportività che l’ha sempre contraddistinta.

14-8, recitava il tabellone. Voleva dire “finale”, la prima di sempre nell’individuale degli “assoluti” (cioè dei più grandi) tra Europei, Mondiali e Giochi Olimpici. Era a un passo dall’empireo, Margherita Granbassi, che pochi anni prima, mentre preparava la maturità linguistica, aveva capito che non avrebbe potuto fare a meno di quel fioretto che le aveva preso l’anima. Assieme, girarono e vinsero. In Italia, in Europa e nel Mondo. E ogni medaglia aveva un sapore particolare perché, oltre alla fatica e ai sacrifici, era anche una vittoria contro presenze abusive, entrate nella sua vita sportiva fin dagli inizi e senza alcun invito: gli infortuni. Quando, e soprattutto, al ginocchio, quando alla caviglia, quando alle dita. Pareva una maledizione.

Ma come l’eroina del cartone animato, anche la Granbassi combatté con destrezza e non si arrese mai al dolore, spinta da quella determinazione feroce e fondamentale per superare le avversità e arrivare a prendersi le meritate soddisfazioni. E una di queste, quel giorno di ottobre, era lì, a un passo. Mancava “solo” l’ultimo livello. Che, come tutti gli ultimi livelli, prevedeva la sfida contro la difficoltà più grande. In quel caso, la più forte fiorettista al mondo: Valentina Vezzali, campionessa olimpica e mondiale in carica. Una battaglia quasi generazionale: la dominatrice incontrastata opposta all’aspirante campionessa. Che partì fortissima e parve un’invincibile muraglia tanto che al termine del primo assalto era avanti 3-0. Nel secondo, però, emerse l’esperienza della Vezzali, che si portò sul 3-3. Da quel momento, fu una battaglia punto-a-punto, all’insegna del tatticismo e della tensione. La Vezzali andò addirittura avanti due volte (5-4 e 6-5), ma la Granbassi strinse i denti e, come si direbbe nell’atletica, rimase in scia. Fu necessario l’assalto supplementare, un minuto, la prima stoccata era quella vincente. A 33” dalla fine, Margherita Granbassi affondò, poi si tolse la maschera e, radiosa in volto, alzò le braccia al cielo: era campionessa del mondo!

Lei, originaria di quella Trieste definitivamente annessa all’Italia solo nel 1954, aveva toccato l’apice in quella Torino prima capitale d’Italia (1861). Verrebbe da dire che gli opposti si attraggono, ma pensando al dna reale (anche se asburgico) che a lungo ha attraversato il Venezia-Giulia, forse era giusto e inevitabile che la Principessa Sissi del fioretto fosse incoronata nella città dei Savoia.

Salì sul podio ebbra di gioia al punto da indossare sempre i pantaloni della gara. La medaglia al collo, i fiori in mano, l’inno nelle orecchie, il tricolore che lentamente si alzava dietro i capelli biondi e, sul viso, quel sorriso sempre più largo e luminoso. Come gli occhi. Che non erano azzurri, ma dentro i quali, quel giorno, domenica 1° ottobre 2006, insieme alle lacrime della felicità, c’era anche l’arcobaleno.

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