Angelo Benedicto Sormani, nato in Brasile nel 1939, è venuto in Italia nel 1961 per giocare nel Mantova. Non se ne è più andato. Ha vinto tutto ciò che un calciatore possa vincere a livello di club: due Coppe Italia, uno Scudetto, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe e una Coppa Intercontinentale. Tutto col Milan, tranne una coppa nazionale vinta durante la sua unica stagione a Roma. Una volta ritiratosi, è stato allenatore e commentatore televisivo. Oggi vive nella sua casa all’EUR, comprata durante la sua breve esperienza romana, ed è contento di raccontare la propria storia. L’anno scorso è uscita la sua autobiografia scritta con Martina Bonichi, “Io sono il pallone”, edita da Ultra Sport.

Che ricordi hai della comunità italiana in Brasile?

Ai miei tempi gli italiani, così come tutte le altre minoranze etniche, erano ancora molto coesi. Mia nonna teneva in vita le tradizioni, come la pasta fatta in casa, e mio padre aveva molti amici italiani di nascita o di origine. Eravamo tifosi del Palmeiras, che un tempo si chiamava Palestra Itália, la squadra degli italiani di San Paolo. In fondo i veri brasiliani non esistevano, eravamo tutti originari di qualche altro posto, solo gli indios potevano dire di essere nati lì. L’identità brasiliana si sta formando proprio in questi decenni.

Dalla squadra della tua città, il XV de Jaú, passasti alle giovanili del Santos, dove trovasti anche Pelè.

Sì, al Santos giocai due anni con Pelé. Questo fece sì che quando arrivai a Mantova, anche grazie alle mie ottime prestazioni, mi chiamarono “il Pelè bianco”, ma di certo le doti tecniche non erano comparabili. Non credo che lui lo abbia mai saputo. Spesso mi chiedono: Pelè o Maradona? Io sono di parte, ma anche ragionando da allenatore professionista quale sono, devo dire che preferisco Pelè: era più completo, poteva addirittura giocare tra i pali come un portiere vero. Alle sue doti tecniche si aggiungevano quelle fisiche, saltava più di tutti, correva, era forte fisicamente. E poi, non dimentichiamoci che lui inventava i colpi. A volte in partita gli vedevo fare delle cose mai viste e mi chiedevo: “Sbaglio o questo non lo ha mai fatto in allenamento?”. Era così: inventava. Oggi si copia.

Il Mantova ti pescò dal Santos dopo una tournée europea. Cos’era l’Italia per un italo-brasiliano?

L’Italia, per me e la mia famiglia, era un sogno. Mio nonno era emigrato in Brasile con lo scopo di far soldi e tornare, ma come moltissimi rimase lì e fece famiglia. Quando a 22 anni venni qui la mia famiglia fu contenta, perché era un ritorno alle origini. Mia nonna mi chiamava “piccolo Re Umberto”. Inoltre ero contento pure perché, al contrario di oggi, l’Italia era il massimo che un calciatore potesse desiderare.

È vero che la neve ti convinse a lasciare Mantova?

Ovviamente non fu solo la neve però sì, anche il clima ebbe un’influenza sulla mia decisione di partire. Mi mandarono una settimana in montagna e ricordo che non uscii mai di casa. Poi non sono mai più tornato in montagna.

Come presero i brasiliani la tua convocazione con la nazionale italiana?

Al tempo alcuni non bene, ad esempio il presidente della Federazione, che mi chiamò traditore. Ma adesso non c’è astio. Lo stesso presidente non mi permise di andare a salutare i miei amici nello spogliatoio dopo l’amichevole Italia-Brasile del 1963. Quella partita fu un momento complicato. Mio padre la stava guardando in un bar in Brasile, ma quando segnai io uscì e se ne tornò a casa: non era aria!

Nonostante io abbia giocato la finale di Coppa dei Campioni e di Coppa Intercontinentale, quella fu l’unica occasione in cui un po’ mi tremarono le gambe. Esattamente fu quando sentii gli inni uno dopo l’altro. Poi però vidi tutti gli attaccanti brasiliani che mi avrebbero levato il posto se avessi giocato per il Brasile. Allora la presi come una partitella di allenamento, titolari contro riserve, e mi dissi: “Oggi vincono le riserve”.

La Roma ti comprò e “il Pelè bianco” divenne “Mister Mezzo Miliardo”. Perché nella capitale non ti diedero un’altra possibilità?

Alla Roma giocai solo una stagione e non andò bene. La squadra era stata costruita per vincere ed arrivò dodicesima. Complice anche un grave infortunio, non fu una bella stagione nemmeno a livello personale. In realtà, guardando a posteriori la mia carriera, ho capito che rendevo meglio nelle squadre organizzate bene. La Roma del 1963-64 non era una squadra ben organizzata, né tatticamente né a livello societario, cambiammo tre allenatori. Pensarono che non ero adatto a una grande città e la stagione seguente venni mandato in prestito alla Sampdoria per recuperare qualche soldo. Lì feci ancora peggio, visto che era organizzata peggio della Roma. Fu Gipo Viani a credere in me e portarmi al Milan, dove con Nils Liedholm e Nereo Rocco feci grandi cose.

Grandi cose come i due goal in finale di Coppa Intercontinentale 1969 contro l’Estudiantes de La Plata. Quella di ritorno fu davvero una partita così dura?

Quando vennero a San Siro già ci minacciarono. Noi eravamo nel tunnel che porta dagli spogliatoi al campo e loro non arrivavano. A un certo punto li sentimmo giungere sbattendo forte i piedi sul suolo. Noi eravamo in fila nel tunnel, loro si fermarono accanto a noi, uno a uno. Il loro capitano diede l’ordine di fare il grido di guerra: si girarono verso di noi e ci fecero un orribile urlo in faccia, quasi un rutto. Pensai: “Ecco, chissà come sarà quando andremo lì”. L’andata la vincemmo 3 a 0.

Il ritorno non si giocò al loro stadio, ma alla Bombonera. Ci tirarono di tutto: caffè bollente, monete, oggetti contundenti. Non fu una partita, ma una caccia all’uomo, una vergogna nazionale per l’Argentina. La stampa il giorno dopo condannò l’accaduto e non sbagliava, se tre di loro furono addirittura arrestati. Fu una partita molto più violenta della “Battaglia di Santiago” tra Cile e Italia nel 1962, alla quale assistetti dalla panchina. C’era con noi un franco-argentino, Combin, che accusavano di aver disertato. A San Siro aveva segnato anche lui. Uscì dal campo con zigomo e naso rotti. Tutti uscimmo malconci, ma non rispondemmo mai alle provocazioni, né a Milano né a Buenos Aires, perché volevamo troppo quella coppa.

coppa-intercontinentale

I giocatori del Milan tornano vittoriosi da Buenos Aires. A destra, Combin.

In Italia hai vissuto il Sessantotto. Com’era per un calciatore?

Noi calciatori vivemmo la contestazione da lontano. Ricordo che quando stavo già a Napoli feci venire dal Brasile mio fratello di dieci anni più piccolo per studiare all’università italiana. Con l’occasione pensai di farlo anche io, per realizzare il sogno di mia nonna di vedermi dottore. Andai il primo giorno e mi ritrovai in un macello. C’era un corteo e tutti cantavano: “I professori sono tutti stronzi!”. Non potevo mettermi in quel casino, lasciai perdere.

Ti consideri un nostalgico del calcio dei tuoi tempi?

È molto complicato. Il calcio non è cambiato, si è evoluto all’interno delle regole. Anche oggi andrebbe riformato qualcosa, ad esempio il fuorigioco lo farei valere solo dalla trequarti o in area. Allungherebbe le squadre e le costringerebbe ad adottare un altro atteggiamento tattico.

Oggi tutto è più mediatico, la vita privata dei calciatori è più nota. Al mio tempo si conosceva giusto quella di Pelè. Sicuramente il mio era un calcio più vero, più semplice, c’erano rapporti umani più profondi e anche le piccole cose erano valorizzate. Ma so anche che non si può tornare a quei tempi e che quel calcio forse non lo si può nemmeno spiegare ai giovani di oggi.

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