E’ il primo aprile 2013 e nel torneo future di Tsukuba, in Giappone, si affrontano Masatoshi Miyazaki e Duck-Hee Lee. Due giocatori sconosciuti in un torneo dall’altra parte del pianeta, sembrerebbe nulla di eccitante. Eppure – non è un pesce di aprile – in questa partita è stato scritto un pizzico di storia.

A vincere l’incontro è stato Duck-Hee Lee, sudcoreano, con un secco 61 63.  Il che non comporterebbe nulla di speciale, se non fosse che la sua carta d’identità, alla voce data di nascita, dica 29 maggio 1998. Proprio per questo, grazie alla vittoria, Duck-Hee Lee si è laureato come il secondo più giovane di sempre ad entrare nel ranking mondiale ATP.

Eppure, le sorprese non sono finite qui. Perché in effetti non sembra un risultato così eccezionale il suo, tenendo conto  che è un altro  atleta – il macedone naturalizzato statunitense Stefan Kozlov – a detenere il record di più giovane tennista ad accedere nel ranking ATP. Difatti, ciò che sorprende non è semplicemente l’età con cui Duck  ha raggiunto questo risultato, ma il modo in cui lo ha fatto: giocando in un mondo “ovattato”, a causa della totale sordità che lo accompagna fin dalla nascita.

Al termine del match, tantissimi giornalisti si sono assiepati attorno a lui per intervistarlo, e così, in una situazione simile, sono emerse tutte le difficoltà comunicative che Duck si porta dietro fin da bambino. Lui si esprimeva a gesti o muovendo le labbra, il suo coach, Kyung Heeon Park, intuiva i concetti e li comunicava in coreano all’interprete, che a sua volta traduceva in inglese per i cronisti.

Quelle stesse difficoltà Duck le prova ogni volta che scende in campo per un match: non può ascoltare le decisioni dei giudici di sedia e di linea, non può capire cosa stia dicendo il suo avversario, ma, soprattutto, non può sentire il suono della pallina quando impatta sul piatto corde. L’unica cosa che lo aiuta nel colpire la pallina sono le vibrazioni sprigionate dalla racchetta, con cui può regolare i suoi colpi. Per il resto, sul campo di tennis non gli rimane che comunicare a gesti e capire le scelte arbitrali tramite il suo coach.

Ma malgrado le evidenti complicazioni, la carriera di Duck-Hee Lee non si è certo fermata a quel primo aprile del 2013. Al contrario, ha continuato ad allenarsi senza posa, cercando di imitare il suo idolo, l’intramontabile Roger Federer. E l’impegno profuso ha portato i suoi frutti, permettendogli di giocare i tornei juniores di Wimbledon, Roland Garros, Australian Open. In queste occasioni non solo ha visto da vicino la sua icona sportiva, ma ha avuto la possibilità di allenarsi con Djokovic e Nadal, confrontandosi così con la crème de la crème del tennis mondiale.

 E così, settimana dopo settimana, Duck ha scalato le posizioni del ranking, fino ad arrivare a gennaio del 2016 alla posizione 229. Una posizione che gli ha regalato una gioia immensa:  l’accesso alle qualificazioni per l’Australian Open, il primo Slam dell’anno.

Non importa che poi abbia perso con lo spagnolo Roca Batalla nel primo turno di qualificazione, portare a casa la vittoria sarebbe stata una pretesa eccessiva per un tennista appena diciassettenne e per giunta sordo. Già di per sé la sua è una vera impresa.

Eppure, Duck non si pone limiti, vuole progredire e avanzare in classifica. In varie interviste ha spiegato che, malgrado le difficoltà dovute alla sua disabilità, non vede quest’ultima necessariamente come uno svantaggio. Al contrario, secondo lui il silenzio che lo circonda quando gioca a tennis gioca a suo favore, perché non viene distratto dagli avversari o dagli spettatori e riesce a mantenere più alta la concentrazione. E anche questo potrebbe essere un fattore decisivo per la sua scalata verso i vertici del ranking mondiale.

..And the vision

That was planted in my brain 

Still remains

Within the sound of silence..

E la visione, che si è piantata nella mia mente, rimane ancora  dentro il suono del silenzio. Così cantavano Simon & Garfunkel negli anni Sessanta. Nel caso di Duck-Hee Lee the sound of silence rimbomba nelle sue orecchie fin dalla nascita. E se la vision non fosse altro che il preludio al suo ingresso nell’Olimpo del tennis? Lo scopriremo, tra qualche anno.

FOTO: www.tenniscircus.com

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