Alla vigilia del terz’ultimo weekend del Motomondiale 2017, ci siamo una domanda semplice ma allo stesso tempo tremendamente complessa: le aspirazioni di titolo del pilota Ducati sono legittime?

Abbiamo deciso di giocare a carte scoperte: ecco i pro e i contro per cui Dovizioso può davvero vincere il Mondiale. La Ducati, Marquez e gli italiani…

“La speranza è l’ultima a morire”. Sarà questa la frase che gira nella testa di Andrea Dovizioso, con il motomondiale fa tappa a Philipp Island per il Gran Premio d’Australia, terzultimo appuntamento della stagione a due ruote.

Undici. Sono solo undici i punti di svantaggio del pilota forlivese dal leader del mondiale Marq Maquez. Un distacco importante arrivato fin qui, ma che può avere un risvolto dolce per il pilota Ducati. Perché dopo la doppietta a Misano ed Aragon, sembrava ormai essere tutto in discesa per il campione iridato in carica. Due gare in cui il pilota italiano ha concluso rispettivamente terzo e settimo, alternando momenti di aggressività a tremendi cali di convinzione. Dubbi, legittimi se si ha la prima vera chance per vincere un mondiale. Dubbi, che non dovrebbero esistere, se si vuole vincere il proprio primo mondiale. Dubbi, che sono svaniti d’incanto nell’ultima gara.

A Motegi infatti Dovi ha mostrato tutti i propri pregi e difetti. Difficoltà nel weekend, in cui le condizioni meteo non hanno per niente aiutato. Dramma nel Q2 di sabato, in cui la conquista della nona posizione in griglia sapeva tanto di bandiera bianca, con Marquez terzo e costantemente tra i più veloci nella tre giorni nipponica. Poi domenica, la metamorfosi: partenza arrembante e gas a martello, tipico di chi non ha più nulla da perdere, e sembra quasi ritrovare il piacere della guida dopo un periodo in cui pressioni e timori hanno speso e volentieri preso il sopravvento su aspirazioni e speranze. Il finale a puro contenuto adrenalinico è stato un antipasto di quello che probabilmente ci aspetta da qui alla fine: Dovizioso e Marquez fianco a fianco, spalla contro spalla, a giocarsi tutto fino all’ultima spilla di energia. Vincere con un sorpasso alla curva finale, con la giusta dose di irriverenza ed incoscienza, vale molto più dei 25 punti sul referto. Vale uno sprint di fiducia e motivazioni da qui fino al 12 novembre, giorno del GP conclusivo a Valencia. Vale un Mondiale?

PERCHÈ NO

Siamo italiani, popolo storicamente fatto di scaramantici. Pertanto, vogliamo partire dai motivi per cui vediamo difficile, se non impossibile, il successo di un pilota italiano, 8 anni dopo l’ultimo trionfo (targato Rossi).

Prima di tutto, c’è da sfatare un tabù che vede nelle ultime 7 stagioni, ben 6 titoli andati ad un pilota iberico. Tre di questi sono stati vinti proprio da Marc Marquez (gli altri 3 sono nella bacheca di Jorge Lorenzo), antagonista del Dovi quest’anno. Il pilota Honda ha vinto in scioltezza l’ultima stagione, dimostrando una maturità che a detta di molti gli era spesso mancata in precedenza. In un mondiale per certi versi atipico come lo scorso, in cui il forte equilibrio ha dato occasioni a diversi piloti di mettersi in mostra, Marquez è stato il più costante, non trovando mai davvero un rivale alla propria altezza. Una perseveranza che ha trovato seguito anche i questa stagione, in cui forse è mancato meno di lucidità, ma dimostrandosi in grado di fare il bello e il cattivo tempo senza doversi troppo curare delle prestazioni degli avversari.

L’avversario poi, è di quello che mai vorresti incontrare nelle occasioni che contano. Testardo, tenace, imprevedibile. Marc Marquez ha vinto almeno una volta negli ultimi 3 anni nei 3 circuiti conclusivi nel Mondiale. Come a dire: se è il momento per fare la differenza, non sono certo il tipo che si tira indietro. Vincere aiuta a vincere, ed essere abituato a gestire situazioni che scottano in momenti da dentro e fuori ti rendono un pilota tra i più difficili da debellare. Un killer instinct che Andrea ancora non ha.

PERCHÈ SÌ

Ma come nel più classico dei casi, oltre a dei contro, ci sono dei fortissimi pro.

Il primo fra tutti è quello relativo all’esponenziale crescita di Andrea nel corso dell’ultima stagione, in cui l’anatroccolo Dovizioso è diventato uno stupendo cigno. In questa annata il numero delle sue vittorie è più che raddoppiato. Ma come capita spesso, ciò che più conta non sta nelle cifre. Perché oltre ai punti, ai successi, la crescita del pilota Ducati si è vista nell’atteggiamento in pista, decisamente più aggressivo, più spericolato per quanto sempre accompagnato dal suo quasi eccessivo raziocinio, e dall’immancabile sorriso di chi alla fine conserva la passione per le corse fin da bambino.

Altro punto a favore è la moto. Dopo anni di calvario, la Ducati sembra essere tornata al top,  finalmente capace di interrompere il binomio Honda-Yamaha che da troppo tempo faceva storcere il naso a Borgo Panigale. Ora la casa italiana presenta sulla pista una moto che oltre a conservarsi regina in velocità sui rettilinei, ha un equilibrio, bilanciando potenza ed esigenze del pilota anche nelle staccate. Il risultato è la desmovettura più affidabile dell’ultimo lustro. Merito va a chi l’ha guidata negli ultimi anni, da Rossi, pessimo nel rendimento ma fondamentale nei consigli puramente pratici, a Iannone, che ha perso il ballottaggio proprio con il Dovi per essere il secondo (?) pilota dietro a Lorenzo. E proprio i piloti di Yamaha e Suzuki potrebbero fare da ago della bilancia in questa ennesima sfida tra Italia e Spagna.

Già, perché mai come in questi casi si fa forte un sentimento di patriottismo tra i piloti tricolore che, per quanto svilisca l’etica dello sport, spesso fa sorridere per ciò che rappresenta. È successo nel 2015, quando i vari Petrucci e Iannone cercarono di favorire la rimonta impossibile di Rossi nell’ultimo GP, facendosi passare dal Dottore e cercando (invano) di rallentare Lorenzo. Per molti potrebbe essere una pratica capace di inquinare uno dei Mondiali più equilibrati dell’ultima decade. Ma ormai abbiamo imparato come sulle due ruote nulla si possa dare per scontato.

Tutte queste parole lasceranno tra poco spazio ai fatti. Le qualifiche hanno detto che Marquez è quasi imprendibile mentre Dovizioso in difficoltà partirà undicesimo. Per molti c’è la voglia di far bene, per altri il pensiero va già alla vettura del prossimo anno, da plasmare lungo gli ultimi km di questa stagione. Solamente per due di loro (a meno di un colpo di coda di Vinales) c’è l’onore e l’onere di giocarsi il mondiale. La Ducati ad inseguire la Honda. Per il completamento della rimonta sarà il Dovi che dovrà pensare al come e al quando.

 

 

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