“Non ha mai vinto nulla”. Questa sera, uno dei luoghi comuni più inflazionati del calcio italiano rischia di venire clamorosamente smentito, nel momento in cui forse anche il diretto interessato non credeva fosse più possibile. Allo stadio Letzigrund non saranno puntati solo gli occhi degli appassionati del calcio svizzero, ma anche (o forse soprattutto) quelli dei seguaci e dei detrattori di uno degli allenatori più controversi del pallone di casa nostra.

A quasi 70 anni, Zdenek Zeman potrebbe alzare il suo primo trofeo da allenatore (se non si considerano la vittoria dei campionati di C2 col Licata e di B col Foggia e il Pescara): l’ex tecnico di Foggia, Lazio e Roma guiderà il suo Lugano nella finale di Coppa di Svizzera contro lo Zurigo, retrocesso ma che avrà il vantaggio di giocare in casa la sfida. Il destino è beffardo: quando la scorsa estate il boemo ha deciso di accettare la proposta del club del Canton Ticino, neopromosso nel massimo campionato elvetico, in molti avevano pensato a una placida e mesta chiusura di carriera per un allenatore che nel suo trentennio circa di attività sui campi del Bel Paese ha diviso gli appassionati come forse nessuno aveva mai fatto.

Zeman è fatto così, o lo ami o lo odi: il suo marchio di fabbrica è il 4-3-3, modulo interpretato da sempre in maniera iper-offensiva, e da sempre è garanzia di spettacolo. Dopo essere stato grande protagonista nelle serie minori, il suo Foggia all’inizio degli anni ’90 fece innamorare tantissimi calciofili, meritandosi la fama di rivoluzionario accanto a mostri sacri come Liedholm e Sacchi.

Non ha mai vinto nulla Zdenek Zeman: non ha vinto sulla panchina dell’ambiziosa Lazio di Cragnotti, nella quale contribuì a porre le basi per gli anni dei trofei di Sven Goran Eriksson, non ha vinto nella Roma di Franco Sensi che di lì a poco avrebbe spiccato il volo verso lo scudetto firmato Fabio Capello. Non ha vinto mai nulla, Zeman, perché probabilmente non ha mai avuto la squadra per poterlo fare, e quando ci è arrivato vicino c’è chi di certo non lo ha aiutato. La sua battaglia per uno sport pulito, in cui i farmaci non fossero usati come caramelle negli spogliatoi, lo portò a una contrapposizione con i poteri forti del tempo: il suo non volersi mai piegare gli è costato tanto, e la rivincita sulla panchina della Roma per vari motivi non è andata come lui e i suoi ammiratori speravano. Non ha mai vinto nulla, ma il boemo è andato sempre per la sua strada, non scendendo mai a compromessi. Su Moggi e la Juve la storia gli ha dato ragione, e se stasera il suo Lugano, fresco di salvezza agguantata al fotofinish proprio ai danni dell’altra finalista Zurigo, dovesse riuscire in un’altra impresa, quella coppa, insieme a lui, la alzeranno tutti quelli che in lui hanno creduto.

FOTO: www.sardiniapost.it

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