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Giochi di palazzo

Doping: Il rapporto McLaren sulla Russia e il naufragio del buon senso

Andrea Muratore

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La vicenda connessa alla pubblicazione del tanto discusso Rapporto McLaren, commissionato dalla WADA (World Anti Doping Agency), sulla turbolenta problematica del doping nello sport russo sta assumendo connotazioni a dir poco grottesche. La gravità della questione è acuita da una serie di ambiguità che ne stanno distorcendo e, in certi casi, sviando le discussioni a riguardo: i lapidari, gravissimi commenti della WADA, lesta nel denunciare l’esistenza di un presunto sistema di doping di Stato in Russia, la condotta ambivalente dei media mainstream occidentali, notoriamente ostili a prescindere al paese governato da Vladimir Putin e dediti a utilizzare lo sport come un mezzo di proseguimento della politica con altri mezzi, e la sostanziale assenza di oggettività del rapporto “indipendente” commissionato dalla WADA contribuiscono a disegnare un quadro a tinte chiaroscure al cui interno si intravedono tuttavia le trame oramai note a tutti gli osservatori attenti e disincantati. In altre parole, l’esplosivo rapporto presentato come la prova inconfutabile del ritorno ai tempi bui del doping di Stato dei paesi del Patto di Varsavia si può inserire in una strategia di più ampio respiro, inquadrabile in quella “Guerra Fredda 2.0” di cui avevamo già parlato su Io Gioco Pulito. Tale strategia risulta essere volta a esporre la Russia e a colpirla perennemente ai fianchi sul piano mediatico, presentando questa nazione in continuazione nella parte del “cattivo” di turno, cercando di screditarne l’immagine e, di conseguenza, di erodere per vie traverse un’influenza internazionale che a molti, e ben noti, attori di primo piano dello scenario mondiale non può che risultare invisa.

Non si sta in questo modo dicendo che organismi come la IAAF o la WADA perseguano coscientemente tali propositi: tuttavia, l’elevata esposizione mediatica dedicata ai critici della Russia attivi in tutti i campi, dal fronte politico interno al sistema sportivo, non possono non influenzare indirettamente indagini e commissioni. Dato che del contenuto esplicito del rapporto McLaren si è parlato ampiamente su Il Fatto Quotidiano e in tutti gli altri organi di informazione di primo piano, sarà bene discutere dei punti più oscuri e delle falle palesi riscontrabili, approcciandosi alla questione in maniera oggettiva, tanto nel rapporto della WADA quanto nel quadro generale dell’attuale strategia di perenne messa in stato d’accusa del mondo sportivo russo.

Innanzitutto, come detto in precedenza il vulnus principale del rapporto McLaren è rappresentato dall’eccessiva soggettività e dalla ridotta profondità del processo di redazione che ne ha preceduto la pubblicazione. Richard McLaren ha infatti fatto affidamento quasi esclusivamente sulle dichiarazioni dell’ambiguo Grigory Rodchenkov, ex capo del laboratorio anti-doping di Mosca fuggito negli Stati Uniti dopo che si erano avuti i primi sentori della tempesta in arrivo e, proprio in Russia, erano state aperte indagini a suo carico proprio in relazione alle maniere di svolgimento dell’importante incarico a cui era destinato. Nessuna richiesta di chiarimenti e spiegazioni è stata inoltrata al diretto interessato della questione, il Ministero dello Sport russo guidato da Vitaly Mutko, e McLaren, intervistato a riguardo di questa sua manchevolezza da Russia Today, ha dichiarato di non aver avuto sufficiente tempo per consultare tutte le fonti a disposizione e, soprattutto, di aver ritenuto superfluo la consultazione dei diretti interessati vista la conferma data alle dichiarazioni di Rodchenkov dalle analisi forensi commissionate dal team da lui guidato incaricato della redazione del rapporto. Se la prima dichiarazione basterebbe a far sorgere più di un dubbio sull’oggettiva attendibilità del rapporto, il fatto che la squadra di McLaren abbia deciso di non rivelare al grande pubblico la tecnica utilizzata al fine di dimostrare la manomissione dei campioni raccolti dal laboratorio di Mosca nelle scorse stagioni sportive rende tali dubbi, tali perplessità, sempre più concrete e pone interrogativi non di secondo piano. Come mai, infatti, la principale agenzia dedita al contrasto della piaga del doping non dovrebbe garantire la diffusione e l’utilizzo generale di una tecnica di indagine sviluppata dagli analisti di McLaren e, a detta del curatore del rapporto, innovativa nel suo contributo alla lotta al doping al fine di scoprire eventuali, ulteriori casi di manipolazione in altri paesi del mondo? In che maniera è lecito avvallare uno studio che, seppur presentato come indipendente, pecca proprio del fondamentale requisito dell’oggettività?

Porsi domande di questo tipo aiuta a gettare un nuovo sguardo sulla questione, ma al tempo stesso non consente di esaurirla in maniera soddisfacente. Oltre alla cedevolezza dell’impianto accusatorio autoreferenziale promulgato dalla WADA, infatti, va evidenziato l’elevato grado di distorsione subito nelle ultime settimane dall’intero dibattito sulla questione del doping nel sistema sportivo russo, che è trasceso sino a livelli inaccettabili portando numerosi osservatori e commentatori a conclusioni affrettate sulla base di presupposti in diversi casi fuorvianti.

Va innanzitutto fatta chiarezza sul ruolo assunto nella questione doping dal principale esponente politico chiamato in causa nella vicenda, il ministro dello Sport russo Vitaly Mutko. Il CIO ha lo ha infatti interdetto dai Giochi impedendogli di presentarsi a Rio de Janeiro in qualità di rappresentante della Russia, alla stregua di quanto disposto nei confronti di tutti gli altri esponenti delle istituzioni sportive del paese citate nel rapporto WADA, sebbene “Mutko non sia menzionato nella relazione come l’esecutore diretto degli atti di cui si sospettano le persone interessate [dal rapporto]”, come dichiarato dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. Bersagliato pesantemente dai media e additato frettolosamente come il vertice del (sinora presunto) sistema di doping di Stato, Mutko si è trovato in una posizione decisamente poco invidiabile nonostante le sue dichiarazioni e le sue mosse prese in prevenzione del dilagare del doping negli ultimi mesi, e al tempo stesso il suo coinvolgimento è stato preso a pretesto per giustificare l’intempestiva decisione di commissariamento dell’intero Comitato Olimpico russo deliberata dal CIO nella giornata di mercoledì 20 luglio.

L’effetto-slavina indotto dal Rapporto McLaren, infatti, ha causato una reazione a catena e portato a un’escalation inaspettata e improvvisa, dato che sono bastati pochi giorni per far sì che nuovamente a essere messa in discussione fosse, prima di tutti i reali imputati che sarebbe stato doveroso perseguire, la Russia in quanto tale. La Russia e i suoi sportivi, dunque, che si vorrebbe additare come colpevoli in partenza, senza mostrare le evidenze accusatorie né concedere prove in difesa. La paventata minaccia di esclusione integrale degli atleti russi da Rio de Janeiro, in estensione della sanzione dell’IAAF dello scorso giugno, rischierebbe di creare un caso senza precedenti di ingiustificata colpevolizzazione di un intero sistema a scapito della legittima contribuzione alla correzione delle sue contraddizioni interne. Nonostante il CIO abbia, in un primo momento, deciso di rimandare la decisione sulla sospensione degli atleti russi, la decisione di commissariamento pone le basi per una futura espansione della progressiva estromissione della federazione di Mosca dal consesso sportivo internazionale. L’eccessiva foga punitiva potrebbe portare a rimettere in discussione l’assegnazione di diversi grandi eventi futuri alla Russia, tra i quali non possono non spiccare i Mondiali di calcio del 2018. Risulta difficile immaginare quanto potrebbe giovare al risanamento del sistema sportivo russo far terra bruciata al suo interno e al suo intorno, condannandolo a un isolazionismo sulla base di un rapporto sinora ben lungi dall’essere risolutivo nell’intricata faccenda venutosi a creare e sanzionandolo in maniera straordinariamente severa rispetto al metro utilizzato nel passato dal CIO e dagli altri organi di governo dello sport planetario.

Logiche della vecchia Guerra Fredda dominano dunque i giorni nostri: lungi dal seguire la razionalità, sul caso doping in Russia i media e gli addetti ai lavori occidentali hanno preferito imbastire una trama fondata sul pregiudizio, l’equivoco e le verità di comodo, preferendo uniformarsi al clima dominante della contrapposizione geopolitica oggigiorno in atto piuttosto che dedicarsi ad analizzare obiettivamente le questioni sul terreno, alla stregua di quanto fatto da federazioni come la IAAF e la WADA, divenute più o meno inconsapevolmente strumenti di dinamiche più grandi di loro. Nella grigia dicotomia tra “buoni” e “cattivi”, tra i quali la polarizzazione è accentuata e catalizzata dalle dichiarazioni tutte da verificare di Rodchenkov, si cerca di dimostrare che la ragione stia tutta da una sola parte, addossando torti e colpe inevitabilmente all’avversario designato, nuovamente individuato nell’orso russo contro cui si apre una caccia senza quartiere. Non riescono a capire, gli intransigenti fustigatori della Russia, quanto le loro mosse rischino, uniformando gli avversari del doping ai bari, gli atleti onesti ai manipolatori di provette, la stragrande maggioranza di sportivi russi dediti semplicemente alla coltivazione dei propri sogni alla piccola, deplorevole, cricca del doping, di creare un clima di grigia uniformità che sommergendo i disonesti finirebbe al tempo stesso per epurare anche i più integerrimi. Come ha detto Ettore Messina, “una punizione totalitaria rinforzerebbe solo il falso vittimismo di coloro che sono colpevoli”, facendo sì che, una volta di più, a pagare siano l’onestà e il buon senso.

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Calcio

DasPutin: la polizia inglese usa le maniere forti per non far andare gli hooligans ai Mondiali

Emanuele Sabatino

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La polizia si sta sfornzando nell’impresa di sequestrare i 58 passaporti rimanenti per essere sicuri che queste persone non siano abili di andare in Russia.

La Polizia inglese ha dichiarato che a più di 1200 hooligans con una storia passata di disordini da stadio è stato impedito, previo sequestro del passaporto, di viaggiare verso la Russia per seguire la nazionale allenata da Southgate che oggi scenderà in campo per la seconda partita del suo Mondiale contro Panama.

1312 sono stati gli individui costretti a consegnare il passaporto alle autorità locali inglesi. Di questi 1312, 1254 hanno portato il passaporto volontariamente, sono stati costretti a farlo o non lo avevano mai fatto in vita loro. Ne rimangano appunto 58 ancora da confiscare.

Unità supplementari di poliziotti verranno schierate ai porti navali per evitare che qualcuno possa tracciare itinerari alternativi per arrivare in Russia una volta lasciato il Regno Unito via mare. Il daspo calcistico in Inghilterra può durare sino a 10 anni è ha lo scopo di evitare agli hooligans di viaggiare per gli eventi sportivi internazionali. Eludere il daspo è ovviamente un reato e comporta una multa di 5000 sterline e 6 mesi di prigione. I passaporti sequestrati verranno riconsegnati ai legittimi proprietari dopo la fine della Coppa del Mondo prevista per il 15 luglio.

Secondo Scotland Yard  questa operazione ha permesso che tra i più di 10000 tifosi inglesi ora presenti in Russia la stragrande maggioranza siano persone oneste, genuine e giunte lì col solo scopo di tifare e godersi il torneo.

Nonostante questo però rimane la paura, ne avevamo parlato già qui, per l’incolumità dei tifosi inglesi, specialmente quelli omosessuali, dopo le minacce omofobe e razziste degli hooligans russi da sempre pieni di un sentimento anti-british. Già durante gli europei del 2016 le due tifoserie arrivarono a contatto e 5 tifosi inglesi rimasero gravi e altri 30 finirono all’ospedale anche se senza pericoli.

Una delegazione della polizia inglese, su richiesta proprio del paese ospitante, è andata in Russia per lavorare al fianco delle autorità locali e garantire la massima sicurezza agli ospiti inglesi.

 

 

 

 

 

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Calcio

Stadio della Roma: Se è corruzione impropria lo Stadio si fa (salvo che il Comune non ci abbia ripensato)

Simone Nastasi

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In questi giorni tutti hanno detto qualcosa sullo Stadio della Roma ma in pochi  sono riusciti a schiarirci le idee al riguardo. Per fare chiarezza sugli aspetti giuridici di tutta questa faccenda abbiamo intervistato uno dei massimi esperti di Diritto Amministrativo, l’Avvocato Gianluigi Pellegrino. Ecco cosa ci ha detto.

Partiamo da alcune sue recenti dichiarazioni. In una recente intervista alla Gazzetta, lei ha dichiarato che si è fatta confusione tra il piano penale e quello amministrativo. Perché?

Dovremmo sempre tutti avere a mente che non tutto ciò che è sbagliato è reato e non tutto ciò che è reato comporta che siano stati necessariamente assunti atti amministrativi illegittimi, atteso che esistono ipotesi di reato di pubblici funzionari pure gravi ma che non derivano da atti illegittimi. In particolare, nel nostro caso, da quanto è emerso dagli organi di stampa, ma bisognerebbe poi leggere le carte nel dettaglio, le ipotesi di corruzione che vengono contestate non sono volte ad ottenere assensi che altrimenti non era per legge possibile ottenere ma se mai per facilitare e accelerare atti comunque legittimi. Questo farebbe sì che si tratterebbe di corruzione impropria che ha una sua gravità, sia penale che sociale, ma presuppone la legittimità degli atti e che la procedura per l’approvazione dello Stadio sia illegittima: quindi in questo caso l’iter potrebbe proseguire a prescindere dal processo penale. Se invece le indagini penali manifestassero un’illegittimità degli atti amministrativi , l’amministrazione dovrebbe senz’altro valutare di ritirali. Un piano ancora diverso è poi quello della responsabilità politica. Il Sindaco Raggi non è certo colpevole di nulla se ha deciso di mettere una persona di sua fiducia nell’amministrazione di Acea e però se poi quel prescelto dovesse risultare che ha accettato regalie da terzi interessati a rapporti con il Comune allora c’è un evidente profilo di responsabilità politica e morale evidentissimo anche in capo al Sindaco. Tenere distinti i piani aiuta a capire e capire aiuta sempre.

In merito al reato configurato dai pm, tra gli altri anche la corruzione, lei ha fatto una distinzione tra propria ed impropria. Ci spiega la differenza?

Corruzione propria è quando si paga un pubblico funzionario  per ottenere una cosa contro legge: una concessione edilizia per costruire una casa dentro al Colosseo. Per Corruzione impropria, invece, si intende quando si paga il funzionario per ottenere un provvedimento che comunque si poteva o si doveva ottenere per legge. Pago quindi per agevolare o per evitare ostacoli. Commetto un reato ma gli atti non solo illegittimi.

In merito a questo, quali possono essere i rischi più concreti per l’iter burocratico?

Ormai il Comune, attraverso il Sindaco, che è stato sentito più volte, dovrebbe avere in mano tutti gli elementi  per capire cosa avrebbe scoperto la Procura. Se non ci sono illegittimità amministrative negli atti non esistono rischi amministrativi concreti sulla procedure per l’approvazione dello Stadio. Se poi il Comune ci vuole comunque ripensare, allora si torna sul piano politico amministrativo e non sul piano della legittimità.

Quindi l’iter amministrativo si blocca fino alla decisione del Giudice Penale?

Assolutamente no e sarebbe sbagliatissimo se fosse così. Bisognerebbe vedere quali sono le  imputazioni penali e a quel punto trarre responsabilmente le conseguenze. E’ necessario guardare il merito. Il fatto che ci sia un processo penale non vuol dire niente in sè. E’ importante capire cosa è contestato dal giudice penale e come è contestato. Perché se non è nemmeno contestato che gli atti siano illegittimi non c’è ragione di metterli in discussione dal punto di vista della legalità. Se poi si vogliono mettere in discussione per scelta politica ritorniamo al discorso di prima.

Da questa storia emerge ancora una volta il ricorso alla corruzione come strumento per velocizzare i processi amministrativi. La semplificazione normativa di cui tanto si parla, secondo Lei potrebbe essere una possibile soluzione al problema?

Basterebbe applicare le norme semplificatrici che già esistono come ad esempio quelle sulla Conferenza dei Servizi  che imporrebbero a tutti gli enti  di esprimersi su una istanza in modo rapido, chiaro e contestuale. E invece questa norma è una delle più violate ed eluse in Italia perché ciascuna amministrazione si riserva di rispondere a tempo proprio e alla fine le conferenze vengono sempre rinviate. Quindi più che di ennesime riforme e nuove leggi, basterebbe applicare davvero quelle esistenti.

Per chiudere, secondo Lei , la Roma quando avrà il suo Stadio?

Sappiamo che per opere così grosse, se ci sono emergenze o obiettivi tipo i mondiali, siamo un paese che riesce a lavorare rapidamente; ma solo sotto stress. In assenza  di emergenza invece abbiamo sempre procedure lunghe a volte infinite. La paura dell’inchiesta poi può fare il resto.

 

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Calcio

USA, Messico e Canada “United”per i Mondiali del 2026: se gli affari scavalcano i muri e la Politica

Massimiliano Guerra

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E’ ufficiale: gli Stati Uniti, Messico e Canada co-ospiteranno la Coppa del Mondo 2026. La candidatura unificata sotto il nome United, per l’appunto, ha ottenuto il trofeo più importante di tutti battendo la concorrenza del Marocco con una percentuale del 67% dei voti totali (l’Italia ha votato per il paese nordafricano). L’aspetto più importante è adesso quello di capire quale sia la ripartizione delle 80 partite totali: secondo quanto presentato al momento della candidatura dal trio oltreoceano, gli Stati Uniti ne ospiteranno 60 mentre il Messico e il Canada solo 10 a testa. Tante partite sì, perché quel Mondiale sarà formato da ben 48 squadre da 16 gruppi, vale a dire una vera e propria rivoluzione rispetto alle 32 squadre attuale. C’è però da capire però la ripartizione reale delle partite che si disputeranno: un gran vantaggio che hanno questi paesi è l’abbondanza di stadi che essi hanno sui loro territori. In effetti, anche con un totale di 80 partite da giocare, è chiaro che alcune partite verranno giocate anche in piccoli stadi di città non grandissime. Non è però da scartare l’idea che si possano costruire anche altre strutture in città che già ne hanno più di uno. C’è anche la necessità di trovare un meccanismo tale da garantire alle squadre di non fare lunghi viaggi, attraversando da est a Ovest gli Usa tra una partita e l’altra, nella prima parte del torneo. Ecco come oggi potrebbe essere suddiviso il calendario dei 16 gruppi:

Gruppo A: Los Angeles (due sedi)

Gruppo B: Phoenix e Las Vegas

Gruppo C: Miami e Orlando

Gruppo D: Washington, DC, e Philadelphia

Gruppo E: New York e Boston

Gruppo F: Seattle e Vancouver (due partite in Canada)

Gruppo G: San Diego e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo H: Toronto e Montreal (tre partite in Canada)

Gruppo I: Pasadena e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo J: San Jose e Santa Clara

Gruppo K: San Antonio e Dallas

Gruppo L: Città del Messico (due sedi; tre partite in Messico)

Gruppo M: Monterrey e Houston (due partite in Messico)

Gruppo N: Chicago e Detroit

Gruppo O: New York e Montreal (due giochi in Canada)

Gruppo P: Atlanta e Nashville.

Dopo la fase a gironi, il numero di partite e quindi di stadi necessari per ospitarle, sarebbe ridotto. Sulla base del modello proposto il Messico e il Canada potrebbero ospitare tre partite a testa nel primo turno ad eliminazione diretta a 32 squadre. Lo scenario più logico sarebbe quindi quello che vede la partita di apertura allo Stadio Azteca, che ha anche ospitato due finali della Coppa del Mondo nel 1970 e nel 1986, mentre la finale, sarebbe con tutta probabilità essere giocata a New York o a Los Angeles al Rose Bowl di Pasadena che ospitò l’atto finale tra Brasile ed Italia nel ‘94 con temperature infernali.

Come ha dichiarato il presidente della Us Soccer, Sunil Gulati“Le trattative per la spartizione delle partite non è stata facile perché tutti i paesi ne volevano di più, ma alla fine abbiamo trovato un accordo”. Un accordo quindi tra Stati Uniti, Messico e Canada (che diventa con Stati Uniti, Svezia e Germania, uno dei paesi ad aver organizzato sia un Mondiale maschile, sia uno Femminile) in un momento politico così delicato tra questi tre Stati è già una notizia. E’ stato proprio Gulati poi a darci una notizia ancora più importante e cioè come sia nato tutto con la benedizione del presidente Trump: “La candidatura dei tre paesi ha avuto il pieno sostegno del presidente anche se l’attacco al Messico è stato uno dei temi principali della sua campagna elettorale. I colloqui con il presidente, effettuati da un intermediario negli ultimi 30 giorni, hanno rivelato come il presidente abbia supportato e incoraggiato la collaborazione con il Messico. Certo ci sono  preoccupazioni circa l’arrivo di squadre e appassionati da tanti paesi del Mondo in relazione alle restrizioni in materia di immigrazione, ma siamo certi che troveremo una soluzione”.

Dunque Trump mentre da una parte minaccia il rafforzamento di muri divisori dal Messico e annuncia giri di vite sul tema dell’immigrazione, dall’altra combatte la guerra commerciale con il Canada, ma apre ad una collaborazione per organizzare una competizione che muoverà tantissima gente nell’arco di più di un mese. Un comportamento ambivalente, che però proprio Gulati spiega: “Una Coppa del Mondo in Nord America, con 60 partite negli Stati Uniti, sarebbe, di gran lunga, la Coppa del mondo di maggior successo nella storia della FIFA, in termini economici”. Ecco allora che si spiega tutto. Trump da uomo d’affari, prima che uomo politico, ha fiutato l’occasione per poter rilanciare l’economia statunitense nel lungo periodo e un affare da quasi “un miliardo di dollari”, non può essere buttato via così a cuor leggero. Quindi lo sport (supportato da un pesante aspetto economico) potrebbe in un modo o nell’altro abbattere le divisioni tra Stati e soprattutto mitigare le tensioni che in Nord America negli ultimi mesi si sono accumulate in maniera quasi sconsiderata. Sia a Nord che a Sud.

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