Connettiti con noi

Giochi di palazzo

Donati e l’ultima chance di Schwazer: “A Rio contro un sistema spietato”

Andrea Corti

Published

on

Mancano ormai solo quattro giorni alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Rio. All’evento che sarà trasmesso in tutto il mondo non sarà presente il marciatore azzurro Alex Schwazer, che la sera del 6 agosto partirà comunque per il Brasile: il marciatore è atteso dall’udienza del Tas che l’8 giudicherà le sue ragioni dopo lo stop dovuto alla positività riscontrata in un campione di sangue prelevato lo scorso 1 gennaio. Ad accompagnare Schwazer ci sarà anche il suo allenatore, il professor Sandro Donati, una colonna della lotta al doping in Italia, che ha spiegato a ‘Io gioco pulito’ perché ci si è ridotti all’ultimo momento: “E’ stata una delle tante imposizioni che ci sono state fatte dalla Iaaf. Il Tas di Losanna aveva offerto un’udienza a Losanna e si stava disponendo la data del 27 luglio. Loro poi hanno tirato fuori la storia che hanno bisogno di esaminare le carte, che hanno tutte loro e che a noi danno col contagocce, e accampando questa scusa insieme a quella degli impegni del loro avvocato hanno fissato una data ad agosto e il luogo. Il Tas non ha potuto dire niente essendo un organo arbitrale. Mi ha colpito l’automatismo: la parte forte, che aveva tutto l’interesse a rimandare, ha potuto fare tutto quel che voleva. Una federazione internazionale contro un soggetto singolo fa il bello e il cattivo tempo, c’è uno squilibrio totale. Non me ne ero mai reso conto, così come del costo pazzesco che hanno questi procedimenti: solo un atleta professionista può affrontare queste spese. Già andarsi a difendere al Tas significa che devi prendere un avvocato svizzero, affrontare il costo di viaggi, di traduzioni e simili. Siamo arrivati al punto di dover organizzare per Alex una raccolta fondi attraverso Libera e Banca Etica: non sappiamo ancora quanto verrà chiesto dal Tas di Losanna ma si parla di cifre tra i 20 e i 25 mila euro. Poi c’è il costo di un avvocato svizzero e uno italiano, e tenga conto che l’avvocato Brandstaetter ha difeso gratis Alex. Poi ci sarà da pagare un chimico italiano e un chimico olandese. Se si considera che sono state già pagate le controanalisi siamo già sopra i 40 mila euro. Speriamo di poter consentire ad Alex di non essere non solo cancellato come atleta ma anche distrutto dal punto di vista economico: questo è un sistema spietato”.

Donati poi ripercorre la cronistoria di questa bruttissima vicenda, che ha coinvolto un atleta che dopo la squalifica di 3 anni e 9 mesi per epo (arrivata nel 2012) aveva dimostrato di aver voltato pagina: “L’intenzione della Iaaf di impedire a Schwazer di difendersi è manifesta, lo si capisce dai tempi: l’analisi del campione positivo è stata mandata il 13 di maggio e la Iaaf se l’è tenuta fino al 21 giugno fissando già le controanalisi per il 5 luglio… Quale altro fine aveva se non quello di impedire ad Alex di difendersi, spingendolo fuori tempo massimo? Visti i tempi necessari per le controanalisi siamo arrivati all’11 luglio, data della scadenza per le iscrizioni per Rio. Una possibilità è rimasta in vita perché il Coni ha inserito Alex nella lista sub giudice. Schwazer è stato bombardato dal punto di vista psicologico: fissando l’udienza a Rio sapevano benissimo che sarebbe dovuto andare in Brasile appositamente, e che sarebbe stato impossibile trovare le energie psicologiche per l’eventuale gara”.

Schwazer, racconta Donati, ha trovato ben pochi appoggi nel mondo dello sport: “Ci sono componenti del Coni e della cosiddetta Nado Italia decisamente ostili. Poi ci sono altre componenti che sono state più neutrali. Malagò è una delle poche ‘persone persone’: ho visto altri dirigenti che sono scomparsi dopo che mi avevano detto ‘Sandro questo è uno schifoso imbroglio’”.

Adesso tutto dipenderà da quel che accadrà il 9 agosto a Rio de Janeiro: “Ma la situazione è squilibrata in partenza: d’altra parte chi nomina i soggetti che operano nel Tas? Sono sempre nominati da altri organismi sportivi, nazionali o internazionali. Se uno va lì come singolo soggetto ci si trova in una situazione difficile: chissà il soggetto federazione internazionale con cui ci si scontra chissà quanti ne conosce di questi arbitri, quanti rapporti e consuetudini ha avuto in passato… Per noi è un terreno sconosciuto. Ci hanno chiesto di scegliere un arbitro e lo abbiamo fatto, ma chi lo conosce? E’ difficile difendersi da qualcosa che non hai assolutamente fatto. Tutta la procedura portata avanti dalla Iaaf è piena di buchi e punti oscuri: già il controllo fatto a capodanno sì è possibile, ma mi domando quanto fosse indispensabile. Quel che è sicuro è che quel giorno il laboratorio antidoping era chiuso, e questo significa che chi ha fatto il controllo ha avuto il campione in mano per un sacco di tempo, fino alla mattina successiva, e questa è una cosa non bella. Poi non sappiamo in che città siano state portate e in che locale. Poi come sono state conservate, chi entrava in questi locali? Non ne abbiamo idea. Poi c’è la perla della consegna al laboratorio di Colonia con l’indicazione esplicita che i campioni provenivano da Racines, compromettendone l’anonimato visto che a Racines c’è un solo atleta di alto livello che si chiama Alex Schwazer. Noi sosterremo che la federazione internazionale ha manifestato un atteggiamento persecutorio. Qui non si tratta di giocarsela alla pari, ma di avere a che fare con un soggetto che si rotola nelle norme che si è fatto da solo e che sono di auto-tutela. Non è nemmeno prevista la fattispecie di una manipolazione: bisogna costruirla. E poi sulla base di quali regole la valutano, se non ci sono. Non necessariamente la manipolazione va fatta dall’organismo che fa il controllo: può essere anche fatta da soggetti terzi. Basti pensare alla manipolazione di una bevanda due giorni prima del prelievo… Tutto il discorso è di un automatismo notarile che favorisce chi gestisce la questione. Pensi poi che mentre la federazione internazionale aspettava da Colonia il risultato di questa analisi richiesta dopo mesi, probabilmente per sentirsi più ‘sicura’, aveva avviato una procedura disciplinare contro Schwazer per cercare di accusarlo di aver fatto una specie di gara il 13 marzo. Questa è una cosa veramente grottesca: Alex aveva fatto un allenamento da solo in mezzo alle macchine facendo delle prove cronometrate da me davanti a 4 responsabili della Fidal che erano venuti a visionarlo in vista del campionato del mondo che ci sarebbe stato dopo un mese e mezzo. Poi ci sono tanti altri particolari, tante cose strane, tante sfere di cristallo di cui disponeva la Iaaf… Avevamo chiesto anche l’analisi del Dna, ma siamo stati rimandati alla Iaaf: per non far scivolare ulteriormente nel tempo l’udienza abbiamo dovuto rinunciare a questa prova. Ma questo è un qualcosa che vedremo dopo, con altri particolari che approfondiremo nel procedimento giudiziario”.

Resta una flebile speranza per un atleta che, nonostante tutto, spera di poter gareggiare il 12 agosto nella 20 km e il 19 nella 50 km: “Alex in questo frangente ha dimostrato di essere un ragazzo molto saldo e dignitoso, capace di farsi forza. Ha avuto giorni di abbattimento ma si è sempre allenato. Magari capitavano giorni in cui non aveva dormito la notte, vomitando per la sofferenza, in cui dopo 6-7 chilometri decidevamo di tornare alla macchina. Mi dispiace anche raccontare queste cose perché so che qualcuno godrà… Adesso è in condizione discreta, e se la cosa dovesse finire bene farebbe comunque la sua figura. Questa vicenda farà sparire dall’atletica un grande campione che aveva ritrovato una via corretta”.

Infine Donati non risparmia un commento sul caso doping che ha coinvolto la Russia: “Si sa quello che ha fatto la Russia. Ma la domanda da fare è: chi l’ha coperta fino ad ora? La Iaaf in testa, diversi suoi dirigenti hanno preso una barca di soldi per insabbiare. E sono sbalordito che si possa dare credito a un controllo antidoping in cui ci sono 10 mila punti oscuri che hanno come matrice comune la federazione internazionale di atletica”.

Comments

comments

Calcio

L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

Published

on

La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

Comments

comments

Continua a leggere

Giochi di palazzo

Luglio 2007: quando la Formula Uno si trasformò in una Spy Story

Luigi Pellicone

Published

on

Di questi tempi, nel 2007, la Formula Uno veniva scossa da eventi che cambiarono per sempre il dorato mondo dell’automobilismo. Accadde di tutto e nulla fu come prima. Vi raccontiamo questa incredibile spystory.

12 luglio. Una data che segna lo spartiacque nel mondo della F1.  11 anni fa, la McLaren è convocata dalla FIA. L’accusa è pesante: spionaggio industriale. Inizia la Spy-Story, a meta fra un romanzo noir e una storia da 007.

CAPITOLO I – TELEFONATE NOTTURNE FRA AMICI DELUSI

Tutto ha inizio a Maranello: inverno 2006,  grande Freddo in casa Ferrari. Jean Todt è prossimo a lasciare la gestione sportiva. Un ruolo ambitissimo: per prestigio, storia, stipendio. Fra gli aspiranti alla poltrona c’è Nigel Stepney. Coordinatore della squadra meccanici, nonché collante fra la dirigenza modenese e il reparto corse. Nigel è in Ferrari da anni: Todt ha cieca fiducia in lui, ma come organizzatore. Non da dirigente. Non a caso, il francese sceglie come successore Stefano Domenicali. Stepney è deluso, protesta. Richieste respinte al mittente con perdita.

Ricusato, non la digerisce. Accumula frustrazione. Ci vorrebbe un amico. Chi? Ma si, Mike. Meglio sentirlo…

Mike è Mike Coughlan, amico e collega di Nigel  ai tempi della Tyrrel, anni ’90. Adesso lui lavora alla McLaren e fa il progettista. I contatti fra i due si infittiscono. Arriva la primavera, dopo un inverno passato al telefono e qualche parola di troppo. Controprova, il GP d’Australia

In quel di Melbourne, Kimi Raikkonen centra la pole position. E però, c’è qualcosa di strano: i commissari di corsa girano intorno la Ferrari come api intorno all’alveare. Evidentemente, cercano qualcosa. Ma cosa? Ispezione. Negativo. La Ferrari è in regola, sebbene  “qualcosa” di non meglio specificato sia al limite delle regole, pur non violandole. Però qualcosa sotto c’è. Eh già, proprio sotto. La McLaren chiede chiarimenti sulla regolamentazione delle zavorre a bordo delle monoposto.  Che cooooosa? Insinuate che la rossa vinca grazie a un sistema che garantisca un assetto perfetto sia in accelerazione che in frenata? Ma come vi permettete? E, sopratutto, come sapete queste cose?

CAPITOLO II – CHI E’ LA TALPA?

Allarme rosso. Qualcuno ha spifferato. Todt e Domenicali ne sono certi. E ne hanno ben donde. Il sistema progettato per le monoposto di f1 è INVISIBILE a occhio nudo e alle verifiche tecniche, che hanno il compito di misurare l’altezza del fondo piatto dall’asfalto e la eventuale flessibilità. Chi ha parlato? Chi poteva sapere? Vuoi vedere che Nigel…

Stepney da qualche tempo non bazzica i circuiti. E non è felice. Vuole un ruolo importante, in pista, laddove si sfida la fisica e l’aerodinamica. E allora cosa fa? Alza il telefono e chiama Mike. Hai visto mai se in McLaren c’è posto per un vecchio amico…

Una telefonata di troppo, questa volta dall’ufficio.

Errore fatale. Todt e Domenicali, insospettiti, avevano predisposto un sistema di controllo delle chiamate in entrata e uscita. Mail comprese. Nigel era già sospettato, dopo l’Australia. Però un indizio è solo un indizio. La telefonata, il secondo, è una coincidenza. La terza, però, è la prova: la McLaren, in particolare Coughlan, è in possesso di mail che indicano tutti gli standard utili per apprezzare l’efficienza di una monoposto in gara. Quanta roba. Troppa per resistere alla tentazione. Coughlan chiama Jonathan. Jonathan è Jonathan Neal. Gli sottopone i documenti. Le informazioni passano ai piloti. In McLaren, accanto a un giovanissimo Hamilton, c’è Fernando Alonso. Uno che, al contrario di Nigel, sogna il percorso inverso. Vuole la Ferrari: in McLaren, alle prese, con quel ragazzino così arrogante, non si trova proprio a suo agio. Intanto Coughlan recita la parte dell’amico del cuore: sponsorizza Stepney a Ron. Ron è Ron Dennis, boss di Woking. Bene, il grande capo McLaren non stima Nigel. Anzi, non lo vuole vedere neanche in fotografia. L’astio affonda le radici in un tradimento (vabbè allora è un vizio): Stepney era amico di Barnard, simpatico a Dennis quanto la criptonite a Superman..

CAPITOLO III – LA FUGA DI NOTIZIE

Intanto il circus è a Montecarlo, dove accade qualcosa di insolito. I meccanici come consuetudine, passano al setaccio le Ferrari ai box. Cosa c’è li, vicino al serbatoio? Fertilizzante. E chi diavolo ha messo quel fertilizzante? Domenicali ordina di smontare la monoposto. Tutti a rapporto tranne uno. Nigel, che cavolo c’è nel tuo armadietto? E perché quella polverina è cosi simile a quella trovata ai box? No, non è simile, è proprio identica.

SABOTAGGIO. NIGEL, SEI LICENZIATO.  Dalle verifiche effettuate sul computer dell’ormai ex dipendente, emerge la verità: scambio di mail fra Stepney e Coughlan. Non contento, Nigel, accecato dalla rabbia, cosa fa? In barca, mentre si corre il GP di Barcellona, consegna, così come sono, i progetti della Ferrari. Coughlan ha del materiale che scotta. Per raffreddarlo, si confina in una copisteria di bassissima lega in Inghilterra. Sfortunatamente, il gestore del negozio è un tifoso della Ferrari. Oltre alle copie richiesta dal cliente, ne tiene qualcuna per se. E dove le invia? Esatto. A Maranello. Boom.

CAPITOLO IV – L’AUTODISTRUZIONE

La Ferrari ha le prove. Ed è anche incazzata visto che il Mondiale sta prendendo una brutta piega. Todt chiama i legali a rapporto. Ci sono gli estremi per lo spionaggio industriale? Sissignore, che ci sono.Quanto basta per inchiodare la McLaren in Italia e in Inghilterra. Semaforo verde alla carta bollata. Detto, fatto. La vicenda si conclude. L’8 settembre, quando si corre a Monza, la Mc Laren è raggiunta da avviso di garanzia. Una settimana dopo è squalificata dal mondiale costruttori e condannata a 100 milioni di dollari di risarcimento. Coughlan sospeso, Stepney depennato dalla F1.

E dal lato sportivo? Beh, anche qui, c’è una bella storia da raccontare: Hamilton, a due gare dal termine è in vantaggio su Raikkonen di ben 17 punti. E ne ha anche 10 su Alonso. In Cina, però, si ritira. Vince il finlandese che si porta a -7.  Ultima GP. In Brasile la McLaren si presenta con due piloti in testa al Mondiale. E riesce a perderlo: il cambio tradisce l’inglese che non va oltre il settimo posto finale. L’iride è a portata di mano di Alonso, che è terzo, e lì rimane, dietro le due Ferrari in fuga. Vince la Ferrari. Evviva la Ferrari campione del mondo: 110 punti Raikkonen, 109 Alonso ed Hamilton. A pensare male ci si chiede: Alonso che passerà in Ferrari non ha attaccato volutamente? In realtà quel pomeriggio la monoposto dello spagnolo non andava proprio anche perché superando Massa secondo avrebbe vinto il Mondiale. Si vociferò inoltre che il distacco dalla Rossa fosse frutto di un sabotaggio tecnico della McLaren che, pur di sfavorirlo (Hamilton da sempre il prediletto di Dennis), gli avrebbe manomesso l’assetto se non addirittura montato pneumatici già consumati. Ma queste sono solo voci e tali resteranno. C’è poi una seconda teoria che apre ad una domanda: è mai possibile che una squadra squalificata per la spy story portasse uno dei suoi piloti al titolo Mondiale? Chissà.

E Nigel? Cerca di ricostruirsi una verginità scrivendo un libro: Red Mist. Nebbia Rossa. Pagine dal contenuto così forte che nessuna casa editrice trova la forza o la voglia di pubblicarlo. Del resto, le querele costano. E andare in guerra con Ferrari o McLaren non è igienico. Rischi di sporcarti. E allora? Nel dubbio che quanto scritto fosse solo ricerca di vendetta, il manoscritto resta nel cassetto. O nei file. E la verità? Chiedetela al destino. Il 2 maggio 2014 Nigel scende dalla sua auto ed è travolto e ucciso e porta con sé tutti i segreti di questa vicenda.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

Calcio tedesco: nonostante il Mondiale, un modello da seguire

Massimiliano Guerra

Published

on

Un fallimento. Inutile girarci attorno ma quella della Germania in Russia per i Campionati del Mondo è stato un totale fallimento. Una brutta figura perché la nazionale tedesca da Campione del Mondo in carica si è fatta eliminare in un girone abbastanza agevole, arrivando addirittura ultima, battuta nell’ultimo match da una Corea del Sud che non aveva nulla da chiedere. Molti si sono affrettati a parlare di crisi del calcio tedesco o della dimostrazione che il modello di calcio fatto in Germania non è più valido.

Una tesi però non corretta perché a differenza di quello che sta accadendo in Italia o in Olanda, per citare due tra le grandi escluse e deluse dell’ultimo Mondiale, il fallimento della nazionale tedesca non è stato causato da una crisi sistemica, ma da una serie di fattori che hanno inciso in maniera negativamente decisiva: scelte sbagliate di Low, tanti giocatori sazi che non sono riusciti a dare il 100%, un po’ (tanta) presunzione che è stata fatale nelle tre partite del girone. Detto questo il calcio tedesco rimane comunque uno dei sistemi e di modelli più all’avanguardia del calcio europeo e mondiale. Ecco perché.

Gioventù: Partiamo dal Mondiale. La Nazionale tedesca era sesta squadra più giovane della competizione iridata, terza se vogliamo considerare solo chi ha già vinto la Coppa del Mondo, dietro sola Francia e Inghilterra. Un dato molto importante dato che la Germania si presentava in Russia con i galloni di Campione e soprattutto una rosa di altissima qualità. Il fallimento poi è stato inaspettato quanto rispettoso di una “tradizione” che vede i campioni del mondo uscire al primo turno nella successiva edizione.  Passiamo poi a quello che succede in Bundesliga. Il campionato tedesco dei cinque maggiori europei è quello che ha l’età media più bassa. Le società tedesche puntano sui giovani e lo fanno realmente: nella classifica dei campionati e delle squadre più giovani del continente, stilata dal Cies, la Germania è al 12° posto, prima tra i top campionati europei, seguita dalla Francia al 17°, dalla Spagna al 20° e dall’Inghilterra addirittura 29°. Non benissimo l’Italia in 24° posizione, in virtù dei 27,37 anni in media dei calciatori impiegati. E nella massima serie teutonica le prime due classificate sono il Lipsia con 23.2 di media e il Bayer Leverkusen con 23.8.

Nella classifica dei club, tra i  primi 100 più giovani, la Germania può vantare ben 8 club. Nessuno come lei. Dati importanti che se sommati all’alta specializzazione che i tecnici tedeschi stanno portando avanti fa si che il calcio tedesco sia sempre più all’avanguardia. I cosi detti Laptop trainer, di cui abbiamo già ampiamente parlato, come Thomas Tuchel (ex Borussia Dortmund, ora al PSG) a Roger Schmidt (Bayer Leverkusen), da André Schubert (Borussia Mönchengladbach) a Julian Nagelsmann (Hoffenheim), dallo svizzero-tedesco Martin Schimdt (Mainz) a Christian Streich (Friburgo) hanno sfruttato gli imponenti investimenti della Federazione tedesca dopo la sconfitta nei Mondiali del 2006 e hanno totalmente stravolto il ruolo dell’allenatore. Di conseguenza anche lo sviluppo dei giocatori giovani è stato modificato regalando alla Germania una serie sterminata di giovani talenti.

Tirando le somme il calcio tedesco, al netto della brutta figura in Russia, rimane di gran lunga il modello da seguire per ambire ad uno sviluppo innovativo e moderno del calcio, lontano da alcune vecchie considerazioni che stanno bloccando la crescita del movimento calcistico nel nostro paese.

 

Comments

comments

Continua a leggere

Trending