Oltre a certificare l’insuccesso sportivo (tre quinti posti in tre anni, tutti firmati Alonso, come migliori risultati al momento) di un accordo annunciato con quasi due anni d’anticipo (maggio 2013), la separazione tra la McLaren e la Honda al termine di questa stagione ha ribadito come i ritorni, almeno per ciò che concerne la F1, regalino meno soddisfazioni della prima volta.

Il nuovo matrimonio tra Woking e i giapponesi contava di rinverdire i fasti del lustro 1988-1992, quattro titoli mondiali piloti (tre con Ayrton Senna, uno con Alain Prost) e altrettanti costruttori, ma si è dovuto scontrare con una power-unit mai al passo delle rivali per potenza e, soprattutto, molto fragile, che non si è mai integrata con la parte telaistica e aerodinamica delle monoposto progettate in questo triennio. Un globale fallimento tecnico che ha ridotto un team così illustre a lottare nelle retrovie (2016), se non addirittura a stare davanti giusto la Marussia (2015) o la Sauber (2017) di turno, costringendo un campione come Fernando Alonso a riporre nel cassetto i sogni di gloria. Per “El Nano”, l’astinenza triennale da pole-position, giri veloci, vittorie e podi, gli è servita a rifinire la sua tempra di samurai, visto che non si è mai tirato indietro davanti le avversità, e ad alimentare ulteriormente la sua popolarità presso gli appassionati grazie anche a team radio genuini.

Se però guardiamo al passato, storie di questo tipo non devono stupire. Perché la F1 racconta come sia quasi impossibile ripetersi. Proprio Alonso ne è un esempio. Oltre che alla McLaren (dove nel 2007 vinse 5 gare, ma perse il titolo per un punto) anche nel biennio di ritorno alla Renault (2008-2009), con la quale si era consacrato al mondo nel 2005 e nel 2006, si dovette accontentare delle briciole: 2 vittorie e 2 podi (s’intendono i secondi e i terzi posti, ndg). Spostandoci in casa Ferrari, Gerhard Berger tra il 1993 e il 1995 riportò sì la scuderia al trionfo dopo quattro anni, ma fu il suo unico acuto (più 1 pole e 12 podi), rispetto i quattro della prima era (1987-1989), dove mise a segno anche altrettante pole-position e 7 podi. Rimanendo sempre a Maranello, per quanto eccellente uomo-squadra, nei risultati dal 2014 in poi (1 pole, 0 vittorie e 11 podi) Raikkonen è stato finora inferiore al Kimi del primo capitolo “Rosso” (2007-2009: 5 pole, 9 vittorie, 17 podi e, soprattutto, 1 titolo mondiale). Allora sostituì il più vincente in assoluto, Michael Schumacher, che quando rientrò con la Mercedes (2010-2012), dopo tre anni di pausa, racimolò giusto un podio. Ciò non scalfisce la sua grandezza di pilota e Brackley non partorì certo vetture come le odierne, però è un dato di fatto che il suo compagno di squadra, Nico Rosberg, fece sempre meglio (1 pole, 1 vittoria, 4 podi). Un altro campione del mondo, Nigel Mansell, quando rientrò tra il 1994 e il 1995, eccezion fatta per il ruggito di Adelaide con la Williams, da “Leone” era ritornato il “Mansueto” col quale era stato affettuosamente ribattezzato ai tempi della Lotus, tanto che l’anno dopo in McLaren si limitò a due apparizioni. E pure nelle scuderie minori la prima avventura è migliore della seconda. Per esempio, in Minardi Pierluigi Martini raccolse più soddisfazioni (12 punti, una prima fila e un giro in testa) tra l’88 e il ’91 che fra il ’93 e il ’95 (4 punti).

Ma, per essere una regola, quella che i ritorni non pagano, necessita almeno di un’eccezione. In questo caso, ce ne sono tre. Una è rappresentata dal nostro Giancarlo Fisichella, che nel 2003, in Jordan, conquistò il sua primo trionfo in F1 con una vettura inferiore, come potenzialità, alla “197” che nel 1997 gli permise di salire due volte sul podio. Poi, Alain Prost. Se già alla seconda esperienza in McLaren scrisse tutt’altra storia rispetto all’anno del debutto (1980), quando nel 1993 si ripresentò al via, a trentotto anni, dopo dodici mesi di stop volontario, a bordo di una Williams spinta da quei motori Renault che tra l’81 e l’83 gli avevano dato poche gioie e molti dolori, vinse subito il titolo mondiale prima di un nuovo e definitivo ritiro. Ma l’eccezione è, soprattutto, Niki Lauda. Se è vero come al suo ritorno si aggiudicò un titolo mondiale (1984) rispetto ai due degli anni Settanta, è altrettanto innegabile che, nella storia della F1, è stato l’unico pilota capace di vincere un campionato a sette anni di distanza dal precedente e, soprattutto, dopo essere stato lontano dai gran premi per tre anni. Inossidabile.

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