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Giochi di palazzo

Dittatura in campo, boom fuori: i diritti televisivi della Bundesliga prendono il volo

Matteo Luciani

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In campo, come mostrano i risultati, non c’è storia ormai da quattro anni; probabilmente sarà così ancora per molto tempo visto che il Bayern Monaco ha appena prelevato Mats Hummels, l’ennesimo campione dopo Gotze e Lewandowski, dai diretti rivali del Borussia Dortmund ed ha rimpiazzato Pep Guardiola con un altro dei tecnici più importanti del panorama internazionale come Carlo Ancelotti. Eppure, gli affari della Bundesliga al di fuori del rettangolo verde volano.

Un nuovo accordo per i diritti televisivi della Bundesliga, infatti, vedrà la lega tedesca guadagnare oltre quattro bilioni di euro all’interno di un periodo quadriennale, a partire dalla stagione 2017/18. Per la prima volta, inoltre, anche Eurosport manderà in onda l’anticipo del venerdì sera del massimo campionato teutonico.

La Bundesliga si appresta ad ottenere la cifra record, per la precisione, di 4.64 bilioni di euro. Il pazzesco accordo per i diritti tv in Germania entrerà in vigore a partire dalla stagione 2017/18 e sarà valido fino a quella 2020/21.

Tra il 2013/14 ed il 2016/17, la Bundesliga ha guadagnato 2.51 bilioni di euro in diritti televisivi; pertanto, grazie al nuovo accordo, la somma ottenuta dalla DFL, la lega calcistica tedesca, aumenterà addirittura dell’85%.

L’annuncio è stato dato durante una conferenza stampa tenuta la scorsa settimana dal capo esecutivo della DFL, Christian Seifert, il quale ha rivelato anche la notizia, per certi versi storica, che i ‘Friday night’, 43 per ogni stagione di Bundesliga, saranno mostrati anche dall’emittente Eurosport a partire dalla stagione 2017/18.

Sky Germania rimarrà comunque il broadcaster principale sul territorio teutonico, con 572 partite in diretta trasmesse ogni anno. Una corte tedesca recentemente ha sentenziato che non era giusto il fatto che Sky detenesse i diritti per tutti i match live della Bundesliga e che fosse necessario poter assistere ad alcune gare della prima divisione tedesca anche presso altri canali. Da qui l’entrata in scena di Eurosport. In merito, Peter Hutton, capo esecutivo di Eurosport, ha affermato: “Il nostro obiettivo principale è assicurare ai clienti sempre più contenuti sportivi di grande rilievo e, in tal senso, i diritti delle partite di Bundesliga in Germania ed i Giochi Olimpici per tutto il mondo rappresentano il vertice più alto della piramide. Siamo entusiasti dell’accordo raggiunto e non vediamo l’ora di poter continuare a collaborare proficuamente con la DFL per offrire ai tifosi in Germania il servizio migliore”.

Inoltre, è stato stabilito che le tv pubbliche tedesche potranno mostrare gli highlights della Bundesliga ed un match in diretta per ogni stagione. Tutte le partite della seconda divisione, invece, tradizionalmente giocate al sabato, verranno trasmesse da Sky.

Il CEO della lega, Seifert, ha affermato: “Un incremento dell’85% riguardo al mercato tedesco rappresenta un dato molto positivo. E’ un dato impressionante, fuori dal normale. Sono veramente molto soddisfatto del risultato ottenuto.”

Negli ultimi anni, la massima divisione tedesca ha prodotto i massimi sforzi per tentare di raggiungere la Premier League inglese, che, in materia di diritti tv, rappresenta una vetta probabilmente inarrivabile per chiunque al momento. Basti pensare che lo scorso anno la Premier League ha sottoscritto un nuovo contratto da 6.8 bilioni di euro per concedere i diritti a trasmettere le proprie partite nelle prossime tre stagioni.

Per quanto concerne i diritti tv internazionali della prima divisione inglese, il distacco tra i due campionati diventa ancora più largo, con la Premier League che riceve una cifra oltre otto volte superiore a quella della Bundesliga. Nei prossimi mesi, inoltre, la Premier rinegozierà il contratto con i clienti internazionali per il periodo 2016-19 e ci si aspetta che l’accordo possa portare il valore totale dei diritti tv inglesi alla cifra record di oltre 11 bilioni di euro.

Nel dicembre scorso, anche la Liga spagnola ha confermato un nuovo accordo, dal valore di 2.65 bilioni di euro, con un cambio sostanziale nella legge per la distribuzione della somma a tutti i club del campionato.

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Calcio

Da Gil a Wanda Group: Atletico Madrid, tutto tranne che un Miracolo Sportivo

Massimiliano Guerra

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Con la vittoria dell’Europa League contro il Marsiglia, l’Atletico Madrid si è portato a casa l’ennesimo trofeo del suo nuovo corso. Con il Cholo Simeone lo score ci racconta che nei 7 anni in cui l’ex Lazio e Inter siede sulla panchina di Griezmann e soci, la squadra ha ottenuto 6 trionfi senza contare le due finali di Champions per mano del Real Madrid.

Quando si parla di Atletico Madrid, si apprezza il fatto che i colchoneros riescano sempre in patria a battersi con due colossi economici e sportivi come Real Madrid e Barcellona, riuscendo in qualche occasione anche ad avere la meglio e a sottrarre a questi due potenze lo scettro di Campione di Spagna come accadde nel 2015. Non solo, in Europa l’Atletico ha raggiunto traguardi importantissimi conquistando due finali Champions in 4 anni e  vincendo anche tre Europa League e una Supercoppa europea. Risultati incredibili per una società che solo 17 anni fa retrocedeva in Segunda Division ed era sull’orlo del precipizio finanziario a causa della scellerata gestione dell’allora presidente Jesus Gil. Molti hanno parlato di un miracolo ma, analizzando più o meno a fondo la storia recente del club di Madrid, capiremo che non è cosi. Anzi, l’Atletico Madrid sta diventando ogni anno che passa una vera e propria potenza finanziaria grazie al patron Cerezo, ma soprattutto, al nuovo socio di minoranza, il Gigante cinese Wanda Group.

Da Gil alla Doyen- Nel 2000 la situazione economica dell’Atletico Madrid era disastrosa. Retrocesso nella seconda divisone spagnola, l’Atletico, anche dopo la morte del presidente Gil e l’arrivo di Cerezo come patron del club, vide notevolmente aumentare il proprio debito e assottigliarsi le possibilità di crescita. Il debito dell’Atletico ammontava a 514 milioni di euro, di cui circa 215 milioni nei confronti del fisco spagnolo. Qui arriva la prima svolta nella storia recente del club: nell’estate del 2011 vengono ceduti i migliori giocatori come Aguero (venduto  al Manchester City per 45 milioni) che sommate alle altre cessioni permettono all’Atletico di incassare più di 80 milioni di euro. Sembra inevitabile il ridimensionamento ma il club rilancia investendo ben 90 milioni sul mercato per prendere giocatori del calibro di Radamel Falcao dal Porto per 40 milioni. Un rilancio inaspettato che può essere spiegato solo in un modo : la collaborazione con la Doyen Sport di cui abbiamo già parlato molte volte qui su Io Gioco Pulito. Il fondo Doyen era una TPO (Third party ownership) che ultimamente la FIFA ha deciso di mettere fuori legge nel calcio. Ecco cosa succedeva: l’Atletico comprava Falcao per 40 milioni di euro. Di questi 40 solo una parte era pagata dall’Atletico che poteva usufruire di un anticipo per l’acquisto da parte della Doyen, che però in cambio richiedeva  il 55% dei diritti di registrazione del calciatore. Questo voleva dire che al successivo trasferimento il 55% della somma incassata dall’Atletico sarebbe andata direttamente nelle casse della Doyen Sport. Un metodo che è stato usato anche nel caso della cessione di Diego Costa al Chelsea. In quel caso fu proprio il presidente Cerezo ha dichiarare che dei 38 milioni solo la metà sarebbero stati incassati dal club iberico.  Un metodo che ha permesso all’Atletico di mantenersi ad alti livelli, riuscendo anche a risanare il bilancio, grazie anche alle continue partecipazione alla Champions e alle vittorie in campo internazionale e non solo. Un metodo nebuloso che ha destato grandi polemiche e di cui poi la Fifa si è dovuta per forza occupare.

Arriva Wanda – Nel Dicembre 2014 la Fifa mette definitivamente al bando le TPO e l’Atletico è costretto a cambiare strategia. Essendo riuscito a limitare di molto il debito con il fisco portandolo ad 80 milioni, l’Atletico diventa comunque una società appetibile e attrae l’attenzione di un importantissimo investitore cinese Wang Jianling proprietario del gigante cinese Wanda Gruop. Wang Jianling è l’uomo più potente di Cina con un patrimonio stimato sui 38 miliardi di dollari ed è anche uno dei collaboratori più stretti del Governo Cinese per quanto riguarda la sviluppo del calcio cinese nel mondo. Il primo Aprile 2015 Wanda Gruop entra ufficialmente nell’Atletico Madrid con il 20% delle quote. Per capire la potenza del Gruppo Wanda, basti pensare che nello stesso tempo ha deciso di rilevare Infront (detentrice dei diritti Tv in Italia) e di stringere una partnership con la FIFA con l’obiettivo di sviluppare il movimento calcio in Cina e magari riuscire a portare in Mondiali lì nel 2030. I vantaggi per l’Atletico grazie a questo nuovo socio sono tangibili: dopo l’acquisizione del 20% delle quote Wang ha subito avviato il progetto per potenziare le Academy dell’Atletico, con la costruzione di nuovi impianti all’avanguardia, con un investimento da 30 milioni di euro, con lo scopo di portare in Spagna 90 giovani calciatori cinesi e gettare le basi per costruire la nuova nazionale cinese. Dopo l’ingresso in società del Wanda Group è diventato molto intenso anche il rapporto tra l’Altetico Madrid ed il Guangzhou, squadra cinese di proprietà del gruppo, portando ulteriori fondi nelle casse dei biancorossi con operazioni di mercato al quanto creative. Una su tutte quella che portò Jackson Martinez dall’Atletico Madrid al Guangzhou per ben 42 milioni di euro. Una cifra spropositata per un giocatore che era finito ai margini del progetto tecnico di Pablo Simeone. Soldi freschi che servono quindi ad aiutare le casse societarie che intanto, grazie ai grandi risultati sul campo, crescono sempre più. Se infatti prendiamo la classifica per fatturato dei club europei stilata da Deloitte per la stagione 15-16, l’Atletico Madrid è in netta ascesa con un incremento di ben 60 milioni rispetto ad un anno prima.

STADIO NUOVO – A conclusione di un processo di crescita così importante non poteva che esserci la costruzione del nuovo stadio di proprietà, il Wanda Metropolitano. Una struttura iper-moderna e tecnologica, molto simile all’Allianz Arena, che sorge alla Peineta (17 km dal Vicente Calderon) ed è più grande (da 54mila a 66mila posti, 7.500 dei quali Vip), moderna e lussuosa, con sauna e piscina negli spogliatoi. Per ora prende ovviamente il nome del gruppo cinese ma si sta lavorando per poter vendere i naming rights a qualche altro sponsor per poter massimizzare i guadagni su un’investimento così importante. Il blocco del mercato imposto all’Atletico Madrid risalente all’estate scorsa per aver infranto il regolamento sulla compravendita di calciatori di età inferiore ai 18 anni è sembrato solo un intoppo nel percorso di crescita esponenziale del club. Una sanzione del genere per club “normali” sarebbe stato un colpo ferale, mente per una società come l’Atletico che ormai è entrata nel Gotha dei club più ricchi del mondo è stato solo un semplice rallentamento che forse, può aver facilitato anche il lavoro di un grande tecnico come Simeone. E a Gennaio la fine del blocco e il ritorno di Diego Costa hanno fatto il resto. Tutto questo quindi a conferma che l’Atletico Madrid può essere considerato tutto tranne che un miracolo sportivo, perché alle sue spalle negli ultimi anni si sono mossi gruppi e investitori potentissimi che hanno fatto sì che una società in difficoltà come quella dei colchoneros possa ora considerarsi una delle più grandi del mondo.

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Giochi di palazzo

La sicurezza sul Lavoro: perché occorre Giocare Pulito

Marco Fiocchi

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Pubblichiamo oggi, la prima puntata di un’indagine inchiesta molto importante. Affrontiamo un altro ambiente dove “giocare pulito” è fondamentale. Parleremo di Formazione alla Salute e Sicurezza nei luoghi di lavoro.

Lo faremo affidandoci all’analisi e al parere di un vero esperto del settore: il Direttore del  CEFMECTP di Roma e Provincia Ing. Alfredo Simonetti.

Ci spiegherà perché è diventato tanto delicato questo argomento, nel sistema di produzione. Come si è sviluppato e quali sono i problemi principali che affronta.

Aziende, formatori, docenti, lavoratori, dirigenti, imprenditori. Studenti, ma anche gente comune. Perché tutti abbiamo bisogno di conoscere certe normative. L’importanza della trasparenza che tanto interessa i nostri lettori. La vigilanza a cui tutti siamo chiamati a collaborare.

Ed infine una conclusione sul futuro prossimo, non remoto. Verso cosa stiamo andando? Quanto sarà importante misurarsi con le nuove tecnologie (Droni, IA, 3D, BIM, Realtà Aumentata)? Quanto la preparazione a non temerle, ma anzi a “saperle” usare con la stessa vigilanza e sicurezza potrà aiutare l’intero sistema di produzione?

La parola ad Alfredo per la prima puntata di questo approfondimento.

Il potere ha un solo dovere: assicurare la sicurezza sociale delle persone.

(Benjamin Disraeli)

Sono sempre troppi i giorni in cui gli organi e gli strumenti dell’informazione e della comunicazione si devono occupare, dandone notizia, di incidenti sul luogo di lavoro e troppo maledettamente spesso la notizia porta con sé l’orribile puzzo della morte. E puntualmente ci si interroga sui perché e sui per come; su quali siano state le cause e su come le cause si sarebbero potute evitare, prevedere, anticipare. Poi scattano le indagini, le inchieste: È stata aperta un’inchiesta per fare luce sulla tragedia, ecc. Quante volte abbiamo ascoltato questa frase.

Innegabile il sussulto che tutte le volte ci aggredisce alzando il livello della rabbia e dell’indignazione, elevando l’attenzione sulla necessità di azioni forti e concrete, a contrasto di fatti e accadimenti inaccettabili tanto più quando sono l’odioso “prodotto malsano” del lavoro.  Il lavoro appartiene a tutti; il lavoro è la componente strumentale per rendere la vita un elemento sociale; il lavoro è il mezzo – forse il meccanismo – attraverso il quale le persone assimilano il concetto di socializzazione trasferendo sé stessi oltre l’isolamento.

Di lavoro non si può morire; di lavoro non si può soffrire; di lavoro non si può far soffrire. E di lavoro non ci si deve neppure ammalare. Negli anni più recenti la legislazione ha fatto notevolissimi passi in avanti per accelerare la diffusione di una consapevolezza allargata sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro.

Uno dei passaggi nodali è stato il riconoscimento di questo tema da argomento a concetto. Si tratta di un avvicinamento significativo verso la comprensione e l’universalizzazione del principio di rispetto verso la persona sia come elemento singolo che come oggetto sociale. Evidentemente questo tema/concetto avvolge e si articola su più piani di interesse fino a diventare territorio comune a tutti gli strati della quotidianità.

Non solo l’aspetto meramente sociologico, ma anche l’ambito della produttività risente virtuosamente delle norme che definiscono giuridicamente gli aspetti della Formazione e della Sicurezza nei luoghi di lavoro.

Il mondo dell’imprenditoria, negli anni più recenti, ha scalato diverse posizioni nella classifica della qualità complessiva dei sistemi produttivi all’interno delle proprie realtà imprenditoriali. Risultati che si sono resi possibili soprattutto grazie alla sempre più efficace giurisprudenza in merito e alla sua corretta applicazione, ma non solo.

Una buona formazione è garanzia di successo. È la cinghia di trasmissione tra le “intuizioni” del legislatore, quindi l’Istituzione, e il contesto produttivo. E a loro volta quelle che abbiamo definito intuizioni, sono il frutto di ricerca costante e continua finalizzata alla definizione di regole sempre più chiare e di facile applicazione. Perché talvolta le presunte negligenze si annidano proprio nella cripticità interpretativa delle norme o negli anfratti di cervellotiche burocrazie.

O, peggio ancora, quando le zone grigie prodotte da un linguaggio eccessivamente contorto diventa alibi per autoassolversi per la mancata applicazione delle norme. I principi della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro sono codici di convivenza civile e di emancipazione sociale, e la conoscenza è l’arma più efficace contro l’indifferenza e la sottovalutazione del problema.

L’istituto della formazione è, pertanto, la piattaforma su cui si posano non solo i principi della doverosa ed ineludibile tutela individuale, ma anche gli indirizzi programmatici di un paese civile e la visione del suo futuro. Diventa quindi indispensabile avere certezza sul profilo delle competenze e sulla qualità dei formatori.

Una buona conoscenza della normativa in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro aumenterebbe la percezione dell’esigenza della prevenzione nei confronti degli elementi di rischio. Ed è per questa ragione che quanto più estesa sarà la platea dei consapevoli, tanto più efficace, facile e diffusa sarà la pratica del ricorso alla formazione. Molto si è fatto, e molto rimane ancora da fare.

La strada, però, è quella giusta. Istituzioni e cittadini convergono sempre di più verso l’obiettivo tracciato dagli estensori della legislazione vigente: quello del raggiungimento del rischio zero. Da una parte c’è la ricerca costante, un incubatore sempre attivo e pieno di intelligenze e tecnologie. Dall’altra, ma con logica di continuità, si trovano i soggetti applicatori delle norme – i formatori – e poi i fruitori, nessuno escluso perché in tutti c’è la richiesta, talvolta non perfettamente conscia, di sicurezza.

 

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Calcio

Palestina-Israele, anche il calcio alle prese con l’Intifada

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Lo spostamento dell’Ambasciata Americana a Gerusalemme ha buttato benzina sul fuoco del conflitto tra Israele e Palestina e gli scontri sulla striscia di Gaza hanno portato morte e distruzione su un territorio ormai sfiancato da una guerra che si sta portando via tutto. Anche il calcio è da anni martoriato da questo dramma senza fine e non si vedono spiragli di miglioramento. 

La lite Palestina-Israele è come una macchia d’olio, si allarga senza trovare argini. Già chiamarla lite è piuttosto scorretto, ma un termine vale l’altro non essendocene nessuno che può davvero rappresentare la situazione. Il 18 ottobre del 2016 l’UNESCO approvò una risoluzione che cita i luoghi santi di Gerusalemme solo con il nome arabo, scatenando l’ira di Israele, che già prima della votazione aveva annunciato la sospensione dei rapporti con l’organo ONU. Il direttore generale dell’UNESCO, Irina Bokova fu accusata dagli israeliani di “fornire supporto al terrorismo islamico”. La questione è politica ma tocca la cultura, tocca qualsiasi cosa: lo sport e il calcio ovviamente non sono rimasti esclusi. La discussione in ambito FIFA nelle ultimi anni si è fatta piuttosto accesa.

Nel 2015 i palestinesi avevano avuto l’occasione per richiedere la sospensione di Israele dalla FIFA, ma Jibril Rajoub, Presidente della Federazione Calcio della Palestina, aveva all’ultimo rinunciato facendo infuriare tanti suoi connazionali. Il motivo che in quel momento poteva portare a sanzioni contro gli israeliani era la presenza di alcune loro squadre calcistiche all’interno delle colonie in territorio palestinese. Seguendo il diritto internazionale, Israele non può utilizzare il suolo degli storici avversari arabi se non per il bene di quella popolazione o per ragioni strettamente legate alla difesa. Sembra quindi illegittima la presenza di club sportivi in quella zona. In più, bisogna ricordare lo Statuto FIFA che prevede che “un’associazione calcistica membro non può disputare partite nel territorio di un’altra federazione membro senza l’esplicito consenso della stessa”. A norma di legge, c’erano e ci sono tutti i motivi per richiedere il trasferimento delle squadre israeliane all’interno dei confini riconosciuti.

A rilanciare la polemica è stata una lettera inviata alla FIFA nel settembre del 2016, firmata da 66 parlamentari europei e contenente un appello chiaro: bisogna vietare ai club israeliani di giocare in stadi o campi sportivi costruiti all’interno dei territori occupati in Cisgiordania. Giusto per ricordare: Israele ha costruito in Cisgiordania (suolo palestinese) delle colonie, che però sono considerate illegittime dal diritto internazionale (diverse risoluzioni ONU hanno chiesto/ordinato alle istituzioni israeliane di restare all’interno dei confini stabiliti e di abbandonare questi insediamenti). Le prese di posizione dell’ONU non hanno prodotto alcun tipo di effetto e il calcio è stato più volte chiamato ad esprimere un giudizio che è di carattere estremamente politico, dovendo scegliere se appoggiare lo status quo o invocare l’applicazione del diritto.

La lettera che ha riacceso la miccia, quella degli europarlamentari, fu frutto di rapporto pubblicato da Human Rights Watch riguardo i limiti posti da Israele alle attività sportive in Palestina. Sotto gli occhi di tutti il caso di Rio 2016, dove gli atleti palestinesi si presentarono senza attrezzature perché requisite dalle autorità israeliane prima della partenza. Ma il rapporto va oltre, citando le restrizioni al movimento degli sportivi che vogliono andare da Gaza alla Cisgiordania per competizioni nazionali, o che vogliono uscire dalla Palestina per gare internazionali. Inoltre, c’è il divieto continuo di importare materiali dall’estero e l’impossibilità di arrivare nelle zone palestinesi per tecnici ed esperti che aiuterebbero lo sport locale a crescere.

E la preoccupazione costante del governo di Gerusalemme è che la richiesta partita dalla FPA (la federazione calcistica palestinese) alla FIFA di revocare l’adesione delle squadre dei territori occupati al campionato israeliano sulla base di quanto stabilito proprio dallo Statuto della FIFA prima o poi venga accolta.

La richiesta della federazione palestinese negli anni ha trovato anche il sostegno di oltre 120 associazioni nel mondo tra cui anche l’italiana UISP (Unione Italiana per lo Sport per Tutti) le quali, attraverso una lettera, chiesero alla FIFA il rispetto delle norme contenute nel suo Statuto lamentando allo stesso tempo una violazione dello stesso da parte della federazione israeliana. Tra coloro che aderirono all’appello, oltre alla UISP, anche personalità politiche come l’ex Relatore Speciale ONU Richard Falk, l’ex ministro brasiliano per i Diritti Umani Paulo Sérgio Pinheiro, il ministro dello Sport sudafricano Thulas Nxesi e inoltre, esponenti del mondo dello spettacolo come i registi britannici Ken Loach e Paul Laverty, o dello sport come  l’ex calciatore peruviano Juan Carlos Oblitas Saba, o l’ex atleta oggi membro del Congresso peruviano Daniel Fernando Abugattás Majluf. Tra questi proprio Oblitas Saba, ha dichiarato che “nessun Paese può essere al di sopra delle Risoluzioni ONU”auspicando che sulla questione ci sia “la massima trasparenza” da parte della FIFA.

Ma l’“Intifada del pallone” non è solo una questione politica e di diritto. Negli anni purtroppo non sono mancati i morti. Come i 4 ragazzi palestinesi impegnati in una partita di calcio uccisi nel 2012 dall’esercito israeliano; oppure i 2 calciatori palestinesi uccisi nel 2014 in un controllo avvenuto nella West Bank, in quello che l’esercito di Tel Aviv ha sempre considerato “un incidente”. Fatti che inevitabilmente hanno finito per richiamare l’attenzione degli addetti ai lavori. Nel 2012 infatti, come scrisse anche il sito L’inkiesta, non furono pochi i calciatori che si schierarono a favore della Palestina chiedendo il boicottaggio dell’Europeo U21 che la UEFA aveva assegnato ad Israele. E prima ancora, ricorda sempre L’Inkiesta, lo stesso Michel Platini, quando era presidente dell’UEFA aveva paventato l’esclusione di Israele dall’organizzazione se avesse continuato ad impedire al calcio palestinese di svilupparsi.

Ma la FIFA, che cosa ha fatto per risolvere la questione? Per il momento, nulla. Se non lasciare sostanzialmente le cose così come sono, senza prendere alcun provvedimento. Se non per la costituzione nel 2015 di un Comitato di monitoraggio su Israele e Palestina che però alla fine ha “monitorato” ben poco. A differenza invece di quanto fece nel 2015 quando la stessa FIFA decise di “punire” la nazionale di calcio palestinese vietandole di ospitare tra le mura casalinghe dello stadio di Ramallah le partite valide per le qualificazioni di mondiali. In quel caso la decisione venne presa in seguito alla richiesta dell’Arabia Saudita di non inviare i suoi giocatori in Cisgiordania. Questo perché, fecero sapere da Ryad, per raggiungere Ramallah la comitiva avrebbe dovuto attraversare alcuni check-point dell’esercito israeliano. Un rischio, visto che all’epoca i rapporti tra l’Arabia Saudita e Israele erano tesissimi, per il fatto che l’Arabia non riconosceva l’esistenza dello Stato israeliano. E allora, pensarono bene i sauditi, meglio non rischiare. La FIFA li accontentò, ma a rimetterci fu ancora una volta la Palestina. Per la quale oltre al danno dei calciatori morti ammazzati, arrivò pure la beffa di non poter giocare nel proprio stadio.

La questione calciofila, come quella politica, sembra non aver fine: il pallone che mai come in questo contesto poteva essere uno strumento per appianare tensioni antichissime, è divenuto negli anni veicolo per inasprirle, se possibile. E le speranze per una pacificazione della zona sempre più flebili.

di Simone Nastasi e Lorenzo Siggillino

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