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Calcio

Disfatta cinese. Da dove riparte il calcio a Pavia?

Lorenzo De Vidovich

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Sarebbe dovuto essere l’inizio di un nuovo ciclo spinto dalla crescita degli investimenti cinesi nel calcio europeo. Invece, a pochi chilometri da Milano, dove l’oriente si è preso entrambe le squadre, l’esperienza di Xiadong Zhu si è rivelata disastrosa, portando al quarto fallimento nella storia del Pavia. Dopo due anni, la Pavia cinese ha chiuso i battenti, e i tifosi hanno riposto nel cassetto i sogni di serie B, sfiorati nella stagione 2014-2015. Se da un lato il campionato cinese tenta di essere sempre più competitivo, e dall’altro l’ingresso non solo in importanti club, ma anche in Infront e Fifa dimostra il costante interesse cinese verso l’Europa, la pecora nera Pavia mostra un’esperienza tutt’altro che rosea. Quali sono le colpe degli investitori cinesi? Perché hanno alzato bandiera bianca dopo appena due stagioni? E, last but not least, da dove riparte il Pavia?

L’ERA ZHU – È il 4 luglio 2014, Pierlorenzo Zanchi, ormai storico presidente del Pavia, ufficializza la vendita del club a Xiadong Zhu, presidente del fondo Pingy Shangai Investment con un alter-ego italiano Agenzia per l’Italia, che si occupa di promozione e consulenza finanziaria per gli investitori cinesi, cui fa capo David Wang. Con il 100% delle quote, la cordata cinese si proietta subito verso l’alto, manifestando senza mezzi termini di puntare alla Serie B, categoria che per il Pavia vuol dire preistoria, poiché non la tocca dagli anni ’50. In un’intervista che Wang rilasciò a Calcio&Finanza, emergeva però fin da subito un rapporto particolare col mondo del pallone, sebbene le parole fossero spontanee: «non avevamo mai pensato di entrare nel mondo del calcio. Molto casualmente, dopo aver verificato le possibilità di business in questa zona, ci abbiamo pensato e abbiamo deciso di impegnarci in questo progetto». Tutto legato al business, quindi. Non fa una piega, per persone dedite completamente al mondo dell’imprenditoria, che ci tenevano a ricordare come interessasse «maggiormente il territorio piuttosto che lo sport vero e proprio». Ciononostante, i nuovi proprietari mettono subito tanti progetti sul tavolo. Un’Academy per formare sportivi cinesi, un riammodernamento dello stadio Pietro Fortunati, inagibile per un eventuale salto di categoria: «abbiamo già avviato i lavori […] faremo il possibile per riempire lo stadio, rendendolo più bello e più vivibile», affermava Wang. A questi commenti incoraggianti fa da eco il pensiero di Zhu, che attraverso il calcio desiderava far conoscere l’area Pavese ai concittadini cinesi: «è una città bellissima, ormai mi sento anch’io un po’ pavese». Si parte, e con un’ingente serie d’investimenti, il fondo cinese spende e spande, portando la squadra ai playoff di Lega Pro nella stagione 2014-15, forte del terzo posto, dietro a Novara e Bassano. Andrea Ferretti è capocannoniere del campionato con 16 reti.

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Il sogno dura poco: al primo turno c’è il Matera, che elimina il Pavia nella gara secca: 2-1 ai supplementari, segna Pagliarini al 120’. Sfuma la B, si riparte dalla seconda stagione in Lega Pro, ma qualcosa inizia a scricchiolare, e non riguarda la squadra, che comunque in campo fa più fatica rispetto all’anno scorso. Si fanno strada le ombre cinesi, e la Covisoc chiede chiarimenti a Zhu. Il bilancio 2014-2015 è in rosso, c’è una voragine di 7,2 milioni di euro, e diverse voci ambigue: 1,2 milioni di servizi non specificati, 500.000€ di oneri di gestione. A maggio 2015 era già emersa l’incertezza dei soldi destinati a coprire le perdite. Provengono da Hong Kong, ma non si sa nulla di più. Per la Covisoc questa manovra non va bene: i finanziamenti da Hong Kong risultano quasi opera di un mecenate ignoto, e non c’è legame con la proprietà del Pavia. Zhu non dichiara la provenienza senza un perché, giustificando che il tutto è a stretto circuito di Pingy Investiment. In ogni caso, quello degli azzurri non è il proverbiale bilancio in negativo di molte squadre di Lega Pro. A Luglio 2015 Massimo Londrosi, prima di lasciare la presidenza della società finanziaria di controllo, presenta un esposto a Guardia di Finanza, Procura e FIGC per bilancio falso o quantomeno redatto in maniera scorretta. Con sempre più tenebre che aleggiano su Pavia, il secondo campionato di marca cinese termina al nono posto. Niente playoff e gli avvistamenti dei proprietari a Pavia e dintorni diventano sempre più sporadici. In più, a fine stagione si annunciano sfoltimento rosa e ridimensionamento del budget (sebbene circoli la voce di Zhu nella cordata che punta al Milan!). Ad un certo punto però in città affiora un interrogativo legittimo: che fine ha fatto Mr. Zhu?

IL VIDEOMESSAGGIO – Zhu ricompare con un videomessaggio da Shanghai, riportato da SportPavia24: «in questi ultimi tempi sono state dette molte cose sul mio conto, alcune vere, altre false». Zhu chiarisce subito di ave preso una squadra allo sbando e ultima in classifica, portandola in un anno ai playoff, con un investimento di dieci milioni di euro, «dai quali vi è stato un ritorno di poche centinaia di migliaia di euro dai biglietti venduti e dalla partecipazione degli sponsor». Poi scarica la responsabilità verso gli italiani che gestiscono il club mentre lui è in Oriente per affari: «ci siamo fidati ma ad un certo punto ci siamo resi conto che c’erano dei problemi. Molti hanno anteposto i propri interessi personali al bene della squadra». Infine, le parole d’incoraggiamento: «In questo momento il Pavia Calcio ha molti problemi, affronteremo la situazione cercando di risolvere tutto nel migliore dei modi. Come vedete i cinesi stanno investendo sempre più in Italia […]. Se usati bene gli investimenti cinesi porteranno altri soldi sul territorio». Di sicuro, non arriveranno altri soldi da Zhu e soci, che salutano Pavia, dando il via alla spirale di acquisti/cessioni ormai tipica per salvare squadre nel baratro, dove compaiono personaggi pittoreschi famosi per traghettare verso la bancarotta (ricordate Manenti a Parma).

 IL FALLIMENTO«Ci ho messo un euro, speriamo!». Esordisce così Alessandro Nuccilli, della ditta TecnoEdil2000 e reduce dall’acquisto-cessione lampo del Foligno, dopo un tentativo con la Robur Siena. 1€ non basta, occorre un milione per iscrivere le squadra al campionato 2015-2016, pratica di cui si stava occupando il dg Nicola Bignotti, poi emigrato al Lugano. Oltre ai soldi d’iscrizione, c’è un debito che va dai 4 ai 5 milioni. Nuccilli infonde tutto tranne che sicurezza. Mostra di avere le idee poco chiare in un’intervista a Corriere Milano dove racconta le grottesche disavventure a Siena e Foligno, e il suo personaggio è talmente ambiguo da diventare un uomo dalla doppia identità. Nelle emittenti locali la comparsa Alessandro Nuccilli è somigliante in tutto e per tutto ad Alessandro Monzi, colui che avrebbe dovuto rilevare il Siena. Poi, il 20 luglio compare un suo comunicato, in un’epopea estiva che SportPavia24 riassume brillantemente. In poche parole, il neo-presidente punta il dito contro i cinesi, responsabili del caos Pavia. Minaccia azioni legali, protezione della sua immagine e altre corbellerie di chi compra squadre senza cognizione di causa. Quando interviene il Sindaco di Pavia, Massimo Depaoli, c’è l’addio di Nuccilli che non fa i ricorsi necessari per la conferma in Lega Pro e si sente tradito da tutti: «sono stato ingannato dai cinesi, il sindaco si rifiuta d’incontrarmi». Per rilevare la società, si rifà vivo Massimo Londrosi, e un seconda offerta arriva dal club Accademia Pavese, che propone una fusione. C’è da salvare una squadra che ormai dice addio alla Lega Pro. Gli sforzi (che saranno vani) sono per iscriverla in Serie D. Ma il fallimento è ormai imminente, il debito non si copre. Quella cinese diventa a tutti gli effetti, una disfatta. Sicuramente Zhu e soci non hanno gestito al meglio la società, e con loro i collaboratori italiani. Si potrebbe però semplicemente dire che i cinesi non hanno fiutato l’affare, e hanno capito l’inconsistenza dell’investimento. Né più, né meno. Dopotutto, non c’è una formula matematica che certifichi la certezza dell’imprenditoria cinese. Nuccilli ha poi fatto il resto, con un copione consolidato.

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LA RIPARTENZA – Il 22 luglio 2016 nasce il Football Club Pavia 1911, dall’intesa tra il sindaco Depaoli e gli imprenditori Maria Cristina Rasparini e Tiziano Pacchiarotti, che ne acquisiscono le quote il 2 agosto. Si riparte da loro, lei pavese d’azione imprenditrice nel tessile, lui ingegnere edile nel CdA del centro polifunzionale Campus Acquae. La squadra è iscritta in Eccellenza, girone A. L’amministratore delegato è Giacomo Brega, imprenditore nella sanità che conosce bene Pavia e ha subito messo i piedi per terra: «ripartiamo da qui, ma noi siamo da Lega Pro, lì la squadra deve arrivare e giocare. Quella è la nostra serie A. Quando, lo scorso anno, ho sentito roboanti dichiarazioni di Serie B, per non dire di più (Champions League, ndr), ho capito che si stava esagerando», dichiarò a La Provincia Pavese lo scorso 17 agosto. Si rinasce senza cose in grande, com’è giusto che sia. Nel centro storico, la saracinesca di Casa Pavia, che sarebbe dovuto essere lo store cittadino azzurro, è già abbassata da mesi, quasi a voler dimostrare che i sogni di ascesa oggi non possono passare solo da parole e prospettive. Serve anche la P di programmazione. Perché oggi la P di Pavia riparte dal basso, dopo due anni rapidi e capovolgenti. Si tratta certamente di una disfatta cinese, ma di passi indietro dopo grandi manovre, ne hanno fatti anche gli emiri a Malaga, i russi ad Anži, e tanti italiani in casa propria.

FOTO: Claudio Devizzi Grassi

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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